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Il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino: tagliare è difficile, meglio dismettere

I margini per intervenire sono esigui: per il 94 per cento la spesa «non è rimodulabile». Più facile alienare parti del patrimonio pubblico, per abbattere sia il debito sia il ricorso al mercato.

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di Redazione

di Stefano Vespa

Sorpresa: nel 2011 in Italia le perdite prodotte dal sistema sanitario sono diminuite del 28 per cento. Luigi Giampaolino, presidente della Corte dei conti, anticipa a Panorama questo dato che sarà ufficializzato fra un mese. Un elemento positivo che si aggiunge ai 2,9 miliardi di minori spese cui aveva fatto cenno il Def, il documento di economia e finanza.

Mentre si apre l’epoca del commissario ai tagli Enrico Bondi, appena nominato dal presidente del Consiglio, Mario Monti, la magistratura contabile è un osservatorio privilegiato per capire dove si deve intervenire per ridurre la spesa, come per esempio gli appalti per le infrastrutture o le dismissioni, e dove invece la Corte può fare poco, come per le consulenze.

Presidente Giampaolino, anche il ministro Piero Giarda indica quello sanitario come uno dei settori da cui ottenere i maggiori risparmi. Quali sono i dati in vostro possesso?

Nella sanità abbiamo registrato miglioramenti di rilievo negli ultimi anni. Nel 2011 sono stati spesi 112 miliardi, cioè 2,9 meno del previsto, con una flessione dello 0,7 per cento che non si verificava da tempo. Contestualmente, le perdite prodotte dal sistema sono scese di un ulteriore 28 per cento, perdite che comunque dovranno essere ripianate dalle regioni.

Come spiega l’inversione di tendenza?

Con i progressi fatti nella definizione dei budget e con una sempre più accurata informazione sulla gestione e sulle prestazioni rese. Fondamentali sono stati i cosiddetti Lea, gli indicatori di qualità dei livelli essenziali delle prestazioni, che sono utilizzati per la valutazione delle performance dei servizi regionali. I Lea, insieme con l’affinamento delle informazioni disponibili, rendono quella del settore sanitario l’esperienza di analisi dei processi produttivi più avanzata e più completa, che può costituire la base indispensabile per qualunque processo di revisione della spesa.

La definizione dei costi standard validi in tutta Italia, di cui si parla da tempo, può essere un ulteriore strumento?

Sicuramente sì. Il percorso per arrivare ai costi standard è ancora lungo ma merita di essere accelerato.

Le infrastrutture sono da sempre una spina nel fianco per lo sviluppo: ritardi, costi che aumentano, appalti nel mirino della magistratura. Come si può intervenire?

In una fase in cui la crescita economica costituisce l’obiettivo prioritario, la scarsa dotazione infrastrutturale dell’Italia è un indubbio problema: basti dire che l’anno scorso il World economic forum ci ha piazzato al 73° posto su 134 paesi. Tra i vari problemi emergono la mancanza di un’adeguata programmazione pluriennale del bilancio pubblico e di una valutazione sistematica dei costi e dei benefici dei progetti, la frammentarietà delle fonti di finanziamento, lo scarso monitoraggio. Il tutto si ripercuote sui tempi e sui costi: per le opere pubbliche di valore superiore a 10 milioni di euro, la sola progettazione può durare oltre 5 anni e per la realizzazione si devono aspettare non meno di 10 anni.

Meno burocrazia significherebbe meno sprechi?

Soprattutto in materia di appalti la iperregolamentazione determina un irrigidimento e un’eccessiva burocratizzazione. Il mercato di quel settore, invece, è dinamico. Serve rivedere le priorità di intervento, semplificare le norme e anche rimuovere gli ostacoli alla finanza di progetto che rendono in Italia particolarmente esigua la parte di opere infrastrutturali finanziata con fondi privati. Infine, le stazioni appaltanti sono troppo frammentate e le tariffe sono fissate in base a norme che cambiano frequentemente, rendendo aleatorie le previsioni riguardo al rendimento degli investimenti realizzati.

Un ostacolo per il governo che deve procedere ai tagli è l’eccessiva rigidità della spesa. Quali indicazioni può fornire la Corte?

Le previsioni di bilancio per il 2012 mettono in evidenza una spesa primaria in gran parte assorbita da stanziamenti che vengono definiti «non rimodulabili»: parliamo di oltre il 94 per cento di risorse per le quali lo Stato non può esercitare un effettivo controllo amministrativo sulle variabili che concorrono alla loro formazione e quantificazione. Qui però si entra nell’ambito delle scelte politiche perché, come ha sottolineato anche il ministro Giarda, si tratta di rivedere i confini di intervento dello Stato. In altri termini, si potrebbero individuare i settori oggi a carico dello Stato che invece potrebbero essere aperti al mercato, mantenendo solo quelli effettivamente indispensabili.

In un’audizione del 23 aprile davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato lei ha parlato anche di dismissioni.

Il Def, pur annunciando lavori preparatori per una ripresa delle cessioni patrimoniali, prevede introiti da privatizzazioni pari a zero fino al 2015 compreso. Invece le dismissioni del patrimonio pubblico, evitando naturalmente le semplici svendite, sarebbero opportune non solo per il beneficio in termini di riduzione del debito, ma soprattutto perché abbatterebbero il ricorso netto al mercato nei due anni che ci separano dal programmato equilibrio di bilancio, con ovvio impatto positivo sullo spread. Il governo, secondo me, dovrebbe prevedere una sede dedicata supportata da una task force per acquisire elementi sui cespiti pubblici cedibili e definire uno specifico piano industriale.

Pare più facile, invece, intervenire sulla piccola percentuale di spese «rimodulabili».

In questo caso per ridurre gli sprechi e le inefficienze non servono nuove leggi, è sufficiente modificare le norme di attuazione e migliorare l’organizzazione di ciascun comparto di spesa. In generale, sarebbe opportuna una migliore stima anticipata delle spese rispetto ai fabbisogni effettivi, un’attenta individuazione degli interventi pubblici e un intenso lavoro sul miglioramento degli indici di performance.

Resta il pozzo nero delle consulenze: pur con un calo del 4,5 per cento rispetto al 2010, secondo il ministero della Pubblica amministrazione nel 2011 sono costate 689 milioni. La Corte più volte è intervenuta su casi singoli, ma in generale che cosa può fare?

Interveniamo quando gli enti superano del 20 per cento una determinata spesa inserita nel bilancio di previsione: l’anno scorso il 10 per cento degli enti ha sforato. Per il resto, in sede di controllo preventivo di legittimità possiamo limitarci a controllare il rispetto delle procedure. Se sono state rispettate, la consulenza è regolare. Ciò non toglie che poi, nei casi patologici, la Corte possa giungere alla condanna con risarcimento del danno erariale.

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