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Vi spiego perché giocare online sui siti legali conviene. A tutti

In un'intervista a Panorama.it, Andrea Rangone, Responsabile Osservatori ICT del Politecnico di Milano, fa luce sul fenomeno del gaming su Internet nel nostro Paese

Vi spiego perché giocare online sui siti legali conviene. A tutti Vi spiego perché giocare online sui siti legali conviene. A tutti
di Roberto Catania
gioco

Il gioco online è la terza voce di spesa dell'intrattenimento in Italia: è quanto emerge dai risultati dell’Osservatorio Gioco on Line del Politecnico di Milano, del quale vi abbiamo fornito un estratto qualche giorno fa. La spesa per il gaming su Internet è stata nel 2011 di 735 milioni di euro (+7% rispetto al 2010), una cifra - commenta Agipronews - di poco inferiore a quella fatta registrare ai botteghini cinematografici nello stesso periodo (748 milioni, -10% rispetto al 2010). Nel mercato dell'entertainment solo il settore dei videogiochi e delle consolle cresce di più, con poco più di un miliardo speso e un aumento del 10%. Surclassati, invece, sia gli incassi del teatro, fermi a 395 milioni (-1%), sia quelli per le partite allo stadio, quasi tre volte inferiori (256 milioni, -5%).

Lecito, di fronte a questi dati, chiedersi se stiamo vivendo una fase di "hype", destinata prima o poi a sgonfiarsi, o se invece dobbiamo abituarci all'idea che il gioco online sarà sempre di più un pezzo della nostra vita ricreativa. Per capirne di più, Panorama.it ha intervistato Andrea Rangone, Responsabile Osservatori ICT del Politecnico di Milano.

Iniziamo dalle cifre: 735 milioni di euro solo nel 2011, e senza tenere conto della spesa di chi ancora va sui siti esteri…

Già, contando anche quelli superiamo nel complesso il miliardo di euro. Se il mercato autorizzato dall'AAMS (l'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato) è infatti di quasi 750 milioni di euro, la spesa sulle piattaforme dot com è di circa 2-300 milioni di euro.

Perché ci sono ancora così tanti utenti che vanno sui siti esteri?

Da un lato perché cercano alcuni giochi che in Italia non sono stati ancora regolamentati, mi riferisco ad esempio al bet exchange, alle slot digitali o alle scommesse virtuali; dall’altro perché non vogliono avere vincoli di nessuna natura.

Significa che nel nostro Paese le limitazioni sono più restrittive di quelle presenti negli altri Paesi?

Sono fra le più restrittive e avanzate a livello internazionale. Gli utenti devono registrarsi, devono fornire indicazioni certe sulla propria identità, devono definire una soglia di autolimitazione da non superare. E' un processo più oneroso rispetto ad analoghi processi online, pensiamo ad esempio all’ecommerce. Ma si tratta di un passaggio obbligato nell'ottica di fornire un certo tipo di tutela ai giocatori. Non è un caso che diversi Paesi europei stiano prendendo l’Italia come modello per fare i loro passi nella liberalizzazione di questo settore.

In questo senso i dati dell’Osservatorio sono piuttosto eloquenti: chi gioca sui siti italiani autorizzati lo fa in modo generalmente responsabile.

Questo è ciò che ci dice il potente database di Sogei: tre giocatori su quattro spendono meno di 75 euro al mese.

Fin qui le considerazioni sui giocatori. Veniamo ora a chi sta dall’altra parte della barricata. Cosa consiglierebbe a chi volesse investire quattro soldi nel business del gioco online: meglio restare in Italia acquistando una licenza o migrare all’estero?

Oggettivamente penso che aprire un sito dot com allo stato attuale sia un non-senso economico ed imprenditoriale: bisogna avere un sacco di soldi da investire in marketing per farsi conoscere, considerata la miriade di siti che già esistono. Teniamo presente che si tratta di un mercato di commodity: i giochi sono sempre quelli e le piattaforme arrivano quasi sempre dagli stessi fornitori: in un contesto come questo è difficile essere competitivi con degli asset differenziali reali.

Con la licenza italiana, invece, tutto è più facile?

La licenza (dai 50mila ai 350mila euro) non è comunque sufficiente per garantire il successo. Gli operatori devono comunque giocarsi la propria partita. Ho la sensazione che i 270 operatori che ci sono oggi in Italia non siano pochi, anche perché si tratta di un mercato estremamente concentrato: i primi 10 operatori fanno il 75% del mercato.

Insomma, anche l’Italia comincia a essere un mercato competitivo. Cosa bisogna fare allora per non essere uno dei tanti?

Il mercato predilige chi dimostra di avere degli asset chiari: può essere un sito ben conosciuto all’estero che decide di entrare in Italia, oppure chi ha dei differenziali forti in termini di traffico o di brand. Una start-up senza arte né parte non ha molte chance di successo, oltre ai soldi per la licenza dovrebbe spendere parecchio per farsi conoscere.

Visti da fuori, però, questi siti sembrano un po’ tutti uguali…

La differenza la fanno soprattutto due aspetti: da un lato c’è il marketing, che non è solo la spesa pubblicitaria ma la comunicazione a tutti i livelli, compresi i social media le community, dall’altro c’è il portafoglio prodotti: il mercato premia in molti casi la strategia di nicchia, chi punta solo su alcuni giochi specifici, il bingo piuttosto che il poker o gli skill games. Sono realtà che in termini assoluti fanno magari dei volumi abbastanza piccoli ma che riescono a spendere in maniera efficiente il proprio budget limitato e, quindi, a far girare i propri conti economici. Vi è poi un terzo aspetto che credo assumerà un peso sempre maggiore ed è la capacità di portare i giochi al di fuori del mondo PC.

Smartphone dunque?

Sì, ma anche tablet e connected tv. Ambiti che per il momento sono poco considerati, giacché il core business è ancora nel mondo PC. Credo però che il mercato premierà chi riuscirà ad essere efficace sulle piattaforme alternative, soprattutto ora che il settore è a livello embrionale.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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