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Tutor d'impresa: cos'è e come funziona

La nuova figura individuata all'interno dello Sportello unico delle attività produttive assisterà gli imprenditori dall'avvio alla conclusione delle pratiche amministrative

Tutor d'impresa: cos'è e come funziona Tutor d'impresa: cos'è e come funziona
credits: Carlo Carino / Imagoeconomica

Tag:  decreto fare imprese pubblica amministrazione semplificazione-normativa

di Massimo Morici

Da non confondere con il tutor aziendale, ossia il dipendente che ha il compito di seguire i giovani inseriti in un'azienda, il tutor d'impresa è una figura pubblica introdotta con il disegno di legge "Semplificazioni" varato mercoledì dal Consiglio dei ministri e individuata all'interno dello Sportello unico delle attività produttive (istituiti nei Comuni o nelle Camere di commercio) per migliorare l'efficienza dell'attività amministrativa delle Pmi.

In pratica il tutor, che sarà verosimilmente un dipendente comunale o della Camera di commercio attivo presso lo Sportello unico, assisterà le imprese dall'avvio alla conclusione dei procedimenti amministrativi, curando le informazioni sulle normative applicabili e gli adempimenti richiesti per l'esercizio delle attività.

Gestità, inoltre, le nuove semplificazioni per le bonifiche e le procedure di messa in sicurezza dei terreni per attirare investimenti necessari alle ristrutturazioni e alle riconversioni industriali.

Le best practice, di cui il tutor d'impresa assicura l'osservanza, saranno curate dai ministeri dello Sviluppo e della Pa in collaborazione con Regioni, Anci, Unioncamere e associazioni di imprese, e pubblicate ogni anno sul portale impresainungiorno.it

Con la nasciata di questa nuova figura, insomma, il nostro Paese compie un ulteriore passo in avanti nella semplificazione dei servizi agli imprenditori e, soprattutto, a chi vuole diventarlo in Italia, anche se da parte degli operatori sono emerse alcune perplessità nei confronti del provvedimento.

Del resto, come riporta l'ultimo rapporto Doing Business 2013 , di strada il nostro Paese ne deve fare ancora tanta: quest'anno, per esempio, si classifica al 73esimo posto su 185 Paesi del mondo per quanto riguarda la facilità a fare impresa, ben al di sotto dei nostri partner europei che hanno una posizione media attorno a 40.

Anche se le regolamentazioni stanno migliorando e negli ultimi anni il ritmo di cambiamento è aumentato, l'Italia indossa ancora la maglia nera tra i Paesi più sviluppati per quanto riguarda l'ottenimento dei permessi edilizi (103esimo posto su 185), l'allaccio alla rete elettrica (107), l'accesso al credito (104) e, soprattutto, la risoluzione delle dispute commerciali (160). In quest'ultimo caso i numeri sono impressionanti, con una media di 41 fasi processuali e una tempistica che va da 885 giorni e costi pari al 22,3% del valore della controversia a Torino fino a 2.022 giorni e costi che salgono al 34,1% a Bari.

Per quanto riguarda la tempistica di avviamento di un'impresa, invece, l'Italia si è allineata all'Europa con una media di 9 giorni necessari per sbrigare le pratiche (si va da 6 giorni, a Milano e Roma, a 16 giorni a Napoli): si tratta solo di due giorni in più rispetto alla Francia e tre in più della Danimarca, a fronte di una media Ue di 14 giorni e di 15 giorni in Germania.

Lo stacco con i partner europei, in questo caso, è sul fronte dei costi: da noi si spende una cifra pari al 14,5% del reddito pro capite, mentre la media nella Ue scende al 4,9%, nei Paesi Ocse al 4,5%, con spese irrilevanti in Francia (0,9%), nel Regno Unito (0,7) e in Danimarca (0,2%). Colpa, in questo caso, di imposte e diritti di segreteria, che pesano per un quarto del totale, e soprattutto dei costi notarili, pari al 72,2% delle spese totali di avviamento.

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