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Crisi, non serve un pm ma un rating che nasca in Europa

L’indagine della procura di Trani su Standard & Poor’s e Fitch è una mossa temeraria. Ma è giusto che gli Stati imparino a difendersi meglio. Magari con un’agenzia sotto la tutela della Bce.

Crisi, non serve un pm ma un rating che nasca in Europa Crisi, non serve un pm ma un rating che nasca in Europa
di Redazione

di Giampiero Cantoni

Possiamo fidarci delle agenzie di rating? Questa è una domanda legittima e proveremo tra un istante a dare una risposta. Di certo però è una mossa temeraria agire come la Procura di Trani, che ha sottoposto a perquisizioni e ha fatto presentire un’azione giudiziaria nei confronti degli analisti di Standard & Poor’s e di Fitch. In questo modo, secondo ahimè una moda italiana, trasferiamo tutti i problemi sul piano giudiziario, e non è una cosa che ci accredita come Paese serio e affidabile.

Magari ci fa abbassare il rating, non sulla solvibilità finanziaria, ma su quella dell’intelligenza.Torniamo a cose più serie. Standard & Poor’s ha abbassato il rating di buona parte dei Paesi Dell’Eurozona. La sospirata tripla A resta patrimonio esclusivo della Germania (per ora). Tanto è bastato a farci precipitare subito nel panico. Ma è giusto affidarsi ai giudizi di questi operatori?

Una premessa. Il mercato delle agenzie di rating è, di fatto, oligopolistico. Lo è per colpa del regolatore americano, la Sec, che per anni lo ha mantenuto limitato, nella convinzione che fosse più semplice regolamentare pochi grandi operatori che molti. Oggi ci sono 11 agenzie, le maggiori sono tre, qualcuno è ai nastri di partenza e si sta scaldando. Qualche mese fa manifestò l’intenzione di entrare nel mercato Kroll, il grande investigatore.

Come mai le agenzie sbagliano tanto spesso? Si direbbe: perché anche i valutatori sono umani. C’è però un problema di conflitto d’interessi. Infatti molto spesso i rating sono «solicited»: cioè pagati dalle stesse imprese valutate. Non è così per gli Stati: che vengono misurati su parametri basati su dati pubblici e noti a tutti.

Ciò detto, è opportuno che l’Europa si faccia condizionare da un pugno di analisti? No, non lo è. Più Concorrenza fra agenzie di rating aiuterebbe ad avere valutazioni più sensate, soprattutto per le imprese. Per quanto riguarda gli Stati, è necessario non dimenticare mai che le valutazioni, squisitamente economiche, degli analisti faticano a comprendere che c’è un salto logico, fra aritmetica e politica. In particolar modo per i Paesi ad alta fiscalità e alta spesa pubblica, come quelli dell’Europa mediterranea, aspettarsi correzioni automatiche è rischioso quando non aleatorio.

«Lettori» del presente che avessero contezza non solo dei valori contabili, ma delle variabili politiche che condizionano la vita pubblica italiana, sarebbero stati più clementi con il nostro Paese. E magari lo sarebbero stati meno, e non da oggi, con la Francia: Paese che ha conservato a lungo la tripla A a causa del suo rapporto debito-Pil, nella generale ignoranza circa le dinamiche politiche che ne governano la spesa e che, inevitabilmente, vanno verso una continua dilatazione.

I rating non sono un verdetto del mercato, non vengono da un sistema decentrato e plurale di condivisione di informazione e conoscenza. Non sono, insomma, dei prezzi. Sono la valutazione di singole agenzie, di singoli

team di analisti. Noi leggiamo con interesse i rapporti di think tank e centri studi, ma non crediamo siano il Vangelo. Neppure i rating sono il Vangelo.

Contribuiscono a spiegare un pezzo di realtà, ma non tutta la realtà. Teniamolo presente. E vediamo di ricordarci ciò che le agenzie non vedono. Sarebbe opportuno lanciare un’agenzia di rating che nasca non più sotto la tutela della Sec ma della Bce, con caratteristiche di indipendenza e di trasparenza. Agendo senza paraocchi, vedrebbe il grande patrimonio degli italiani, che costituisce per il nostro Paese un «cuscinetto di capitale» di cui altre realtà sono prive. Vedrebbe la forza del nostro sistema di piccole e medie imprese, che ha retto l’urto della globalizzazione.

Vedrebbe la fase politica nuova, nella quale una concordia prima sconosciuta ci sta aiutando a fare riforme non facili (più coraggio, presidente Monti!) e che non solo l’Italia, ma anche Francia, Spagna, Portogallo, per non parlare della Grecia, dovrebbero avere il coraggio di mettere in cantiere. E ai signori di Standard & Poor’s abbiamo i titoli per rispondere con Shakespeare: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio...».

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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