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Fiat: negli Usa modelli nuovi, in Italia solo cassa integrazione

Marchionne annuncia a Las Vegas l’arrivo di 6 nuove Chrysler. Nel nostro Paese invece solo briciole dei 20 miliardi promessi. Che ormai sono da dimenticare

Fiat: negli Usa modelli nuovi, in Italia solo cassa integrazione Fiat: negli Usa modelli nuovi, in Italia solo cassa integrazione
L'ad di Fiat Sergio Marchionne in visita in uno stabilimento della Chrysler nell'Illinois (Credits: LaPresse)
di Giuseppe Cordasco

L’amministratore delegato di Fiat-Chrysler, Sergio Marchionne, ha scelto nientemeno che il palcoscenico di Las Vegas per lanciare sul mercato americano sei nuovi modelli di autovetture che entreranno gradualmente in produzione nei prossimi 18 mesi. Messa così, la notizia in questione potrebbe risultare molto positiva e in effetti lo è. Peccato però che questa positività strida notevolmente con il fatto che invece in Italia il Lingotto si ostini ormai da tempo a non voler innovare. Anche il lancio della Nuova Punto previsto da tempo per il 2013, è slittato al 2014 e ora è stato rimandato addirittura al 2015. Una scelta tra l’altro ribadita orgogliosamente dallo stesso Sergio Marchionne che ha fatto sapere che finché le vendite non si riprenderanno e lo scenario del mercato europeo rimarrà così blando, non ci sarà alle viste nessun lancio di nuove autovetture.

“È la conferma del diverso posizionamento che i marchi Fiat-Chrysler hanno ormai sui diversi mercati delle due sponde dell’Atlantico” fa notare a Panorama.it il professor Aldo Enrietti, economista dell’Università di Torino e grande esperto di casa Fiat. “Gli Usa dopo la crisi del 2008 sono in grande ripresa. Un risultato ottenuto però, nel mercato delle auto, con una profonda ristrutturazione che ha portato alla scomparsa di ben 15 stabilimenti produttivi e a una diminuzione della capacità produttiva quantificabile in 3 milioni di vetture all’anno. Un sacrificio che in Europa, e in particolare in Italia, è ancora lontano dall’essere attuato. Nel nostro Paese è stato chiuso il solo sito produttivo di Termini Imerese , e in generale persiste dunque una produzione che supera ampiamente le richieste del mercato”.

In queste condizioni dunque, niente di strano che Marchionne decida di investire massicciamente su un mercato che comincia a tirare, mentre continua a rimanere alla finestra su un altro dove le vendite stentano a riprendersi e il futuro a breve dei lavoratori prevede solo la cassa integrazione. Peccato però che di mezzo ci sia la promessa, fatta a suo tempo dallo stesso amministratore delegato della Fiat, di investire in Italia ben 20 miliardi di euro. “Ormai però questa è storia vecchia – sentenzia Enrietti -, e quelle cifre sono totalmente da dimenticare. Marchionne ha addirittura affermato che anche la denominazione di Fabbrica Italia data al nuovo stabilimento sorto a Pomigliano è da cambiare perché enfatizza promesse che non si possono assolutamente più mantenere”.

Il tutto mentre sull’altra sponda dell’Oceano per il lancio della sola Chrysler 200, una nuova berlina presentata anch’essa a Las Vegas e che dovrebbe inserirsi in una fetta di mercato dominata finora da Toyota, Ford, General Motors e Hyundai, verranno spesi qualcosa come 2 miliardi di dollari. Insomma il messaggio è molto chiaro: Fiat-Chrysler spende dove si riesce a vendere. A questo punto ci si chiede allora chi o cosa possa spingere Marchionne a rivedere questi progetti al ribasso che riguardano il nostro Paese. “In questo senso – attacca Enrietti – io credo che il governo Monti dovrebbe intervenire con più durezza nei confronti della Fiat. Da tempo si annuncia un incontro tra Marchionne e il ministro Fornero, che però per il momento non ha ancora avuto luogo”.

Un interventismo politico le cui ragioni non andrebbero ricercate solo nel rischio che, come ventilato più volte dallo stesso Marchionne, si possa arrivare alla chiusura di qualche altro stabilimento in Italia, ma anche per le pesanti ricadute che ci sarebbero su tutta la nostra economia italiana. “Non dobbiamo dimenticare che intorno alla Fiat – sottolinea Enrietti – ruota un indotto nel quale hanno investito numerose multinazionali, che ora con la produzione scesa a 400mila auto all’anno, potrebbero anche decidere di andarsene giudicando poco conveniente rifornire dall’Italia un’impresa in caduta libera a livello produttivo”.

Una circostanza che potrebbe mettere a rischio migliaia e migliaia di posti lavoro in un settore che resta ancora ad alta intensità occupazionale. “Io credo che il governo dovrebbe intervenire con più efficacia – aggiunge Enrietti – ottenendo da Marchionne che almeno interrompa questa corsa a dilatare a tempo indeterminato l’avvio degli investimenti. Non saranno più 20 miliardi, magari si tratterà di una cifra inferiore, però è tempo che la Fiat si decida a mettere in campo le risorse che ha a disposizione, perché qui ne va del futuro di un pezzo fondamentale della nostra industria. Ad esempio – conclude Enrietti – già per tutto il 2013 è quasi sicuro che lo stabilimento Mirafiori non produrrà nulla di nuovo , e questo non è un bel segnale”.

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