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Niente fidi per L'Unità alla famiglia Angelucci

Gli imprenditori romani, proprietari di Libero e del Riformista, si sono visti bloccare dall’Unicredito i prestiti per l’acquisto del giornale fondato da Gramsci. Per una norma interna della banca. Che li ha fatti infuriare

Tag:  Alessandro-profumo giampaolo-angelucci Tosinvest Unicredit Unità

di Redazione

di Marco Cobianchi

Alessandro Profumo perde un cliente, dopo aver perso un azionista. Si tratta della famiglia Angelucci, storicamente legata alla Capitalia gestione Cesare Geronzi. La banca romana è stata, infatti, quella che ha finanziato il gruppo, attivo nel settore della sanità e dell’immobiliare, quando ha acquistato due giornali: Libero e Il Riformista. Ma dopo la fusione con l’Unicredito guidata da Profumo, Giampaolo Angelucci, il 35enne presidente della Tosinvest sanità e anima delle operazioni editoriali (esponente della seconda generazione industriale insieme con i fratelli Alessandro e Andrea), si è visto negare la possibilità di accedere a nuovi crediti per finanziare l’acquisto del terzo quotidiano, L’Unità. Come mai?

Certo non a causa della solidità patrimoniale, ma per via di una politica del credito che vieta all’istituto milanese di fornire mezzi finanziari destinati all’acquisizione di aziende editoriali, se non dopo un’autorizzazione speciale a livello di direzione generale. Si tratta di una regola che all’Unicredito è sempre esistita ma che Profumo ha reso ancora più stringente, stabilendo che questi prestiti dovessero essere autorizzati addirittura del consiglio d’amministrazione.

Questa regola è scattata anche nei confronti degli Angelucci, che presso la Capitalia avevano una linea di credito specificamente destinata a questo scopo. Linea di credito che, però, l’Unicredito, diventato nel frattempo proprietario della Capitalia, non ha più autorizzato.

Perciò, al momento della richiesta di nuovi finanziamenti da investire nell’Unità, gli Angelucci si sono trovati davanti a una procedura molto complicata che prevedeva l’ok del consiglio d’amministrazione. Ma fonti interne negano che il dossier sull’Unità sia mai passato al vaglio del cda e non risulta nemmeno che sia all’ordine del giorno delle prossime riunioni.

Pare che gli Angelucci abbiano vissuto il no a nuovi finanziamenti (a loro che con 2.500 dipendenti fatturano ogni anno oltre 170 milioni di euro) come un affronto. Un affronto arrivato più o meno nello stesso periodo in cui la famiglia ha deciso di varare un’importante operazione borsistica proprio sui titoli Unicredito.

All’inizio di ottobre gli Angelucci hanno ceduto in borsa la partecipazione dello 0,4 per cento del gruppo Unicredito che avevano in portafoglio in quanto «non rientrava più in una logica di ottica finanziaria». Dalla cessione la famiglia ha incassato 431 milioni di euro, che verranno incamerati dalla finanziaria lussemburghese Tosinvest, la cassaforte del gruppo, che adesso si trova con una liquidità di circa 500 milioni.

Le attività editoriali fanno invece capo alla controllata Tosinvest editoria srl, la stessa che nel 2001 ha comprato Libero garantendogli 30 milioni di investimenti, serviti a trasformare il quotidiano guidato da Vittorio Feltri in un giornale nazionale. Nel 2006 Libero ha chiuso il bilancio con profitti per 187 mila euro.

Il Riformista, comprato l’anno scorso per 18 milioni di euro, nel 2006 ha perso 457 mila euro. Per quanto riguarda L’Unità, la valutazione dell’80 per cento, quota che gli Angelucci intendono acquistare, è di 20 milioni di euro.

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