• RSS
  • youtube
Home  -  Economia  -  Euro  -  Giulio Tremonti e la squadra salva euro

Giulio Tremonti e la squadra salva euro

E nel weekend più lungo dell’euro, con i governi a chiedersi «che fare?», il ministro tirò fuori dalla borsa il salvagente a cui tutti si sono aggrappati

Giulio Tremonti e la squadra salva euro Giulio Tremonti e la squadra salva euro

Tag:  euro giulio-tremonti grci panorama in edicola

di Redazione

di Oscar Giannino

Innanzitutto, la squadra. La cerchia più ristretta che per conto di Giulio Tremonti segue ogni giorno l’evoluzione dei mercati, le aste dei titoli pubblici di mezzo mondo, gli andamenti dei cambi e delle operazioni repo della Bce. Vittorio Grilli, naturalmente, il direttore generale del Tesoro, ma questo è noto a tutti. Insieme a lui due alti dirigenti di via Venti settembre, abitualmente fuori dall’attenzione dei media, Carlo Monticelli e Alessandro Rivera. Sono questi i cervelli che da mesi seguono ogni giorno al fianco di Giulio Tremonti il videogame della crisi che ci accompagna da un anno e mezzo, in cui «ogni volta che uccidi un mostro se ne presenta un altro», come ripete sempre il ministro dell’Economia. E sono loro che, dall’inizio di febbraio, commentando ogni giorno l’attacco dei mercati alla Grecia, avevano concluso che non si trattava di un episodio.

Era una nuova fase della crisi. Dopo quella di solvibilità degli intermediari di debito privato (le banche), quella di solvibilità dei debiti pubblici (e ancora delle banche, che quei titoli tengono in portafoglio). All’inizio ballerà la Grecia perché ha mentito, poi balleranno gli iberici e l’Irlanda. E se l’Unione non si muove, balleranno tutti tranne i titoli dello stato germanico. Questa la diagnosi a inizio marzo, dicono, di Monticelli.

Uno che i mercati li conosce bene. Laurea in economia a Genova, dottorato ad Ancona, due anni a Oxford a specializzarsi in politica monetaria, poi in Bankitalia dal 1990 al ’94 alla testa della sezione internazionale e cambi. Poi ancora al Mit, tre anni alla Deutsche Bank capo della ricerca al desk europeo sui mercati globali. Dal 2002 al Tesoro, alla testa delle relazioni internazionali, e direttore della Bei.

Se Monticelli è l’aruspice di mercati e borse, Alessandro Romano sa tutto delle banche. Ma come giurista. È il capo della Direzione IV all’Economia, quella che si occupa del sistema bancario, degli affari legali, della regolamentazione e vigilanza sugli intermediari. E dunque anche della vigilanza che al ministero spetta – questione delicatissima, visti i rapporti tra Tremonti e il governatore Mario Draghi – sulla Banca d’Italia e sulle grandi aziende partecipate dal Tesoro. Eni, Enel, Finmeccanica passano sotto la sua lente prima che sotto quella di Grilli. Il Fondo per la capitalizzazione delle piccole imprese, che partirà tra poco, ha avuto lui come perno del rapporto con l’Abi e le fondazioni bancarie, per scriverne le regole. A tutto questo aggiunge la cooperazione internazionale.

Ed eccoci al punto. Perché è dalla fervida mente di Romano, col supporto tecnico operativo di Monticelli, che Grilli e Tremonti hanno ricavato l’uovo di Colombo che, alla fine, nel più tormentato Consiglio europeo della storia della moneta unica, ha sbloccato il braccio di ferro francotedesco, nella tarda serata di domenica 9 maggio.

Ma bisogna fare un passo indietro. Al giovedì e al venerdì precedenti, quando i mercati europei hanno imboccato il precipizio. Tanto da obbligare i ministri dell’Economia e i capi di governo a modificare tutti i loro programmi per il finesettimana.

La Germania aveva voluto per due volte in due mesi ridurre la questione greca ai soli trucchi di Atene, e all’imposizione di durissimi tagli alla spesa pubblica, pensioni di tutti e salari statali, libertà di licenziamento nel settore privato. Ma le previsioni fosche dei moschettieri del Tesoro, in linea con quelle degli operatori del mercato, si rivelavano giuste. Avere dato al mercato una data precisa per sfidare la tenuta degli eurodebiti, il 9 maggio, quando si votava nel Nord Reno-Vestfalia, significava la certezza che il mercato avrebbe sfondato.

Bisognava subito, venerdì stesso, annunciare una strategia condivisa estesa a tutti i paesi dell’euro e non solo alla Grecia. E approfittare del finesettimana per una maratona con la Bce riunita per i fatti suoi, la Bri (la Banca dei regolamenti internazionali che promuove la cooperazione tra le banche centrali) a Basilea in seduta permanente, Eurogruppo, Ecofin e Consiglio europeo pronti in sequenza a tradurre l’intesa in punti concreti. Tutto prima dell’apertura dei mercati asiatici lunedì alle 2 del mattino: altrimenti, l’abisso.

Tremonti d’impostazione è un classico filotedesco (dargli dell’antiamericano è sbagliato, ma diciamo pure che non solo la finanza Usa, è proprio l’American way of life a non convincerlo). Ma negli ultimi mesi passo passo ha virato la sua posizione. Dichiarazioni felpate, con un inizio di pressione sui tedeschi perché cambiassero idea, non continuassero a pensare di essere l’unica fortezza al riparo dai guai, indifferente al destino comune. Venerdì 7, i quattro punti del salvagente europeo erano annunciati. Ma lo scontro si profilava fortissimo.

Tra giovedì e l’inizio della riunione l’indomani, Tremonti aveva sentito tre volte il suo collega Wolfgang Schäuble, il solido avvocato protestante del Baden-Württemberg catapultato da Angela Merkel alle Finanze per tenere a bada le pretese antitasse dei liberali di Guido Westerwelle. Tremonti ha sempre avuto un ottimo rapporto con Schäuble. Da lui ha appreso i toni pressanti, ai limiti dell’incidente diplomatico, usati da Barack Obama nelle sue telefonate ad Angela Merkel, perché Berlino la piantasse di dire no a un’eurostrategia condivisa. Sarebbe stata crisi dell’euro e non solo dell’euro, visto che gli Usa devono essi per primi piazzare tanta di quella carta pubblica sui mercati da avere bisogno di una riduzione strutturale di 12 punti sul pil di deficit pubblico, per stabilizzare il debito pubblico intorno al 65 per cento del pil entro il 2030.

Ma proprio il collega tedesco, prima della riunione e dell’intesa generale di venerdì, informava Tremonti che tre punti essenziali restavano totalmente irrisolti. Nicolas Sarkozy stava esagerando, i rapporti con la cancelliera tedesca erano al lumicino dopo un aspro scontro telefonico in cui dall’Eliseo si era fatto presente che l’euro non poteva pagare per un’elezione locale tedesca, Merkel dicesse dunque sì a un vero fondo multilaterale europeo. Secondo: anche il presidente della Bce Jean-Claude Trichet, con il totale appoggio di Jürgen Stark del board e del presidente della Bundesbank Axel Weber, aveva duramente questionato con Sarkozy, arrivando a dirgli che evidentemente non sapeva di che cosa stesse parlando, se pensava di poter decidere e annunciare che l’Eurotower di Francoforte avrebbe preso ad acquistare il debito dei paesi dell’euro.

La Bce avrebbe prima perso la sua unica forza, l’indipendenza dalla politica oggi assai più accentuata che alla Fed, poi sarebbe stata travolta dalle scontate massicce vendite. Terzo: la Germania non era affatto sola. «Sette paesi stanno con noi» le parole di Schäuble a Tremonti.

Per Christine Lagarde (anche con la collega francese Tremonti ha un rapporto caloroso) i tedeschi stavano bluffando, per tenere buoni i propri elettori. Questa la convinzione di Sarkozy. Riferita a Silvio Berlusconi dal presidente francese in persona, prima del via libera al comunicato di venerdì. La maratona domenicale è stata seguita da Berlusconi sempre passo passo per via indiretta, dalla voce di Tremonti a Bruxelles.Con il Cavaliere impegnato a stemperare divergenze, puntellare il consenso ed evitare la catastrofe.

Sennonché domenica 9 le cose si sono riproposte proprio come Schäuble aveva predetto all’amico Giulio. I britannici si erano messi per traverso dalla sera prima. I polacchi avevano ritirato la candidatura all’euro. Ma i Paesi Bassi, la Finlandia, l’Austria, tutte una dopo l’altra nel pomeriggio della domenica si schieravano a favore della Germania.

Paradosso nel paradosso, la posizione tedesca avanzava ma... senza i tedeschi. Schäuble non era mai uscito dall’ascensore che lo conduceva alla riunione. La sua carriera di ministro guardia di ferro di Merkel è terminata con un ricovero d’urgenza a Bruxelles, il corpo piegato dalle fatiche a cui lo sottopongono da vent’anni esatti l’attentato subito nel 1990 e i tre colpi di pistola che ne hanno leso la spina dorsale. È stata pausa, dalle 17.40 di domenica per molte ore.

Mentre Merkel dalla piazza Rossa, dove era andata a dispetto di Silvio e Sarkò, rimasti a seguire il vertice dalle rispettive capitali, disponeva l’invio a Bruxelles del ministro dell’Interno Lothar de Maizière, e il niet germanico finiva per gravare tutto sulle spalle del peraltro roccioso sottosegretario alle Finanze Jörg Asmussen, Tremonti tesseva le fila con due ore di parlottio in piedi a bordo sala, in un continuo va e vieni con Lagarde e il belga Didier Reynders e l’austriaco Josef Pröll. Era nel frattempo scoppiata anche la grana spagnola, con Elena Salgado, presidente di turno del Consiglio imbarazzata a rappresentare il vero furore del premier José Luis Zapatero, convinto di finire dritto alla crisi se nel comunicato finale si fossero chiesti tagli aggiuntivi al bilancio di Madrid oltre che di Lisbona.

Fino a oltre le 22, la situazione è rimasta in stallo, mentre almeno nel frattempo con Bce e Bri si risolveva la formula da usare per rispettare l’autonomia della Bce nel valutare come, se e per quanto tempo e con quale ammontare operare acquisti di titoli pubblici sui mercati. È in quelle ore, alternandosi fra la ministra francese e gli alleati austriaci e olandesi della Germania, che Tremonti ha sfoderato l’arma segreta, la formula giuridica di compromesso alla quale avevano lavorato i moschettieri, Grilli, Monticelli e, per la stesura giuridica, Rivera. Il «veicolo speciale d’investimento», in cui raggruppare fino a 440 miliardi dei 500 di pronto intervento europeo, non esiste nella realtà precedente dei diversi strumenti di aiuto finanziario multilaterale. Bisognerà definirne per bene attuazione e funzionamento. Ma, contemporaneamente, non era il fondo automatico e autonomo governato dalla Commissione contrastato dai tedeschi, né il Fondo monetario europeo voluto dai francesi.

Tremonti ha lavorato di fino, in parallelo con Berlusconi, lasciando che fossero gli alleati della Germania a parlarne con de Maizière, prima di affrontare il colloquio finale coi tedeschi, forte di un sofferto sì di Lagarde pur di evitare il peggio. Visto che, nel frattempo, si era ben oltre la mezzanotte. E che, intanto, Sarkozy e Merkel avevano litigato pure sul ruolo enormemente generoso del Fmi, pronto a metterere di suo ben 250 miliardi. Con la cancellierra tedesca sbottata per telefono, al ritorno da Mosca, che era tutto merito tedesco, visto che con Obama l’aveva posto lei come condizione per sbloccare la situazione. E Sarkozy pronto a rimbeccarla di non raccontare frottole, perché era stato lui a convincere il francese Dominique Strauss-Kahn, che del Fmi è alla guida (e a Sarkozy medita di succedere).

All’una, l’intesa sul punto rovente era raggiunta. Berlusconi poteva mollare il telefono. Ma sui dettagli mancava ancora molto. All’una e 40, il conto alla rovescia sembrava preludere all’esplosione. Poi, 12 minuti prima dell’ora x, le 2, l’annuncio della conferenza stampa.

Quel che non bisogna dire è che i moschettieri di Tremonti non avevano con sé solo la borsa con la soluzione poi approvata. Al ministero da tre settimane era già pronta la lista di misure da assumere eventualmente anche nel giro di poche ore, se l’accordo fosse mancato e Roma si fosse trovata esposta in un giorno o due all’attacco dei mercati. Ma di questo è meglio non parlare, con gli uomini del ministro, altrimenti ti fulminano. «Bene, ora pensiamo ai conti nostri». Il ringraziamento di Tremonti ai moschettieri, alla fine dell’euromaratona, guarda già alla legge di stabilità, da varare a fine giugno per il 2011 e il 2012, con un giro di vite per 26 miliardi di euro.

  • Vai a:
     
     
    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
Commenti


Speciali

Speciali

Video Hot