Per il ministro Barca avere due figli su tre che lavorano all’estero "va bene così". Almeno fino a quando l'Italia non diventerà un paese competitivo. Ma se quella della sua famiglia fosse una media nazionale, ci sarebbe ben poco da sorridere. La fotografia della realtà, comunque, fa impressione: si tratta di oltre 2 milioni di giovani under 40 che hanno scelto la fuga dall'Italia nel 2010 (ultimi dati disponibili), di cui 350 mila tra i 18 e i 24 anni, 600 mila tra i 25 e i 34 anni e 650 mila tra 35 e 40 anni.
La stima, ottenuta incrociando i dati Aire (anagrafe degli italiani all’estero) e Istat, è di ITalents, un’associazione il cui intento è quello di far circolare le idee e le competenze a vantaggio delle nostre imprese, mettendo in rete i giovani italiani che si trovano all’estero per lavoro. Una cifra alta? Senza dubbio inferiore alla media della famiglia Barca (2/3): se prendiamo la fascia dai 18 ai 34 anni, si tratta di poco meno di 1 milione rispetto ai 6 milioni di giovani occupati stimati dall’Istat nel 2011, ossia un giovane su sei.
I numeri, però, sono da prendere con le pinze. Almeno secondo la Caritas, che ha spiegato come molti emigranti vivano una sorta di periodo di prova, prima di cancellarsi definitivamente dall’Aire. Quindi i dati ufficiali sono in genere sottostimati e non è esagerato ritenere che i ritardatari nella cancellazione dall'anagrafe siano in numero annuale pari ai già cancellati: in tutto si tratterebbe ogni anno di circa 100 mila giovani, nell’accezione più ampia che comprende la popolazione fino ai 40 anni.
Fuga dei cervelli (e non solo, ormai) che pesa anche sulle casse dello Stato, visto che la maggior parte di loro si è formata attraverso strutture pubbliche pagate dalla collettività: decine di migliaia di euro a testa per un percorso formativo che giunge spesso fino alla laurea se non addirittura a un master. Senza considerare la perdita di valore per il nostro tessuto industriale.
L’Istituto per la Competitività (I – Com), presentando lo scorso novembre una ricerca al Senato, parlava di circa un miliardo di euro perso, pari al capitale generato dai 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli depositano all’estero ogni anno. Un giovane ricercatore italiano, infatti, avrebbe una produttività media di ventuno brevetti che equivalgono a 63 milioni di euro e che diventano 148 milioni in una proiezione ventennale.
Tutte idee (e soldi) a vantaggio di paesi come USA, Germania, Francia e Regno Unito e che andandosene stanno trasformando l'Italia in un paradiso solo per turisti e pensionati. E lo spettro Grecia rimane dietro l'angolo.
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