di Marco Onnembo
«In diciotto mesi di crisi c’è chi sperpera quanto guadagnato in quarant’anni di lavoro e chi, invece, accumula una fortuna». Roy Benson, decano degli operatori di Wall Street, ne ha viste tante. Ama ripetere questa frase a quanti si affacciano per la prima volta, giornalisti o agenti di borsa, al Nyse.
La storia dell’economia è piena di casi di grandi capitalisti che in pochi mesi hanno perso tutto e di altri che sfruttando i cambiamenti imposti dalle crisi sono diventati ancora più ricchi. Nessun testimone è migliore della rivista Forbes che nell’anno in corso ha trovato 1.011 miliardari contro i 793 dello scorso anno. Uno dei casi più emblematici (e recenti) è quello di Lakshmi Mittal, il re dell’acciaio, di cui praticamente domina il mercato mondiale.
I prezzi del metallo sono aumentati sensibilmente grazie alla richiesta sempre maggiore da parte dei Paesi emergenti. Nato in un villaggio indiano senza elettricità né acqua corrente, risiede da anni in Gran Bretagna e nell’ultimo anno ha raddoppiato il suo patrimonio passando da 11 a 22 miliardi di sterline (da 13 a 26 miliardi di euro). La sua fortuna, però, trae le sue origini da un evento «sfortunato».
Negli anni 70 il governo indiano decise di bloccare gli investimenti privati nel settore dell’acciaio e la sua famiglia, che di punto in bianco si trovò senza azienda e senza mercato, aprì un’attività in Indonesia di cui Mittal divenne il direttore a soli 26 anni. In poco tempo, grazie alle nuove tecnologie e a una grande attenzione ai costi, riuscì a creare una delle imprese più grandi dell’Indonesia. Il resto della sua storia è pieno di successi e di aziende acquistate (e rilanciate) in mezzo mondo, dal Messico al Sud Africa, dall’Algeria agli Stati Uniti.
Anche Carlos Slim, il magnate messicano della telefonia, è riuscito a battere la crisi. Anzi, per il secondo anno successivo si è piazzato al primo posto tra i paperoni mondiali. Ha un patrimonio stimato di 74 miliardi di dollari, ma è stato anche l’uomo che si è arricchito di più nel corso del 2010 con un incremento della ricchezza di 20,5 miliardi di dollari rispetto al 2009.
Alla testa del gruppo Carso, fondato 25 anni fa, Carlos Slim Helu ha anche diversificato. Ha acquistato imprese del settore del tabacco, delle costruzioni, dell’industria, degli pneumatici. Non contento, ha investito con profitto in miniere, assicurazioni, ristorazione e grande distribuzione.
Ma, a parte i soliti noti, anche altri ricchi avanzano. Fino a qualche anno fa a New York erano i giapponesi i re dello shopping. Poi è stata la volta di coreani, cinesi e russi. Ora è il turno dei brasiliani. L’economia del real (inteso come moneta brasiliana) è quella che sta registrando i tassi di crescita più rapidi negli ultimi 15 anni.
Il valore della moneta è raddoppiato dal 2003 e ora i miliardari brasiliani sono sbarcati nella Grande Mela. Gente del calibro di Eike Batista, proprietario di giacimenti di ferro e oro in Brasile. Il magnate, che ha la sua base a San Paolo, ha trascorso gran parte della sua infanzia in Europa, per lo più in Germania, dove cominciò a studiare ingegneria, non conseguendo comunque la laurea.
Nel 1980 ritornò in Brasile per avviare una società per commerciare oro e un’altra, la Ogx, per l’esplorazione petrolifera e di giacimenti di gas. Nel 2010 è diventato l’uomo più ricco del suo Paese, con una fortuna stimata 27 miliardi di dollari, facendo di lui il quarto uomo più ricco d’America e l’ottavo al mondo (l’anno scorso era solo al 67esimo posto).
Oltre che alle trivellazioni, Eike Batista deve la sua fortuna, nell’ultimo triennio, all’impennata del prezzo dell’oro e delle commissioni per il trading a esso connesse.
Un settore in cui la parola crisi non ha trovato spazio è sicuramente quello del lusso. Un business aciclico per eccellenza, in cui la crescita non ha conosciuto sosta negli ultimi anni. Ne sa qualcosa il francese Bernard Arnault, azionista di riferimento del gruppo Lvmh (Louis Vuitton, Moët Hennessy) che nell’ultimo biennio, grazie alle performance da capogiro dei suoi luxury brand, ha visto accrescere il suo patrimonio di 24,5 miliardi di dollari, a quota 41 miliardi.
Tra tutti quelli che stanno incrementando la propria fortuna, non può mancare un illustre rappresentante della finanza internazionale. Anzi, il più importante di tutti, l’uomo capace di guadagnare nei primi sette mesi di quest’anno oltre 11 miliardi di dollari scommettendo sul rialzo del prezzo dell’oro e il ribasso dei corsi azionari.
Raymond Dalio, patron del fondo Bridgewater Associates e considerato il grande capo delle locuste. Dalio, figlio di immigrati italiani, a 12 anni faceva il caddy per i grandi operatori di Wall Street dai quali, evidentemente, ha imparato i segreti più segreti della finanza se è vero che i suoi fondi nel 2008 si attestavano intorno ai 54 miliardi e che ora hanno superato i 100 miliardi di dollari di massa amministrata.
Anche guardando verso est sembra che la crisi non abbia mietuto molte vittime. Anzi. Se solo due anni fa i magnati russi erano stati tra le categorie più colpite dalla crisi finanziaria del 2008, oggi gli oligarchi sono tornati alla ribalta, favolosamente ricchi, e festeggiano il loro rientro con una valanga di spese folli. Nel 2011 la Russia ha quasi raddoppiato il numero di miliardari.
Forbes, per esempio, ne ha contati 101 rispetto ai 62 del 2010. E Mosca ha recuperato il primato della città del mondo che ospita il maggior numero di miliardari, spodestando New York.
Un caso su tutti è quello del maggior produttore di minerali ferrosi russo, Alisher Usmanov, azionista della squadra di calcio londinese dell’Arsenal, che pur essendo stato pesantemente colpito dalla crisi nel 2008, quest’anno sembra aver recuperato il suo splendore con un patrimonio stimato in più di 12 miliardi di euro, circa 16 miliardi di dollari.
Il magnate, che passa le sue estati a bordo di un superyacht in Sardegna, si dice abbia appena speso la cifra record di 65 milioni di euro per una dimora settecentesca a San Pietroburgo. Il prezzo più alto mai pagato per una singola dimora privata.
«La crisi ha dato un colpo nei denti agli oligarchi russi nella fase iniziale» dice un uomo d’affari moscovita. «E qualcuno ha rischiato di venire spazzato via dal crollo dei mercati. Ma sono tornati in piedi e ora se la ridono.
Poche persone al mondo sanno spendere denaro in tali quantità. Cosa importa pagare 40-50 milioni di euro per una casetta carina se vali 10 miliardi o anche di più?». La rapida ripresa degli oligarchi è legata al recupero dei prezzi dell’acciaio e dell’energia e alla borsa russa che è salita del 20% nell’arco di alcuni mesi.
Infine, l’Asia. Nel 2011 la Cina ha continuato a crescere a ritmi vertiginosi. Con il boom dell’economia nazionale si è moltiplicato il numero dei superricchi. Il più ricco è Liang Wengen, magnate delle costruzioni che può vantare un patrimonio di 11 miliardi di dollari. Per l’istituto di ricerca Hurun di Shanghai, in due anni i miliardari cinesi sono più che raddoppiati: nel 2009 erano 130, mentre nel 2011 sono schizzati a 271 e il numero dei miliardari potrebbe crescere ancora del 20% entro il 2014.
Un bacino di Paperoni sempre più attratto dal mercato dell’arte, tradizionalmente riservato alle élite occidentali. L’agenzia di informazione Artprice ha calcolato che l’ammontare delle vendite nelle case d’asta cinesi ha superato i 9 miliardi di dollari. La crisi c’è ma non per tutti.
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