L'Eurozona sta finalmente emergendo da due anni di crisi dei debiti nazionali. Così si sono espressi i leader dei Paesi Ue ieri nel vertice di Bruxelles in cui con la firma del Trattato di Stabilità è stato approvato il fiscal compact . Mentre questa mattina Il Financial Times titola: "I leader dell'Eurozona puntano ala ripresa". Segno che qualcosa sta veramente cambiando.
Primo: sul fronte della fiducia e della percezione che fuori dai confini europei si ha del nostro malridotto continente. Quella percezione che è fondamentale nella misura in cui, quando è stata negativa, ha causato il collasso finanziario con spread impazziti e costo del debito (già esplosivo) schizzato a livelli inverosimili soprattutto per le economie più disastrate (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo in testa).
Ora, approvato il fiscal compact , introdotto il prinicipio del pareggio di bilancio in ambito europeo (ogni singolo Stato dovrà ora ratificarlo internamente), è il momento di passare ai fatti. È quello che ci chiedono gli investitori stranieri , quelli che poi alla fine comprano i nostri titoli di Stato.
È quello che chiedono le banche italiane, le altre grandi accaparratrici di Btp e Bot. Che in questi giorni soffrono dolorosi mal di pancia per le decisioni del Governo Monti di tagliare commissioni allo sportello nell'ambito delle liberalizzazioni prossime all'approvazione alla Camera.
La fase peggiore della crisi è alle spalle, è quello che ieri e l'altroieri andavano ripetendo per i corridoi di Bruxelles i leader dei 25 paesi che hanno approvato il fiscal compact (Gran Bretagna e Repubblica Ceca sono rimaste fuori): il piano di salvataggio della Grecia da un parte, la continua immissione di soldi sul mercato da parte della Bce con altri 529 miliardi di euro arrivati alle banche dei Paesi in difficoltà (130 sono andati a quelle italiane), i piani di rilancio dell'economia in Italia e Spagna, sono tutte prove del fatto che l'Europa e le istituzioni ce la stanno mettendo tutta.
"Abbiamo voltato pagina" ha detto il presidente francese Nicolas Sarkozy. "La strategia che abbiamo messo in atto sta portando i suoi frutti".
E che i mercati ci credano ha avuto proprio in Italia la sua evidenza maggiore. Lo stesso Financial Times evidenzia come lo spread, ovvero il differenziale, tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi sia sceso ai livelli più bassi dallo scorso dicembre quando i nostri titoli staccavano cedole del 7% considerate al limite dell'allarme rosso-fallimento. Ieri erano a un tranquillo (e interessante) 4,92%.
Ma attenzione agli entusiasmi facili. È stato per primo il presidente della Bce Mario Draghi a frenare l'ottimismo. "La ripresa è fragile" ha detto, con il pensiero volto alla Germania di Angela Merkel che sta nicchiando all'ipotesi di rafforzare il fondo salvastati da 500 a 750 miliardi di euro come invece richiesto dal Fondo monetario internazionale e dai paesi extra Ue come dimostrazione di "buona volontà" a cui potrebbe seguire un loro intervento aggiuntivo a favore dei paesi Ue.
Perché se è vero che gli Stati deboli devono fare (e stanno facendo) la loro parte con manovre, sacrifici, tagli alla spesa, privatizzazioni, riduzione del debito, ora anche gli Stati forti non devono tirarsi indietro. È quello che chiede tra le righe (ma neanche troppo) Draghi. È quello che chiedono i fondi stranieri. È quello che chiede l'Europa che deve dimostrare di essere, oggi, più matura.
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