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<title>Panorama - Economia</title>								<link>http://economia.panorama.it</link>
<description>Notizie di economia in tempo reale, dall'Italia e dall'estero, con approfondimenti, analisi economiche e dossier. Clicca per ricevere gli ultimi aggiornamenti del Canale Economia</description>


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	<title>Panorama - Economia</title>
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    <title>La Puglia e le sfide per il rilancio dell'industria</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[DAMIANO IOVINO  ]]></ame:author><category><![CDATA[Puglia]]></category><category><![CDATA[Nichi Vendola]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 15:15:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21666187-1/La-Puglia-e-le-sfide-per-il-rilancio-dell-industria_medium.jpg" alt="Economia" /><br />Due pugliesi eccellenti, il governatore Nichi Vendola e l’imprenditore Pasquale Natuzzi, sono stati protagonisti del secondo Forum di Federlegno Arredo che si è svolto il 13 giugno scorso a Milano, alla presenza del presidente dell’associazione Roberto Snaidero e oltre mille rappresentanti del settore.Nel suo intervento Natuzzi, l’uomo che ha creato il divano in pelle alla portata di tutti, ha raccontato la sua storia di successo, che lo ha portato a creare il distretto del salotto e a quotare la sua azienda alla Borsa di New York. Un successo spezzato dalla crisi degli ultimi anni che ha portato lo stesso Natuzzi a dover ricorrere ad altri 1.900 esuberi nei suoi stabilimenti. Il patron di Natuzzi non ne ha parlato nella sede milanese dell'incontro, ma mentre era lì, a Roma ne veniva data notizia. I sindacati hanno promosso numerose manifestazioni in Puglia contro un piano aziendale che prevede 1.900 esuberi su 3.200 dipendenti diretti più altri 1.200 nell’indotto, e la probabile delocalizzazione della produzione all’estero, e hanno chiesto di incontrare al più presto l’azienda e la Regione.E proprio il governatore Vendola, in occasione del Forum, ha puntato il dito contro &quot;una classe politica che per vent’anni non ha fatto politica industriale&quot; e ha rivendicato alla sua amministrazione, che è in carica dal 2005, il merito di aver agito &quot;concretamente&quot; per rilanciare la Puglia, al punto di essere diventata polo di attrazione anche per aziende di altre regioni italiane. Come l’Alenia che, a Grottaglie, produce la fusoliera per il nuovo 787 della Boeing.&quot;Dopo due anni amari, il 2011 con un -4% e il 2012 con un -9%, nel primo trimestre del 2013 l’export del mobile nella nostra regione è tornato positivo con un +4,2%&quot; ha detto Vendola, affermando che &quot;questi sono i primi fili d’erba che annunciano la fine del deserto&quot;. Una lunga traversata che la Regione ha intrapreso nei due mandati di Vendola, che guida la Puglia dal 2005. &quot;Quando abbiamo cominciato ci siamo concentrati sulla fragilità delle infrastrutture: avevamo solo un aeroporto e due porti, Bari e Brindisi, in conflitto tra di loro. Abbiamo subito puntato sulla modernizzazione e oggi abbiamo due aeroporti in piena efficienza, a Bari e Brindisi, con un network di voli low cost che ci collega con tutta l’Europa, la banda larga copre il 98,5% del territorio, e ci sono 300 mila partite Iva, pari all’effervescenza di una volta del Nord Est&quot;. Vendola ha ricordato che &quot;se il concetto di “piccolo è bello” era il vantaggio dell’impresa italiana ai tempi della lira, oggi con l’euro e la competizione globale non paga più. Perciò abbiamo riorganizzato i distretti di filiera, oggi Bari è una dei centri leader nella meccanica&quot;.Fondamentale nel processo di sviluppo, per Vendola è stato &quot;porre fine ai finanziamenti a pioggia, che rispondono solo a criteri clientelari e stimolano la deresponsabilizzazione. Bisogna dare alle formiche la consapevolezza della necessità di mettersi insieme per fare un marketing e una ricerca vincenti sul mercato mondiale: e perciò viene finanziata la crescita dei distratti e non quella delle singole aziende&quot;. È sul nuovo e sulle tecnologie che si deve investire per Vendola, e i dati sull’export lo confermano: la regione ha perso il 16% del suo export, ma mentre a Taranto, complice la crisi dell’Ilva, sprofonda al -67% a Bari sede di start up e industrie innovatove, sale del 15%.Punta il dito Vendola &quot;sull’inerzia della classe politica che da 20 anni non fa politica industriale&quot;. Il Distretto del Salotto, nato nella Murgia sulla spinta del successo di Natuzzi, oggi langue. &quot;Abbiamo ottenuto 100 milioni di euro che erano stati chiesti sei anni fa: sono importanti, ma oggi valgono molto meno&quot; tuona Vendola, affermando che non vuole «contribuire alla sopravvivenza dei morti, ma alla crescita delle aziende e del territorio&quot;.Perciò intende indirizzare i finanziamenti a formazione e ricollocamento, modernizzazione dei macchinari, sostegno al credito e miglioramento delle infrastrutture e cita un primato della Puglia &quot;che oggi è la regione con il maggior numero di incentivi alle imprese e con il minor tempo di svolgimento delle pratiche per ottenerli&quot;. E si scaglia contro la burocrazia di Bruxelles che complica l’iter per la concessione dei fondi: &quot;Se l’Ue contina a partorire regolamenti elefantiaci, io posso anche andare a casa&quot;.A sostegno delle tesi di Vendola, Antonio De Vito, direttore di Puglia Sviluppo ricorda che nella regione esistono 18 distretti produttivi e sei tecnologici, ci sono 335 imprese, il 6% dell’Italia, divise tra turismo, arredo, tessile, calzaturiero e hi tech, tra aerospaziale e meccatronica.&quot;Nel 2012 la Puglia ha erogato alle imprese il 27% dei fondi stanziati da tutte le regioni italiane&quot; ricorda De Vito &quot;e ha favorito l’accesso al credito per 3.000 aziende per lo sviluppo, il consolidamento, l’espansione, l’innovazione e l’internazionalizzazione&quot;.La Puglia quindi offre il suo territorio per l’insediamento di aziende italiane con il massimo appoggio della Regione, perché Vendola è convinto che una sana industrializzazione possa contribuire alla crescita del territorio. &quot;Non mi interessa spendere 30 miliardi di euro per l’Alta velocità&quot; dice il governatore a proposito delle linee ferroviarie &quot;Mi basta avere un miliardo di euro per poter superare la strozzatura a un binario nella tratta tra Lesina e Termoli e far così crescere l’Alta Capacità per il trasporto delle merci&quot;. &quot;Se la Boeing decide di far costruire a Grottaglie (Taranto) dalla Alenia la fusoliera del Boeing 787, che pesa e consuma la metà dei modelli attuali, vuol dire che siamo capaci di garantire affidabilità: un segnale che lanciamo a tutto il paese&quot; ha concluso Vendola.]]></description>
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    <title>Decreto del fare, Equitalia più leggera per i contribuenti</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[ANDREA.TELARA  ]]></ame:author><category><![CDATA[tasse]]></category><category><![CDATA[casa]]></category><category><![CDATA[Equitalia]]></category><category><![CDATA[pignoramenti]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 14:46:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/q/21667285-1/Equitalia-chi-tira-il-fiato-con-le-nuove-regole-di-Letta_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Divieto di pignorare la prima casa, piani di rateazione più lunghi per il pagamento dei debiti col fisco e meno balzelli sulle cartelle esattoriali. Sono le novità contenute nel Decreto del Fare, approvato sabato scorso dal governo, che ridimensiona i poteri di&nbsp;Equitalia    , la società pubblica (partecipata al 51% dall'Agenzia delle Entrate e al 49% dall'Inps) che ha il compito di riscuotere le tasse e i contributi non pagati, in quasi tutta la Penisola. Ecco cosa cambierà nei prossimi mesi e chi sono i beneficiari delle nuove norme.LE NUOVE REGOLE PER LA RISCOSSIONE    PIGNORAMENTIPer i funzionari di Equitalia, non sarà più possibile pignorare i beni immobili destinati ad abitazione principale. I debitori del fisco che temono di perdere la casa di proprietà possono dunque tirare un sospiro di sollievo. Questa sanatoria (è bene ricordarlo) avviene però soltanto a due condizioni: quando l'abitazione non è classificata come immobile di lusso e quando il contribuente vi risiede stabilmente. Per le seconde case e per gli altri fabbricati, invece, sale da 20mila a 120mila euro l'importo minimo del debito fiscale oltre al quale Equitalia può procedere all'esproprio. I contribuenti interessati dalle nuove norme saranno probabilmente diverse migliaia in tutta Italia. Secondo gli ultimi dati resi noti dal Ministero dell'Economia (e inviati di recente alla Commissione Finanze della Camera), nei primi 4 mesi del 2013 ci sono stati&nbsp;733 pignoramenti immobiliari da parte di Equitalia ma altri 367 sono attesi entro la fine di giugno, per un totale di 1.100 procedure in soli 6 mesi, contro i 1.546 dell'intero 2012.RATE E AGGIO D'EMISSIONEUn'altra novità in arrivo è la scomparsa dell'aggio di emissione, cioè il balzello richiesto da Equitalia per le attività di riscossione, oggi pari a circa l'8% dell'ammontare del debito. I contribuenti pagheranno soltanto&nbsp;una somma di importo fisso, che servirà a coprire le spese delle procedure di incasso. Sono in arrivo novità anche per i pagamenti dilazionati delle cartelle esattoriali: il piano di rimborso potrà infatti allungarsi fino a 120 rate (contro le 72 previste oggi), ma soltanto se il contribuente si trova in uno stato di evidente difficoltà economica. Inoltre, il beneficio del pagamento graduale, che oggi decade quando non vengono saldati in tempo almeno due versamenti consecutivi, rimarrà in vigore per un periodo più lungo, cioè fino quando risulterà che il contribuente non ha pagato 8 rate (anche non consecutive). Gli italiani che usufruiranno delle nuove norme sono sicuramente moltissimi. Secondo i dati forniti dalla stessa Equitalia, tra il 2008 e il 2012 le procedure di pagamento rateale sono state infatti concesse dagli esattori su circa 1,9 milioni di cartelle, con una media di quasi 500mila all'anno.AGEVOLAZIONI PER LE IMPRESEIl governo ha deciso anche di dare una boccata di ossigeno alle imprese che hanno delle pendenze col fisco. I pignoramenti effettuati da Equitalia sui beni strumentali di un'azienda (come i macchinari) non potranno superare un quinto del loro valore. Inoltre, la custodia di questi beni rimarrà in capo all'impresa e l'eventuale vendita all'asta potrà avvenire soltanto dopo 300 giorni dal pignoramento. Lo scopo è consentire all'impresa di continuare a svolgere la propria attività, seppur in presenza di pesanti carichi fiscali. Anche in questo caso, i soggetti interessati dalle nuove regole sono sicuramente alcune migliaia. Secondo le statistiche più aggiornate, nei primi 4 mesi del 2013 i pignoramenti su beni mobili registrati (come le auto o i macchinari) sono stati infatti più di 1.800, contro i 3.500 circa dell'intero 2012.TASSE, ECCO QUANTO PAGHEREMO NEI PROSSIMI TRE ANNI    EQUITALIA, C'E' CHI DICE NO    EQUITALIA E I COMUNI    ]]></description>
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    <title>Decreto Fare e prima casa: ecco lo scudo &quot;anti - esproprio&quot;</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[MASSIMO MORICI ]]></ame:author><category><![CDATA[Equitalia]]></category><category><![CDATA[immobiliare]]></category><category><![CDATA[pignoramenti]]></category><category><![CDATA[decreto fare]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 13:57:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/t/21671521-1/Decreto-Fare-e-prima-casa-ecco-lo-scudo-anti-esproprio_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Poche righe del decreto Fare     salvano la prima casa ai contribuenti non in regola con il Fisco.Il nuovo testo approvato dal governo Letta introduce lo “scudo anti – esproprio”, che vale, però, solo se l’unico immobile di proprietà del debitore è adibito ad abitazione principale, se il debito con lo Stato è inferiore a 120 mila euro (prima il limite era di 20 mila euro) e se la casa non rientra nelle categorie catastali di lusso (A/8 e A/9), vale a dire ville e castelli.Nello scrivere la norma sull’impignorabilità della prima casa, si è seguito il principio della progressività: si paga, insomma, solo se si hanno strutturalmente le risorse per farlo. L’obiettivo, infatti, è tutelare quei contribuenti che, pur essendo finiti nel mirino di Equitalia, non hanno però altre ricchezze al di fuori dell'immobile in cui abitano.Non solo. Evitando la pignorabilità di un certo tipo di case, e la loro successiva messa all’asta (qui     la lista dei siti autorizzati alle aste immobiliari suddivisi per tribunale), alcuni operatori prevedono un certo contenimento dell’offerta sulla piazza immobiliare, caratterizzata in questo momento da un eccesso di offerta e dal crollo dei prezzi    .Ma quanti sono gli espropri di case ogni anno? Se guardiamo i primi quattro mesi del 2013, i numeri sono piuttosto contenuti: a fronte di 733 pignoramenti di immobili registrati da gennaio ad aprile, le vendite effettive alle aste sono state appena&nbsp;52, stando alla recente audizione di Equitalia al Parlamento.Insomma, una goccia nell’Oceano delle oltre 20 milioni di prime case     (dati Bankitalia) che si contano nel nostro Paese.Le vendite di beni immobili disposte dal giudice (i pignoramenti, invece, sono gli atti con cui ha inizio l'esproprio forzato) sono un po' di più: nel primo semestre del 2012 se ne sono registrate 22.895 (ultimi dati disponibili dal Ministero della Giustizia), mentre la previsione di crescita per fine 2012 è del 18% rispetto al dato totale di un anno prima (38.814).Anche in questa stima, però, le vendite &quot;attuate&quot; complessivamente sono assai inferiori ai provvedimenti emessi dai tribunali:&nbsp;6.477 nei primi sei mesi. Raddoppiando il dato nel secondo semestre, il totale del 2012 risulterebbe comunque addirittura in calo di oltre quattro punti percentuali rispetto al dato dell’anno precedente (13.568).Come si spiega, dunque, lo “spread” tra gli espropri e le aste andate a buon fine? Di mezzo ci sono i tempi della giustizia: tra l'inizio delle procedure esecutive contro un evasore e l'asta possono passare anni, in media almeno un paio.Tanto che al momento della vendita gli operatori stimano che si possa arrivare con valori ormai superati (e inferiori di oltre il 30% rispetto a quelli di mercato), perché si basano su perizie effettuate molto tempo prima.]]></description>
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    <title>Bolletta elettrica, arriva un mini-sconto</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[bollette]]></category><category><![CDATA[sconti]]></category><category><![CDATA[energia elettrica]]></category><category><![CDATA[sussidi Cip6]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 13:13:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/o/21670911-1/Elettricita-meno-cara-in-arrivo-un-mini-sconto-in-bolletta_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />Una piccola buona notizia, ma che di certo non scatena entusiasmo. Si può riassumere così l’atteggiamento con cui, soprattutto le associazioni dei consumatori, hanno accolto le norme del “decreto del fare”     che andranno ad incidere sulle bollette della luce di milioni di famiglie. Un pacchetto di misure, volute dal ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato, che portano in dote circa 600 milioni di euro, e che permetteranno però riduzioni in bolletta forse appena di qualche decina di euro. Stime precise ufficialmente infatti nessuno ne azzarda ancora, perché in realtà sarà l’Autorità dell’energia, di concerto con il governo, a decidere le nuove tariffe, e avrà 60 giorni di tempo per farlo dall’entrata in vigore delle nuove norme.Come detto però la soddisfazione è fin d’ora contenuta, sia perché l’entità delle risorse messe a disposizione non è eccessiva, e sia perché gli effetti in ogni caso saranno limitati. Una limitatezza che tra l’altro stride con le conseguenze ben più gravi che si avrebbero dall’aumento dell’Iva, un pericolo ancora non scongiurato e che anzi si fa di ora in ora sempre più minaccioso. Ma intanto, ci si può, e ci si deve accontentare di bollette elettriche più leggere, che saranno il combinato disposto di più misure messe a punto dai tecnici del ministero dello Sviluppo.ANCHE PER IL GAS BOLLETTE IN CALO    Innanzitutto, una metà dei risparmi in bolletta per le famiglie dovrebbero arrivare dall’alleggerimento di una componente fiscale, che sarà scaricata sulla cosiddetta Robin Tax pagata da alcune imprese. Finora infatti, la tassa in questione riguardava tutte le aziende energetiche che avevano ricavi annui superiori ai 10 milioni di euro e un imponibile superiore al milione. D’ora in poi invece la Robin Tax andrà ad interessare anche le imprese che superano solo i 3 milioni di giro d’affari e un imponibile superiore ai 300mila euro. In questa maniera, come accennato,si dovrebbe riuscire a coprire almeno la metà dei circa 600 milioni messi in campo dal governo.L’altra metà della copertura degli sconti arriverà invece non tanto da un taglio, quanto da un mancato aumento. Si interverrà infatti sui cosiddetti sussidi Cip6. Il riferimento è a quelle agevolazioni introdotte nel 1992 per favorire la diffusione delle produzione di energia elettrica da fonti verdi, che nel tempo tra l’altro si sono progressivamente estese anche a molte altre fonti energetiche non propriamente ecologiche. Ebbene, i sussidi in questione da anni vengono addebitati sulle nostre bollette e variano a seconda delle quotazioni del petrolio. Come si può facilmente intuire, dato il valore crescente del costo del greggio, in questi ultimi anni la quota di Cip6 delle nostre bollette è aumentata inesorabilmente. Ora il governo però ha deciso di legare gli adeguamenti dei sussidi ai&nbsp;prezzi del gas metano, che da tempo mostrano andamenti al ribasso. In questa maniera, la quota di Cip6 che pagheremo, almeno per l’anno a venire, sarà inferiore, da qui il risparmio sopra accennato.ENERGIA, MERCATO SOTTO OSSERVAZIONE    Qualcuno parla apertamente di misure che, come accennato, avranno effetti minimi sulle bollette delle famiglie, e anche su quelle di tante imprese. E in effetti potrebbe trattarsi di uno sforzo che, se non accompagnato da una riforma più complessiva del nostro mercato energetico, rischia di rappresentare la classica goccia nell’oceano.]]></description>
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    <title>Imu prima rata, le sanzioni per chi paga in ritardo</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[tasse]]></category><category><![CDATA[Imu]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 12:40:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/m/21670431-1/Imu-prima-rata-le-sanzioni-per-chi-paga-in-ritardo_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Scade oggi il termine per il pagamento della prima rata dell’Imu sulle seconde case (l’imposta su terreni agricoli, fabbricati rurali e prima casa, fatta eccezione per ville, castelli e immobili di lusso, è stata per ora sospesa) che dovrebbe portare nelle casse dello stato circa 10 miliardi di euro.  Ma per chi si fosse dimenticato o non avesse avuto tempo o il denaro per pagare? Saldare il conto con il fisco resta un obbligo e farlo con alcuni giorni di ritardo significa far scattare il ravvedimento operoso e dunque pagare delle sanzioni.
Ecco quali sono:
- se si paga entro il primo luglio, la multa è pari allo 0,2% sull'imposta dovuta per ogni giorno di ritardo.
- se si paga tra il 2 e il 16 luglio, la multa è pari al 3% fisso.
- se si paga entro un anno, la multa è pari al 3,75% per ogni giorno- oltre l’anno la sanzione diventa fissa del 30% rispetto al totale da pagare.Alle cifre calcolate sono da aggiungere gli interessi legali pari al 2,5% annuo che i comuni possono decidere di incrementare fino al 3%.TUTTO SULL'IMU    ]]></description>
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    <title>Agenda digitale, le tre priorità di Francesco Caio</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIOVANNI IOZZIA ]]></ame:author><category><![CDATA[Agenda digitale]]></category><category><![CDATA[decreto fare]]></category><category><![CDATA[Francesco Caio]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 12:26:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/g/21669733-1/Agenda-digitale-le-tre-priorita-di-Francesco-Caio_medium.jpg" alt="Economia" /><br />La preoccupazione è concentrata in un appello-battuta che circola da qualche giorno a Roma: non lasciamo il digitale sulla… carta! Dopo la nomina di Francesco Caio come superconsulente del premier Enrico Letta e l’approvazione del Decreto del Fare    , c’è cauto ottimismo (o ragionevole scetticismo) sulla possibilità di dare all’Italia questa benedetta svolta digitale. Che ci sia molto da fare non c’è dubbio: basta vedere i dati sulla qualità dell’accesso a Internet presentati nei giorni scorsi dal commissario dell’Agcom Maurizio Décina (banda larga solo per il 55% delle famiglie contro una media europea del 72,5%, con velocità da tartarughe: 6,2 Mbps di download contro i 22 del Portogallo) o scorrere alcuni numeri dell’Osservatorio eGovernment del Politecnico di Milano (solo un quarto degli enti pubblici usa l’autenticazione online e appena il 19% i pagamenti multicanali). Siamo indietro come Paese e, soprattutto, come Pubblica amministrazione.&nbsp;Caio per Enrico Letta è l’uomo che dovrebbe riportarci in linea con i tempi. È un manager competente, è stato tra i fondatori di Omnitel, amministratore delegato di Olivetti (anche se solo per sei mesi: “l’unico incidente di percorso che mi imputo è stato portarlo in azienda”, disse dopo il divorzio Carlo De Benedetti), nel 2008 ha studiato per il governo inglese le opportunità della banda larga, da due anni è il numero uno di Avio, dove è atterrato due anni fa per portare la società in Borsa, che invece è stata comprata dagli americani di General Electric. &quot;La persona è giusta. Il modo no&quot;, ha sintetizzato su Twitter Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente della Sda Bocconi. &quot;L’agenda digitale non è tema di volontariato part-time”. Perché Caio resterà amministratore delegato di Avio e svolgerà la sua nuova missione pro bono, all’interno di un nuovo quadro organizzativo previsto nel decreto approvato sabato scorso. L’articolo 21, se non sarà modificato nel percorso da Palazzo Chigi alla Gazzetta Ufficiale, istituisce una “cabina di regia per l'attuazione dell'agenda digitale italiana”, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri e composta dai ministri dello sviluppo economico, della pubblica amministrazione, della coesione territoriale, dell'istruzione e dell'economia. &quot;È un dato positivo che il premier abbia preso in mano il tema&quot;, osserva Antonio Palmieri, responsabile Innovazione del Pdl. &quot;E se il premier se ne fa carico, vuol dire che il tema è importante&quot;. Ma vuol dire anche che l’Agenzia Digitale affidata ad Agostino Ragosa, che non è rappresentata in cabina, viene in qualche modo “commissariata”. &quot;Il rapporto tra Caio e l’Agenzia Digitale resta un nodo da sciogliere rapidamente&quot;, aggiunge Palmieri. &quot;Bisogna capire se si vuole farla funzionare realmente o se ci saranno nuovi soggetti che faranno il suo lavoro&quot;.Come lavorerà Caio non è ancora chiaro. Il decreto del Fare assegna il primo compito a lui e alla sua piccola squadra che sarà nominata questa settimana (Letta dovrebbe chiudere entro venerdi con Francesco Sacco, Luca De Biase e Benedetta Rizzo): “La cabina di regia presenta al Parlamento, entro novanta giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, un quadro complessivo delle norme vigenti, dei programmi avviati e del loro stato di avanzamento e delle risorse disponibili che costituiscono nel loro insieme l’agenda digitale&quot;. Insomma la prima cosa da fare è mettere ordine nella Pubblica Amministrazione che finora ha proceduto in maniera casuale e disordinata. Basti dire che si contano circa 4 mila banche dati, di cui 129 solo per il sistema tributario. Con costi fuori controllo e inevitabili inefficienze.&quot;C’è poi da portare a compimento il lavoro del precedente governo&quot;, ricorda Palmieri. &quot;Il ministro Zanonato qualche settimana fa ha detto che mancano ancora 38 decreti attuativi&quot;. Perché tra il decretare e il fare davvero ce ne corre. La decrescita italiana è lastricata di buone intenzioni rimaste in provvedimenti governativi mai attuati. Come quelli che riguardano la carta d’identità elettronica, che adesso riparte dalla Sogei, cancellando tutte le sperimentazioni fatte dai comuni negli scorsi anni. Il ministro Patroni Griffi un anno fa aveva detto che entro questa primavera avremmo avuto la nuova Cie. Adesso il traguardo è stato spostato al 2014.Il decreto del Fare ha dato una “spintarella” con la liberalizzazione del wifi (non sarà più necessaria l’identificazione) ma “manca ancora una volta il tema dell’ecommerce&quot;, segnala Palmieri. &quot;Io sto recuperando le proposte fatte nel 2011 per dare un segno in quella direzione&quot;. Resta decisiva, anche su questo fronte,&nbsp;la diffusione delle connessioni a Internet. Sarà un fronte delicato sul quale dovrà impegnarsi Caio. Sono temi che conosce bene e gli interessano particolarmente. Anche perché in questo momento è in discussione la separazione della rete Telecom    . E a lui quel che accade da quelle parti sta a molto a cuore. Da diversi anni.&nbsp;]]></description>
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    <title>Decreto del fare, 80 articoli e una grande assenza</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/decreto-fare-ottanta-articoli-fisco-spesa-pubblica</link>
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<ame:author><![CDATA[STEFANO CINGOLANI ]]></ame:author><category><![CDATA[fisco]]></category><category><![CDATA[governo Letta]]></category><category><![CDATA[decreto fare]]></category><ame:pubDate>Lun, 17 Giu 2013 09:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21666119-1/Decreto-del-fare-80-articoli-e-una-grande-assenza_medium.jpg" alt="Economia" /><br />Enrico il temporeggiatore non rinnega la sua strategia dei piccoli passi. Rinvio dell'Imu sulla prima casa, rinvio (forse) dell'aumento Iva, sabato scorso “decreto del fare”, mercoledì prossimo semplificazioni, venerdì occupazione giovanile, intanto si arriva al consiglio europeo del 27 e 28 giugno e si vede se la Ue ci concede di muovere gli investimenti in modo più significativo. Anche questa è una scelta, in fondo così i romani sconfissero Annibale, mentre l’impazienza del Senato portò alla tragedia di Canne. Ma Quinto Fabio Massimo vinse perché seppe riorganizzare le forze in attesa di un grande leader e un solido consenso. È a questo che punta Letta?Gli 80 provvedimenti varati dal consiglio dei ministri     servono a creare le premesse per recuperare le truppe esauste dell'economia italiana. Ci riusciranno? Così come sono no, hanno bisogno di essere accompagnati da una politica economica più robusta. Il pacchetto contiene molte cose positive, le più importanti però sono ancora messaggi. Come il fisco che concede più tempo a chi non può pagare, mentre tutti sanno che bisognerebbe mettere mano a una riforma organica. O l’alleggerimento della bolletta elettrica quando occorre tagliare le tariffe del 30% per allinearci agli altri paesi europei. O, ancora, il nuovo rapporto con la pubblica amministrazione vero baluardo di ogni conservazione che andrebbe rovesciata come un guanto, perché non c’è solo un problema di eccesso di regole e farraginosa gestione, ma di impostazione di fondo, di filosofia.Una delle lacune maggiori riguarda il credito. Un accesso più facile per le piccole e medie imprese che investono in nuovi macchinari, anche con il contributo della Cassa depositi e prestiti, è una mossa interessante. Tuttavia, il Fondo manca di fondi (e non è solo un bisticcio di parole): ci vogliono tra i 2 e i 3 miliardi che verranno stanziati solo con la finanziaria (chiamata ora legge di stabilità). E bisogna chiedersi se questo è tutto quello che il governo intende fare contro il credit crunch, mentre da tempo circolano proposte interessanti per intervenire sulle banche, estraendo dai bilanci crediti ormai inesigibili e partite incagliate per sempre, in cambio di una sostanziosa apertura dei rubinetti a famiglie e imprese.Una verifica del “fare” molto importante, e non solo simbolica, riguarda le opere pubbliche. Il governo ha messo in cantiere tre miliardi entro l’anno. E non sono piccole cose: si tratta di completare la metropolitana di Roma, la tangenziale milanese, l’autostrada Ragusa-Catania e molte altre utilissime incompiute. Poi ci sono le due bandiere: la Tav e il ponte sullo stretto di Messina. Qui l’intera maggioranza dovrà dar prova di forza politica e l’esecutivo di grande determinazione amministrativa. La coalizione si gioca la faccia, ne va della sua credibilità. È una operazione ad alto rischio perché trova di fronte l’opposizione dura dei grillini e la divisione del Pd.Non per giocare al rialzo, ma certo colpisce che non ci sia nulla per ridurre davvero la spesa pubblica corrente. Ha ragione la lodata (ma poco ascoltata) ditta Alesina&amp;Giavazzi: su 351 miliardi al netto degli interessi e delle prestazioni sociali, erogati ogni anno dallo stato, possibile che non si possa risparmiare proprio niente? Gli 8 miliardi che servono per Imu sulla prima casa e per non aumentare l’Iva al 22%, sono una piccola cosa nel grande calderone, appena il 2,2 per cento. Diventa quasi incredibile sostenere che sarebbero tagli “di estrema severità” come ha detto il ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni. I due economisti chiedono “un taglio forte della spesa”. Ma almeno un taglio pur che sia, anche debole?
Tagliare fa male, forse ancor peggio che tassare. Ma lo stato italiano è un flaccido corpaccione incapace di muoversi, vorace solo per alimentare la propria sopravvivenza: farlo dimagrire è inevitabile. E, esattamente come nelle diete alimentari, quando si comincia bisogna arrivare in fondo. Che fine ha fatto, invece, la spending review? Perché non sono stati toccati i contributi alle imprese ai quali, almeno a parole, anche la Confindustria ha ormai rinunciato? Non è che sotto l’etichetta di una “nuova politica industriale” spunta dalla finestra l’assistenzialismo che si voleva far uscire dalla porta? La risposta non c’è nel “decreto del fare”. Essendo questo governo un grande lavoro in corso, bisogna aspettare altre lenzuolate per valutare la coerenza e l’efficacia della politica economica. Ma intanto, si può cominciare a colmare i vuoti su fisco, spesa e credito che appaiono già evidenti.&nbsp;]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Crowdfunding: tu progetti, il web ti finanzia</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/soldi]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/soldi/crowdfunding-progetti-il-web-ti-finanzia</link>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[crowdfunding]]></category><ame:pubDate>Dom, 16 Giu 2013 16:03:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/r/21615961-2/Crowdfunding-tu-progetti-il-web-ti-finanzia_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />di Mikol Belluzzi e Guido CastellanoSi chiamerà Arkyd 100, in onore&nbsp;delle Arakyd Industries, che nella&nbsp;saga cult Star Wars producevano i&nbsp;droni Viper. In questo caso però&nbsp;Arkyd 100 è un telescopio spaziale&nbsp;che si differenzierà dai suoi simili,&nbsp;già in orbita nell’atmosfera terrestre, perché&nbsp;sarà il primo a essere completamente finanziato&nbsp;e utilizzato dal popolo del web grazie a&nbsp;una raccolta fondi planetaria. Per realizzare&nbsp;il progetto serve, infatti, 1 milione di dollari&nbsp;e la società americana Planetary Resources,&nbsp;che vuole collegare&nbsp;gratuitamente con lo spazio&nbsp;tutti i musei e le scuole terrestri,&nbsp;ha chiesto aiuto online.Quella che una volta era&nbsp;la colletta nell’era di internet&nbsp;si chiama crowdfunding, definizione&nbsp;coniata negli Stati Uniti&nbsp;che deriva dall’unione delle parole «crowd»&nbsp;(folla) e «funding» (raccolta fondi). Uno strumento&nbsp;reso celebre da Barack Obama, che&nbsp;lo utilizzò per finanziare la sua campagna elettorale, e che può diventare la prevalente&nbsp;fonte di finanziamento ai partiti anche in&nbsp;Italia. Silvio Berlusconi già lo ha previsto&nbsp;per il futuro del suo Pdl.Negli ultimi anni in America il fenomeno è&nbsp;esploso e ora sta contagiando anche il Vecchio&nbsp;continente, Italia inclusa. Basti pensare che&nbsp;a livello globale nel 2012 sono stati raccolti&nbsp;online oltre 2,7 miliardi di dollari, serviti per&nbsp;finanziare più di 1 milione di progetti. Negli&nbsp;Stati Uniti sono nati centinaia di siti che&nbsp;permettono a chiunque di pubblicare e promuovere&nbsp;in rete il proprio progetto (basta&nbsp;digitare «crowdfunding» su Google per averne&nbsp;la prova). Queste piattaforme web raccolgono&nbsp;i fondi e, dopo aver trattenuto una piccola&nbsp;percentuale, consegnano il capitale raccolto&nbsp;ai diretti interessati garantendo trasparenza&nbsp;e pubblicità a tutto il processo.Se il telescopio spaziale Arkyd 100 verrà&nbsp;lanciato in orbita, per esempio, sarà grazie al&nbsp;sito Kickstarter.com, fra i più cliccati al mondo&nbsp;nel settore. Uno con la più alta percentuale di&nbsp;progetti conclusi con successo: Arkyd 100 ha&nbsp;già raccolto, in pochi giorni, 730.975 dollari.&nbsp;L’obiettivo di 1 milione è quindi vicino.Kickstarter non è nuovo a record di&nbsp;questo tipo. Basti pensare al caso Veronica&nbsp;Mars, la serie tv con un grande seguito di&nbsp;fan che fu interrotta nel 2007. L’autore Rob&nbsp;Thomas recentemente ha scritto la sceneggiatura&nbsp;per portare al cinema l’eroina del&nbsp;piccolo schermo, ma le major lo hanno &nbsp;rifiutato. Lui non si è dato per vinto e ha&nbsp;chiesto aiuto online proprio su Kickstarter.&nbsp;Per sbarcare nelle sale gli sarebbero serviti&nbsp;2 milioni di dollari. In poche settimane ne&nbsp;ha ottenuti quasi 6. Il film si girerà.Così come lo smartwatch Pebble, un&nbsp;orologio intelligente che si collega all’iPhone&nbsp;e ai telefoni Android. I fondatori della startup&nbsp;che lo ha inventato chiedevano 100 mila&nbsp;dollari per portare avanti l’idea. Kickstarter&nbsp;ha raccolto 10.266.845 di dollari in un mese.&nbsp;Famoso anche il caso di Book of Wonders,&nbsp;la più grande libreria per bambini di New&nbsp;York che era sull’orlo del fallimento e stava&nbsp;per chiudere. La piattaforma Indiegogo.com&nbsp;ha raccolto 100 mila dollari in una settimana.Di collette 2.0 ce ne sono migliaia di tipi.&nbsp;Da quelle a scopo benefico (sono stati&nbsp;raccolti così oltre 20 milioni di dollari per&nbsp;le vittime degli attentati di Boston e più di&nbsp;30 per quelle del tornado in Oklahoma) a&nbsp;quelle per il lancio di un telescopio spaziale.&nbsp;Sembra che in momenti di crisi economica&nbsp;e politica internet sia l’unico strumento in&nbsp;grado di restituire al popolo la possibilità di&nbsp;decidere. E il crowdfunding è un esempio&nbsp;calzante. Così, per finanziare progetti e favorire&nbsp;l’innovazione in un momento in cui lo stato&nbsp;non ha risorse e le banche non danno credito,&nbsp;è la gente a scegliere quello che dovrà avere&nbsp;successo oppure no. Senza intermediari. La&nbsp;democratizzazione dell’economia è la ragione&nbsp;del successo delle collette online.In Europa il crowdfunding sta vivendo&nbsp;un momento d’oro: nel 2012 sono stati raccolti&nbsp;oltre 300 milioni di euro (attraverso oltre 200&nbsp;piattaforme). E anche in Italia si sta facendo&nbsp;conoscere. A testimoniarlo alcuni progetti&nbsp;che si sono appena conclusi con successo.&nbsp;Il primo aveva come obiettivo di riportare a&nbsp;Torino, a Palazzo Madama, un servizio&nbsp;di porcellana appartenuto alla&nbsp;famiglia D’Azeglio: in due mesi ha&nbsp;raccolto oltre 89 mila euro rispetto&nbsp;agli 80 mila necessari. Il secondo&nbsp;crowdfunding era legato ai fondi per&nbsp;sostenere la produzione delle opere&nbsp;degli artisti presenti alla mostra Vice&nbsp;versa alla 55esima Biennale di Venezia:&nbsp;in 90 giorni sono stati raccolti&nbsp;178.562 euro, il doppio rispetto agli&nbsp;85 mila previsti a budget. Mentre lo&nbsp;spettacolo scespiriano Il mercante&nbsp;di Venezia di Silvio Orlando andrà&nbsp;in scena grazie alla colletta dei 200&nbsp;cittadini di Paderna, minuscolo paese&nbsp;del basso Piemonte.In Italia sono circa una trentina&nbsp;i portali di crowdfunding attivi, forse&nbsp;troppi per il mercato nazionale.&nbsp;«Siamo in una fase emergente, iniziata nel 2011, e quindi qualche sovrapposizione è&nbsp;fisiologica» fa notare Ivana Pais, docente&nbsp;di sociologia economica alla Cattolica di&nbsp;Milano. «Finora funziona bene chi ha già&nbsp;una community di riferimento, come nel&nbsp;caso della piattaforma Musicraiser.com,&nbsp;che accetta progetti di raccolta fondi per&nbsp;dischi, videoclip e concerti, o come Retedeldono.it, dove si raccolgono donazioni a&nbsp;favore di progetti d’utilità sociale gestiti da&nbsp;organizzazioni non-profit».In Italia il sito antesignano www.produzionidalbasso.    com, fondato nel 2005 da Angelo Rindone, offre spazio gratuito a chi ha&nbsp;progetti da autoprodurre in tanti settori, dai&nbsp;libri a un orto: finora ha raccolto 805 mila&nbsp;euro su 317 iniziative. Poca cosa rispetto ai&nbsp;numeri americani, visto che si stima che in&nbsp;Italia siano poco più di 13 milioni di euro i&nbsp;fondi movimentati finora dal crowdfunding,&nbsp;di cui oltre 10 milioni solo dalle piattaforme&nbsp;di social lending, dove privati cittadini fanno&nbsp;prestiti ad altri privati.«In Italia siamo gli unici a svolgere questo&nbsp;servizio, sotto la stretta vigilanza della&nbsp;Banca d’Italia» dice a Panorama il fondatore&nbsp;di Smartika.it, Maurizio Sella. «In poco più&nbsp;di un anno abbiamo erogato oltre 3 milioni&nbsp;di euro a 518 soggetti e abbiamo 5.100 persone&nbsp;che prestano. Ma siamo solo all’inizio,&nbsp;in America Lendingclub.com è arrivata a 2&nbsp;miliardi di dollari e Google è entrato con&nbsp;una quota. La svolta potrebbe venire dalla&nbsp;normativa sul crowdfunding che la Consob&nbsp;sta preparando e che dovrebbe arrivare entro&nbsp;l’estate, facendo dell’Italia il primo paese&nbsp;nel mondo a normare la raccolta di fondi&nbsp;online: le start-up innovative introdotte dal&nbsp;decreto sviluppo potranno emettere strumenti&nbsp;finanziari attraverso portali specializzati&nbsp;in equity crowdfunding (danno azioni&nbsp;ai finanziatori) fino a un massimo di&nbsp;5 milioni di euro. Il Jobs act di Obama lo&nbsp;prevede, ma è fermo sul tavolo della Sec, la&nbsp;Consob americana.«Anche noi siamo stati consultati dalla&nbsp;Consob e abbiamo portato la nostra esperienza&nbsp;» aggiunge Dario Giudici, fondatore di&nbsp;Siamosoci.com, piattaforma che mette in&nbsp;contatto start-upper e investitori privati. «Noi&nbsp;creiamo un club deal con una decina di soci&nbsp;che investono da 5 a 20 mila euro ciascuno.&nbsp;L’operazione non si chiude sul sito, ma i&nbsp;futuri soci si conoscono per approfondire&nbsp;tutti gli aspetti della collaborazione e solo&nbsp;se “si piacciono” si firma».Un percorso trasparente che in un anno&nbsp;e mezzo ha portato Siamosoci.com a concludere&nbsp;15 operazioni, tra cui Vivamente&nbsp;che dopo due round di finanziamento è&nbsp;stata acquisita interamente dal socio americano.Leggi Panorama on line    ]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Decreto del fare: le dieci novità principali</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/decreto-fare-tasse-imprese-famiglie</link>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[fisco]]></category><category><![CDATA[governo Letta]]></category><category><![CDATA[decreto fare]]></category><ame:pubDate>Dom, 16 Giu 2013 11:23:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21662773-1/Decreto-del-fare-le-dieci-novita-principali_medium.jpg" alt="Economia" /><br />
Via libera al Decreto del Fare, la prima grande opera del Governo Letta che con un decreto in 80 articoli ha stabilito le urgenze e le priorità di intervento economico (e non solo).Ne abbiamo selezionate dieci (per cominciare), quelle che sembrano le più rilevanti da subito per dare ossigeno a famiglie e imprese schiacciate (per ragioni diverse ma tra loro collegate) dalla crisi.
IMPIGNORABILITA’ DELLA PRIMA CASA
 Per chi ha debiti con il fisco fino a 120 mila euro non sarà più possibile pignorare la prima casa, a meno che non sia “di lusso”.Si tutelano in questo modo le fasce di popolazione meno ricca. In caso di mancato pagamento di tasse, infatti, l'immobile non potrà essere pignorato (e dunque messo all’asta) salvaguardando quindi un bene primario come l'abitazione oltre che privando il mercato di tutta quella fascia di immobili venduti in asta a prezzi bassissimi che in questo momento di crisi penalizzano ulterioremente la ripresa del settore. &nbsp;
EQUITALIA PIU’ TENERAEquitalia diventa meno aggressiva. Il decreto infatti stabilisce che i cittadini che sono in difficoltà con il fisco potranno rateizzare i propri debiti in 120 rate e non più solo in 72, il 67% di tempo in più e con interessi che, al momento, sembrano restare bassi. Si potranno inoltre saltare fino a otto rate (dalle due attuali), anche non consecutive, prima che decada il beneficio della rateizzazione dando una buona mano alle imprese (soprattutto le piccole) in difficoltà con la liquidità a disposizione.
BOLLETTE ELETTRICHE MENO CARETaglio di 550 milioni sulla bolletta elettrica a vantaggio dei consumatori. Il Governo è riuscito a cancellare dalle bollette 135 milioni di costi che saranno spostati a carico delle società che operano nelle energie rinnovabili e che hanno un imponibile maggiore di 40 mila euro e ricavi superiori a 200 mila euro. Poi ha tagliato i sussidi Cip6 ancorandoli non più al prezzo del petrolio ma a quelli del gas metano (più bassi e in diminuzione).
TASSI AGEVOLATI ALLE PICCOLE IMPRESEBanche e Cassa depositi e prestiti (il braccio finanziario del Ministero dell’Economia partecipato anche dalle Fondazioni bancarie) potranno firmare convenzioni per concedere alle imprese fino a 5 miliardi di prestiti a tasso agevolato per comprare macchinari, impiani e attrezzature nuove a uso produttivo. I finanziamenti saranno concessi entro il 2016, con durata massima di 5 anni per un valore massimo di 2 milioni di euro per ciascuna impresa. Per coprire la differenza tra i tassi di mercato e quelli applicati alle piccole e medie imprese lo Stato stanzia quasi 400 milioni di euro.
UNA MANO ALL’EDILIZIA E ALLE INFRASTRUTTURE
Arrivano 3 miliardi di euro per le opere pubbliche già avviate con un cantiere come la Metropolitana di Milano, Roma, Napoli, il che potrà, secondo i calcoli del Governo, creare 30 mila posti di lavoro. I soldi sono stati trovati, a loro volta, sospendendo i finanziamenti per altre opere come la Tav Torino-Lione o il Ponte sullo stretto di Messina.
Come dire: meglio destinare i pochi soldi a completare quanto iniziato invece di avviare opere nuove che rischiano di non trovare poi denari per essere ultimate.Ma c’è di più: il documento di regolarità contributiva (Durc) viene allungato a sei mesi e le imprese edili potranno compensare i debiti contributivi con i crediti derivanti dallo sblocco da parte della Pubblica amministrazione. Nodo importante che finora ha contribuito a peggiorare la crisi di liquidità delle imprese insieme alla norma (abolita anch’essa) che stabiliva la responsabilità fiscale dell’appaltatore per il versamento allo stato delle ritenute sui redditi da lavoro e dell’Iva dovuta al subappaltatore.
UNA MANO ANCHE ALLA NAUTICAUn sostegno alle classi più abbienti arriva nel settore della nautica. È stata tagliata la tassa sul lusso introdotta dal Governo Monti sulle imbarcazioni (rivelatasi un flop per il settore    ) con il fine di rilanciare la nautica da diporto in fortissima crisi. Viene ridotta l’imposta sulle imbarcazioni fino a 20 metri che si azzera per quelle fino a 14 metri. Da 14 a 17 metri l’importo scende da 1.740 a 870 euro, da 17,01 a 20 da 2.600 a 1.300.
INNOVAZIONE E RICERCA Nasce il fondo per “i grandi progetti per l’innovazione e la ricerca” con 50 milioni di euro per il 2013 e altri 50 per il 2014.
SPINTA AL DIGITALE
Sarà direttamente la Presidenza del Consiglio ha seguire il lavoro per lo sviluppo dell’Agenda per l’Italia digitale e per il nuovo desk per l’attrazione degli investimenti esteri. Il tavolo di lavoro, guidato dal commissario di governo Francesco Caio, dovrà velocizzare l’attuazione dell’Agenda digitale. Intanto viene liberalizzato il mercato dei collegamenti wi-fi e sarà possibile chiedere una casella di posta elettronica certificata per dialogare con le amministrazioni pubbliche.
Cos’è la Pec    Il lungo cammino dell’Agenda digitale    
IL BONUS PER GLI STUDENTI MERITEVOLISi chiamo “Borse per la mobilità” e hanno un plafond di 19 milioni di euro. Sono state previste per agevolare studenti che, migliori in base al merito, vogliono iscriversi nell’anno accademico 2013-2014 a corsi di laurea (anche magistrali) in università statali o non statali (ma non a quelle telematiche) fuori dalla propria regione. Il fondo è ripartito tra le Regioni che erogano le risorse. Sempre nelle università è stato sbloccato il turn over liberando 1.500 posti per professori ordinari e 1.500 per nuovi ricercatori. Le università infatti potranno assumere senza superare il 50% della spesa rispetto alle cessazioni di lavoro e non più fino al 20%.
DUE GIORNI PER METTERSI IN RIGA CON IL FISCOStop alle tante date (sempre diverse) da segnare in calendario per ricordarci quando e cosa pagare al fisco. Da ora in poi saranno solo due giorni, 1 gennario e 1 luglio, a segnare l’appuntamento degli italiani con l’erario per tutte le norme stabilite fino a quel momento (salvo la possibilità di derogare in norme sucessive).]]></description>
  </item>  <item>
    <title>I dieci brand più amati in Italia</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/barilla-ferrero-google-samsung-classifica-brand</link>
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<ame:author><![CDATA[CINZIA MEONI ]]></ame:author><category><![CDATA[Google]]></category><category><![CDATA[Barilla]]></category><category><![CDATA[Ferrero]]></category><category><![CDATA[classifica]]></category><ame:pubDate>Sab, 15 Giu 2013 14:19:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21642117-1/Mulino-Bianco-Ferrero-e-Barilla-i-brand-piu-amati-in-Italia-in-tempi-di-recessione_medium.jpg" alt="Economia" /><br />In tempi di recessione la fiducia degli italiani è riposta nella dispense e nei frigoriferi. E infatti, secondo la ricerca Meaningful Brands 2013 realizzata da Havas Media Group, i marchi più amati nel Bel Paese sono nell’ordine Mulino Bianco (gruppo Barilla), Ferrero     e Barilla    . “I brand food piacciono agli italiani perché sono gratificanti” sostiene Isabelle Harvie-Watt, ceo di Havas Media Group in Italia che nota anche l’ottimo posizionamento di marchi retail con un buon rapporto qualità/prezzo. Il che, con la recessione che attanaglia il Paese, è comprensibile: il low cost piace, tanto più se proposto da una catena di distribuzione conosciuta. Tra i primi 25 brand infatti, l’Italia annovera Ikea al 4° posto (il gruppo svedese registra il punteggio più alto proprio in Italia),&nbsp;Decathlon (al 6°), Coop (all’8°),Conad (al 15°),&nbsp;Oviesse (al 17°),&nbsp;Esselunga     (al 18°), H&amp;M (al 19°), Zara     (al 20°). A livello mondiale vince invece la tecnologia, con le prime tre posizioni occupate da Google, Samsung e Microsoft. Si consideri che, in Italia, il primo brand in ambito tecnologico (in senso ampio) è Vodafone, al 25° posto.
I NUMERI DELL’ANALISI E I TREND MONDIALI. L’indagine è stata realizzata intervistando oltre 134mila consumatori di 23 Paesi&nbsp;su 700 marchi.&nbsp;Oggi lo studio misura l’effettiva percezione e l’impatto del brand sul benessere personale del singolo consumatore, precedendo come riferimento i benefici avvertiti su ben dodici parametri (salute, felicità, benessere economico, relazioni e senso di appartenenza ad una società). La sintesi è espressa dal Meaningful Brand Index (MBI), un indice che ha riflessi significativi anche sul fronte finanziario. “Statisticamente il Meaningful Brand Index, ha registrato un andamento del 120% superiore rispetto al listino di riferimento” evidenzia la nota di Havas Media.I consumatori tuttavia stanno diventando sempre più smaliziati: più della metà degli intervistati (il 54%) afferma di non credere nei brand, i due terzi (il 73%) dichiara che non si accorgerebbe se le maggiori marche analizzate sparissero e solo il 20% ritiene abbiano un impatto positivo nella propria vita. Tra i più scettici ci sono gli europei per cui il 93% è convinto di poter rinunciare ai brand (rispetto al 92% negli Usa, 52% in America Latina e 49% in Asia), contro un 5% che riconosce loro un ruolo rilevante nel proprio quotidiano. Il 71% degli intervistati a livello mondiale e ben l’83% degli italiani crede però che i brand dovrebbero svolgere un ruolo maggiore nel migliorare il loro benessere e qualità della vita (solo il 34% crede che lo stiano già facendo).LA TOP TEN ITALIANA
1 – Mulino Bianco con un MBI Index di 77,4
2&nbsp;–&nbsp;Ferrero&nbsp; con un MBI Index di 76,8
3– Barilla con un MBI Index di 76.6
4&nbsp;– Ikea con un MBI Index di 76,3 - Al 6° nella classifica globale (pari merito con Dove)
5 – Nivea con un MBI Index di 75,2
6 – Decathlon con un MBI Index di 75
7 -&nbsp;Lavazza con un MBI Index di 74,1
8 –&nbsp;Coop con un MBI Index di 73,6
9 –&nbsp;Dove con un MBI Index di 73,3-Al 6° nella classifica globale (pari merito con Ikea)10 –&nbsp;Garnier con un MBI Index di 71,3]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Pet economy, ovvero come far soldi coi cani (e i loro padroni)</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/pet-economy-fare-soldi-con-cani</link>
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<ame:author><![CDATA[ELEONORA LORUSSO ]]></ame:author><category><![CDATA[Pet Economy]]></category><ame:pubDate>Sab, 15 Giu 2013 12:10:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21617269-2/Pet-economy-ovvero-come-far-soldi-coi-cani-e-i-loro-padroni_medium.jpg" alt="Economia" /><br />La crisi morde e non risparmia nessuno, o quasi. C'è un settore che sembra non conoscere la stagnazione che sta invece interessando quasi tutta l'economia: è quello che ruota intorno ai cani. È stata ribattezzata,&nbsp;non a caso, &quot;Pet Economy&quot;, perché in realtà riguarda anche i gatti.&nbsp;Anche per loro, pur non&nbsp;godendo del titolo di migliori amici dell'uomo, si è disposti a spendere cifre da capogiro tra alimenti super raffinati, accessori e ogni tipo di oggetto&nbsp;o attività che possa migliorare la loro qualità di vita.Negli Usa, secondo dati recenti pubblicati da USAToday    , le spese per cani e gatti non solo non hanno conosciuto alcuna flessione, ma sono persino aumentate del 30% negli ultimi 6 anni, raggiungendo la cifra record di 53 miliardi di dollari, ovvero più dei 46 miliardi segnati dal Prodotto Interno Lordo della Tunisia nel 2011. Gli animali domestici, insomma, piacciono e per loro si è disposti persino a fare qualche sacrificio, per far quadrare le spese a fine mese. Perché oltre al cibo, sempre più elaborato e di alta qualità, si deve provvedere anche a curare cani e gatti se necessario, a vaccinarli e a sottoporli a controlli regolari dai veterinari, che hanno onorari di tutto rispetto. Fin qui la &quot;gestione ordinaria&quot;.Esiste poi una fetta di mercato della Pet Economy che riguarda una fascia più elevata, ovvero quella dei proprietari di cuccioli e meno cuccioli che hanno&nbsp;un tenore di vita molto elevato e vogliono, a loro volta, garantirlo ai propri animali. Ecco allora un fiorire di centri che offrono, accanto alle normali toelettature, anche massaggi per gli amici a quattro zampe e&nbsp;persino piccole palestre, per mantenerli in forma. Un esempio è il tapis roulant da 400 dollari per permettere a cani e gatti di passeggiare, anche in un ambiente chiuso, in giornate di pioggia.Che dire poi di ciotole e cucce griffate,&nbsp;cibi preparati da veri chef, giocattoli di ogni tipo, che a fine anno pesano sulla spesa domestica per gli animali&nbsp;americani per 1.477 dollari per i cani e 1.217 per i gatti?Anche dalle parti di&nbsp;Wall Street hanno pensato di approfittare della tendenza    , buttandosi nel mercato degli amici a quattro zampe. Ad esempio, le azioni di Petsmart, una delle aziende leader di settore, quotata in borsa,&nbsp;hanno aumentato il proprio valore dai 13 dollari del 2009 ai 68 attuali.&nbsp;Alliance Growth, invece, un hedge fund di New York, ha pensato di investire milioni di dollari su una delle marche più note di cibo per animali in America, la Kriser's.]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Bonus mobili, le 15 cose da sapere</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/soldi]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/soldi/bonus-mobili-dieci-cose-sapere</link>
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<ame:author><![CDATA[DAMIANO IOVINO  ]]></ame:author><category><![CDATA[detrazioni]]></category><category><![CDATA[Federlegno Arredo]]></category><category><![CDATA[mobili]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 17:55:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/o/21660345-1/Bonus-mobili-le-15-cose-da-sapere_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />Il bonus mobili     previsto dal decreto legge n. 63 del 4 giugno 2013 è stato uno dei punti centrali della discussione del Secondo Forum della Federlegno Arredo, svoltosi il 13 giugno a Milano Congressi (Mico), alla presenza di oltre mille imprenditori e ospiti, tra i quali il governatore della Puglia Nichi Vendola. &quot;La proroga al 31 dicembre 2013 delle detrazioni Irpef del 50 per cento che prevede l’estesione a tutti gli arredi per gli immobili ristrutturati sino a una massimo di 10.000 euro, è un buon segnale per il nostro settore&quot; secondo il presidente di Federlegno Arredo Roberto Snaidero: &quot;I fondamentali per ripartire ci sono, ora bisogna cogliere questa occasione. Quello del governo è un primo passo, speriamo che i consumatori colgano questo segnale&quot;.Dal dibattito sull’applicazione del decreto, in attesa che entro il 4 agosto il provvedimento sia convertito in legge, sono emerse le risposte ad alcuni dubbi. Ecco le dieci principali.
- Si ha diritto alla detrazione per i mobili se i lavori di ristrutturazione sono già terminati? Basta comprarli entro il 31 dicembre 2013, anche a ristrutturazione conclusa?Dato che il decreto fa riferimento alle spese di ristrutturazione documentate e sostenute dal 26 giugno 2012, indipendentemente dalla data di inizio e fine lavori, si ritiene che l’acquisto di mobili sia detraibile, purchè la spesa sia sostenuta entro il 31 dicembre 2013.
- Si possono detrarre le spese per l’acquisto di mobili in una casa che non è stata ristrutturata?La risposta è no.
- Per mobili si intendono solo quelli fissi, come la cucina e gli armadi a muro, o anche quelli di arredamento come tavoli, sedie e poltrone?&nbsp;Secondo gli esperti la comune accezione del temine «mobili» comprende anche tavoli, divani e sedie. Ci sono dubbi, che il Ministero si è impegnato a chiarire a breve, su lampade, porte d’interni, elettrodomestici da incasso, parquet e tende.MA NON SU ACCESSORI TECNOLOGICI    
- Si possono detrarre le spese per l’acquisto di mobili per un appartamento nel quale siano stati svolti solo lavori di ordinaria manutenzione, come la levigatura di un pavimento?No, perché il decreto parla chiaramente di manutenzione straordinaria.
- Il bonus mobile vale solo per l’arredamento dei vani che sono stati ristrutturati?No vale per tutta la casa: se si ristruttura l’impanto idrauilico e si rifanno il bagno e la cucina, si può portare in detrazione un divano nuovo. 
- Il bonus vale anche per i mobili fatti su misura?Sì.
- Tra i beneficiari rientrano tutti coloro che hanno sostenuto spese di ristrutturazione tra il 26 giugno 2012 e il 31 dicembre 2013?Sì, perché non importa la data di inizio dei lavori ma quella del pagamento. 
- Chi beneficia di altre detrazioni, come del 55% per la sostituzione degli infissi esterni, può chiedere il bonus mobili?No, perché il bonus è collegato solo alle ristrutturazioni edilizie.
- Se una ragazza compra la cucina per una casa ristrutturata dal suo fidanzato, potrà chiedere per sé il bonus mobili?No, perché ne beneficia il soggetto che ha ottenuto la detrazione per per la ristrutturazione. 
- L’Iva per i mobili resta al 21 per cento?Sì, a meno che non venga aumentata al 22% dal 1 luglio 2013. 
- Chi esegue i lavori di ristrutturazione in prima persona ha diritto al bonus mobili?Sì, a patto che sia in regola con i permessi in materia e abbia diritto alla detrazione per ristrutturazione per quanto riguarda l’acquisto dei materiali. 
- Il bonus di 10.000 euro è in aggiunta al massimale di 96.000 per la ristrutturazione o è compreso?È in aggiunta.
- Per la detrazione fa fede la data di acquisto o la data di pagamento?Secondo gli esperti occore far riferimento alla data di pagamento: al momento non è chiaro se l’agevolazione decorre dal 6 giugno 2013 (entrata in vigore del decreto) o dal 1 luglio 2013, entrata in vigore della proroga della detrazione al 50% per ristrutturazione edilizia. Se possibile, per evitare contestazioni, si consiglia di far slittare il pagamento a una data successiva al 1 luglio 2013. 
- Spesso i mobili si comprano facendo ricorso al credito al consumo. Si ha lo stesso diritto al bonus in questo caso?Gli esperti consigliano il ricorso al &quot;Bonifico parlante&quot;, cioè un bonifico postale o bancario dove sia chiaro il codice fiscale del soggetto che paga, il CF o la partita Iva del beneficiario, e la causale del versamento. Formalità che possono essere applicate anche quando il bonifico è effettuato da una società finanziaria. 
- Se una persona ha due appartamenti e li ristruttura entrambi, ha diritto al bonus mobili per tutti e due?Secondo gli esperti di Federlegno, dato che lo scopo della norma è stimolare i consumi, il bonus è legato a ogni singolo appartamento e quindi si possono chiedere due detrazioni. ]]></description>
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    <title>Nuovo Isee, come fare per calcolarlo</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/tasse/nuovo-isee-calcolo</link>
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<ame:author><![CDATA[MASSIMO MORICI ]]></ame:author><category><![CDATA[welfare]]></category><category><![CDATA[asili-nido]]></category><category><![CDATA[assegni-familiari]]></category><category><![CDATA[Imu]]></category><category><![CDATA[Isee]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 16:06:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/u/21658313-1/Nuovo-Isee-come-fare-per-calcolarlo_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Attenti all’effetto Imu che nel calcolo del nuovo Isee     rischia di peggiorare il risultato rispetto al vecchio indicatore, anche se l’esito può essere più favorevole se si hanno figli piccoli.Le novità del nuovo riccometro si concentrano soprattutto sul fronte patrimoniale. Ecco, in sintesi, quali voci prendere in considerazione e cosa pesa di più e cosa meno all’interno del calcolo, tenendo presente che il meccanismo generale non cambia.Il risultato, infatti, è il valore assoluto dato dalla somma dei redditi e dal 20% dei patrimoni mobiliari e immobiliari dei componenti il nucleo familiare.
Indicatore mobile “anti crisi”Rispetto al vecchio indicatore, che considerava la condizione famigliare dell’anno precedente, per calcolare il nuovo Isee si potrà fare riferimento anche al reddito corrente. Un’opzione vantaggiosa, in questo caso, per coloro che hanno subìto un taglio netto alle proprie entrate, ad esempio per la perdita di lavoro.
Quanto pesa la casaSe siete possessori di un immobile senza mutuo, fate attenzione ai casi di applicazione della franchigia.ll Sole 24 ore, per esempio, ha pubblicato delle simulazioni di calcolo considerando i nuovi criteri e scoprendo che, per una casa senza mutuo abitata da una famiglia di 4 persone, l’effetto è regressivo: meno vale l’immobile, più peggiora il risultato rispetto al vecchio Isee.Nel vecchio metodo il valore ai fini Ici, abbattuto da una franchigia di 51.646 euro o pari al mutuo residuo, veniva considerato per un quinto. Ad esempio, partendo da un valore ai fini Ici di 100.000 euro, scontato della franchigia da 51.646, e calcolando il 20%, si otteneva un valore di 9.671.Nel nuovo, invece, il valore Imu viene abbattuto di un terzo e considerato per un quinto, sottraendo una franchigia proporzionale al numero dei familiari o l'eventuale mutuo residuo.In questo caso, partendo da una base di 160.000 euro (valore Imu), la franchigia di 6.500 euro (in relazione a 4 componenti del nucleo famigliare) si sottrae al valore che si ottiene calcolando il 20% dei due terzi della base (106.667), ottenendo così un valore di 14.883.Il discorso cambia se invece c’è un mutuo: le nuove regole, in questo caso sono più favorevoli, ma solo se il valore Imu della casa non supera i 240.000 euro.I FALSI POVERI IN ITALIA    
Quanto pesano i risparmiDebuttano quest'anno i patrimoni finanziari detenuti all'estero, che rientrano nel calcolo della ricchezza assieme a Bot, azioni, conti concorrenti, obbligazioni, certificati di deposito e credito, buoni fruttiferi, quote di fondi di investimento.Come cambia il calcolo in questo caso? Alla vecchia franchigia da 15.493,7 euro subentra uno sconto base da 6.000 euro, che aumenta fino a 10.000 euro in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare.
Quanto pesano i figliAnche se i parametri base della scala di equivalenza restano gli stessi, sono state introdotte maggiorazioni crescenti a partire dal terzo e fino al quinto figlio. Se in casa c’è un bimbo sotto i tre anni, la già prevista maggiorazione per i nuclei con figli minori e genitori entrambi lavoratori viene elevata.ISEE, UNA RIVOLUZIONE CHE VIENE DA LONTANO    ]]></description>
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    <title>Apple, i ricavi delle app</title><ame:section_name><![CDATA[Il grafico della settimana]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/il-grafico-della-settimana]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/il-grafico-della-settimana/apple-ricavi-app</link>
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<ame:author><![CDATA[CLAUDIA ASTARITA  ]]></ame:author><category><![CDATA[il grafico della settimana]]></category><category><![CDATA[iPhone]]></category><category><![CDATA[apple]]></category><category><![CDATA[ipad]]></category><category><![CDATA[app store]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 15:45:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/p/21654059-1/Apple-i-ricavi-delle-app_medium.jpg" alt="Il grafico della settimana" /><br />Dopo aver investito in sei anni dieci miliardi di dollari negli App Store, la casa di Cupertino ne ha incassati quasi quindici]]></description>
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    <title>La Grecia spegne la tv e le speranze di ripresa</title><ame:section_name><![CDATA[Euro]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/euro]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/euro/tv-grecia-spenta-ripresa-austerity</link>
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<ame:author><![CDATA[MARCO PEDERSINI ]]></ame:author><category><![CDATA[grecia]]></category><category><![CDATA[recessione]]></category><category><![CDATA[crisi euro]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 15:34:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/v/21655735-3/La-Grecia-spegne-la-tv-e-le-speranze-di-ripresa_medium.jpg" alt="Euro" /><br />Il governo greco è stato battuto persino online: non appena ha annunciato il nome della futura emittente statale (Nerit, nuova radio televisione e internet ellenica    ), il blog Troktiko è corso a registrare il dominio nerit.gr. Così, se provate ad andare sul sito internet della futura tv pubblica, trovate una faccia sghignazzante e una diretta in streaming delle proteste contro la sospensione di Ert.&nbsp;Non è facile difendere Ert: la radiotelevisione pubblica, al momento sospesa, era un colabrodo in grado di perdere 300 milioni di euro all'anno (la Rai si ferma a 200, se si escludono i 53 milioni di euro necessari per i prepensionamenti). Non si vede come un paese con un sesto degli abitanti dell'Italia possa giustificare 7 canali radiofonici statali per la capitale, più 19 locali e 3 per Salonicco. La popolarità delle reti Ert non era da record: arrivavano intorno al 20 per cento dello share della giornata televisiva (quello delle reti Rai nel 2012 è stato del 39,8 per cento, con Rai1 al 18,39 per cento).Ci vuol fegato però anche per applaudire la decisione del governo. Può darsi che, come ha scritto il Financial Times, sospendere Ert fosse &quot;un male necessario&quot;, nell'attesa del lancio di una nuova emittente statale con la metà del personale (1.200 contro i 2.700 attuali). &quot;Abbiamo provato più volte a cambiare le cose in Ert ma non ci siamo mai riusciti&quot;, ha detto il portavoce del governo, Simos Kedikoglou, per giustificare l'interruzione improvvisa del servizio.&nbsp;È la riedizione in scala di una mentalità che sta trascinando la Grecia sempre più in basso (al contrario delle previsioni rosee di alcuni giornali, nel 2013 l'economia greca dovrebbe contrarsi di un ulteriore 4%). L'86 per cento dei greci non paga le tasse (lo dice il Fondo monetario internazionale)? La risposta, per il governo, sta per essere una tassazione unica sulla casa ben più crudele dell'Imu. Non si riescono a riformare le professioni e a razionalizzare la macchina statale? Si taglino 180 mila dipendenti statali, come ha annunciato il premier Antonis Samaras: &quot;È un miglioramento del settore pubblico&quot;, ha detto, come se bastasse qualche sforbiciata per rimediare ai decenni di cattiva amministrazione.&nbsp;I socialisti del Pasok provarono a mettere ordine nella tv di stato due anni fa. Il partito del premier Samaras, allora all'opposizione, si mise di traverso. Il gioco è ricominciato a parti invertite: ne beneficiano gli indignati d'occasione (che hanno promosso un appello di 50 emittenti pubbliche, a cui se ne somma uno online    ), la sinistra più dura (&quot;È un golpe contro la democrazia&quot;, ha detto il leader si Syriza Alexis Tzipras, da mesi scomparso dai radar). Il sistema di potere continua a scaricare la necessità del cambiamento sugli altri e i cittadini sono sempre più disillusi. E l'economia continua ad arrancare, perché ad Atene poco è cambiato    .&nbsp;IL FMI RICONOSCE GLI ERRORI SU ATENE    ]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Iva: quanto ci costerà l'aumento e quanto incasserà il governo</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/tasse/iva-aumento-governo-spesa</link>
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<ame:author><![CDATA[ANDREA.TELARA  ]]></ame:author><category><![CDATA[tasse]]></category><category><![CDATA[iva]]></category><category><![CDATA[CGIA]]></category><category><![CDATA[flavio zanonato]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 14:55:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/v/21651027-1/Iva-quanto-ci-costera-l-aumento-e-quanto-incassera-il-governo_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Vino, elettrodomestici, automobili e vestiti. Sono soltanto alcuni dei beni di consumo che fra poche settimane potrebbero costare di di più. Colpa dell'imminente aumento dell'iva, la cui aliquota ordinaria dovrebbe salire (ma il condizionale è d'obbligo) dal 21 al 22%, a partire dal primo luglio. Si tratta di una scelta che al momento è inevitabile, almeno a sentire il ministro dello Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, che per questa affermazione si è preso però una bordata di fischi all'assemblea generale di Confcommercio.IVA, I TIMORI DEI CONSUMATORI    Secondo Zanonato, l'esecutivo non può infatti rinunciare ai circa 4 miliardi di euro di gettito, generati proprio dall'incremento di un punto dell'imposta sul valore aggiunto, che è stato deciso nella precedente legislatura dal governo Monti. A ben guardare, le stime sulle maggiori entrate rischiano di essere ottimistiche visto che, già nel 2011, l'iva è stata ritoccata all'insù di un punto (dal 20 al 21%) e le entrate per le casse pubbliche sono state assai deludenti: invece di aumentare, lo scorso anno sono diminuite di 3,5 miliardi di euro, complice il crollo dei consumi delle famiglie.TUTTI I NUMERI DELL'AUSTERITY    Mentre centrodestra e centrosinistra spingono per evitare l'aumento e mentre i ministri economici sono impegnati a far quadrare i conti, le associazioni di categoria hanno già fatto molte stime sugli effetti del rincaro dell'imposta sul bilancio delle famiglie. La Cgia (la confederazione degli artigiani di Mestre)     ha calcolato che, nel prossimo semestre, il carrello della spesa diventerà più costoso di 44 euro per i nuclei familiari di 3 persone e di 51,5 euro per quelli con 4 componenti. Su base annua, invece, gli aumenti medi saranno compresi tra 88 e 102 euro circa.Ovviamente, non tutti i consumatori pagheranno le stesse cifre. Va ricordato, infatti, che l'aumento riguarderà soltanto l'imposta ordinaria e non quella agevolata sui generi di prima necessità come alcuni alimenti (pane, pasta, formaggi e verdura), oppure le case adibite ad abitazione principale, che conserveranno l'iva al 4%. Le aliquote rimarranno invece invariate all'attuale 10% anche per altri beni e di servizi intermedi come la carne, il pesce, i medicinali o il caffè del bar.GLI AUMENTI IN VISTAI rincari si concentreranno invece su alcuni generi in commercio giudicati un po' più “superflui” (anche se numerosi) come appunto gli elettrodomestici, il vino, gli oggetti hi-tech, i vestiti o i veicoli a motore. Ecco qualche esempio concreto: un'auto che oggi costa 15mila euro (iva compresa), con la nuova imposta al 22% costerebbe 15.120 euro circa. Il rincaro di una bottiglia di vino da 10 euro sarebbe invece di 8 centesimi mentre per un computer da 500 euro (sempre iva compresa) vi sarebbe un aumento di 4 euro circa. Si tratta di piccole cifre che, messe tutte assieme, rappresentano però un peso per il bilancio delle famiglie e per l'intera economia italiana, come è già avvenuto nel 2011 e nel 2012.MA QUANTE TASSE PAGHIAMO DAVVERO?    ]]></description>
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    <title>Tre mosse per rilanciare il lavoro</title><ame:section_name><![CDATA[Lavoro]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/lavoro/tre-mosse-rilanciare-lavoro</link>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[lavoro]]></category><category><![CDATA[occupazione]]></category><category><![CDATA[Gi Group]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 13:12:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/r/21614253-1/Tre-mosse-per-rilanciare-il-lavoro_medium.jpg" alt="Lavoro" /><br />Hanno intervistato 2.700 italiani nel mese di maggio e hanno chiesto loro &quot;Cosa serve per rilanciare l'occupazione nel nostro Paese? Cosa deve fare il Governo?&quot;. Lo so, alcuni di voi inizieranno a storcere il naso pensando che è il solito sondaggio che lascia il tempo che trova. Ma non è così. I 2.700 italiani intervistati da Gi Group (multinazionale italiana che opera nella selezione e formazione del lavoro) sono rappresentativi della comunità dei lavoratori per genere, età, professioni ricoperte. È la gente comune, come tutti noi. Stanchi della crisi, si sono fatti un'idea sempre più chiara su cosa dovrebbe fare il Governo Letta. Ora, subito, per mettere rimedio al grande male: la disoccupazione, soprattutto quella giovanile.Tre le principali proposte emerse dal sondaggio:- Diminuire le tasse sul lavoro in modo che le persone ricevano uno stipendio netto maggiore (ha risposto il 79% del campione).- Far pagare meno tasse alle aziende che assumono a tempo indeterminato (ha suggerito il 62% del campione)- Semplificare le norme sul lavoro (36%).Quest'ultima è l'esigenza più sentita da giovani e studenti, di pari passo con il bisogno di rendere la formazione scolastica più allineata alle esigenze delle imprese.Ma di più. &quot;Spostare le risorse pubbliche da politiche passive che erogano soldi pubblici alle persone senza lavoro, a politiche attive che aiutino le persone a trovare una nuova occupazione richiedendo un loro impegno attivo&quot;, è la quinta esigenza che &quot;rappresenta una sorpresa molto positiva&quot; spiega Stefano Colli-Lanzi, amministratore delegato di Gi-Group, &quot;poichè testimonia che in Italia si sta facendo strada una consapevolezza nuova di come le politiche sul lavoro debbano supportare le persone in un'ottica di costante reinseriento nel mercato dell'occupazione&quot;.]]></description>
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    <title>Nuovo Isee, ecco come sarà il riccometro</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/tasse/isee-riccometro-assegni-familiari</link>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[welfare]]></category><category><![CDATA[riforma]]></category><category><![CDATA[Isee]]></category><category><![CDATA[conti bancari]]></category><category><![CDATA[assegni familiari]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 11:26:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/s/21651095-1/Nuovo-Isee-ecco-come-sara-il-riccometro_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />E’ quello che in gergo si chiama un vero e proprio giro di vite. Il nuovo Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente comunemente definito anche riccometro, verrà rivoltato come un calzino e d’ora in poi fare i furbi dovrebbe diventare molto più difficile. La scelta drastica, a cui ha dato le mosse il precedente governo Monti e che ora Letta intende portare definitivamente in porto, mira a scovare tutti gli abusi che vengono commessi per usufruire dei servizi del welfare. Parliamo di tutte quelle prestazioni, dalle case popolari agli asili nido, tanto per fare due esempi molto classici, in cui vengono stilate delle classifiche proprio in base all’Isee e che puntualmente risultano inficiate da dichiarazioni fasulle.ISEE, UNA RIVOLUZIONE CHE VIENE DA LONTANO    E la perentorietà con cui l’attuale governo ha spinto sull’acceleratore della sua approvazione si lega anche alle nuove regole che dovrebbero disciplinare&nbsp;l’Imu. La tassa sugli immobili, e in particolare quella sulla prima casa, infatti, nelle intenzioni di Letta, dovrebbe pesare maggiormente sui proprietari più abbienti. Per poter realizzare questa rimodulazione fondamentale sarà dunque essenziale&nbsp;stabilire con certezza quali siano le ricchezze dei singoli nuclei familiari, facendo riferimento non più al semplice reddito. E diciamo pure che in questo senso il vecchio Isee, in servizio ormai da circa 15 anni, non dava più garanzie, anzi tutt’altro. Da qui l’idea dunque di una sua riforma.Nel nuovo riccometro allora, ci sarà innanzitutto una più corretta valutazione delle detrazioni i per i figli: rispetto al passato fino al secondo non cambia nulla, mentre gli sgravi diventano più generosi dal terzo in poi. Una specie di quoziente familiare che però aiuterà solo le famiglie davvero grandi. Nuove regole poi anche per le pensioni d’invalidità, nonostante le pesanti critiche che in questo senso sono arrivate dalle associazioni dei disabili. In pratica uno sgravio continuerà ad esserci, ma se oggi è uguale per tutti diventerà crescente su tre livelli: disabilità media, disabilità grave&nbsp;e fino al livello massimo rappresentato dalla non autosufficienza. Altro capitolo molto delicato è poi quello dei&nbsp;conti in banca. Basti pensare che attualmente l’80% dei contribuenti, con punte che in alcune zone del Sud raggiunge al il 96%, dichiara semplicemente nel riccometro di non avere un conto. D’ora in poi le autocertificazioni dei cittadini saranno incrociate con la banca dati del fisco, e le false attestazioni subiranno conseguenze molto gravi.RIFORMA DEL CATASTO, UN FISCO CHE CAMBIA PELLE    Nel nuovo Isee saremo poi chiamati a denunciare tutte le azioni e i titoli finanziari che possediamo&nbsp;in portafoglio, insieme ovviamente a tutte le nostre abitazioni di proprietà, e anche eventuali immobili situati all’estero. Inoltre, si cercherà di limitare al massimo gli effetti di uno degli escamotage formali più utilizzati per avanzare nelle classifiche di merito. Stiamo parlando di trucco per cui due genitori decidono di fissare residenze diverse, e nel caso solo uno dei due lavori, il figlio viene dichiarato a carico dell’altro che risulta dunque nullatenente. In questo modo spesso si è verificato il disdicevole caso di bambini che in graduatoria abbiano superato anche figli di veri cassintegrati. D’ora in poi si terrà comunque conto del reddito di uno dei genitori lavoratori, anche in presenza di residenze diverse.Infine, e questa volta si tratta decisamente di una buona notizia, è stato posto rimedio a una stortura precedente, per la quale un contribuente si ritrovava legato alla propria dichiarazione Isee per un intero anno e nel caso dunque avesse perso il lavoro a metà dello stesso periodo risultava comunque con un reddito di un certo livello. Ora il riccometro sarà aggiornabile in tempo reale, un modo per sanare eventuali cambi repentini di condizioni economiche, fin troppo frequenti purtroppo in un periodo di crisi come quello attuale.CONTI CORRENTI, FIN DOVE ARRIVA L'OCCHIO INDISCRETO DEL FISCO    &nbsp;]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Sergio Marchionne e il piano Marshall italiano</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/aziende/sergio-marchionne-piano-marshall-fiat</link>
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<ame:author><![CDATA[SERGIO LUCIANO ]]></ame:author><category><![CDATA[Fiat]]></category><category><![CDATA[Sergio Marchionne]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 11:02:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/e/21649025-1/Sergio-Marchionne-e-il-piano-Marshall-italiano_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />&quot;Un piano Marshall italiano&quot;: solo lui, solo Marchionne poteva inventarsela, una cosa così. Come dire un igloo senegalese, un canguro boliviano, un delfino tibetano: insomma, un accostamento surreale, il padre di tutti gli ossimori. Ma Sergio Marchionne ci ha abituato a questo e altro. Ed in fondo va bene così. Soprattutto perchè, riconosciamoglielo: ha salvato la Fiat che stava fallendo, l’ha triplicata di dimensioni, e proprio adesso che sta facendo il buono e non vuole più nemmeno chiudere le fabbriche italiane (fino al prossimo contrordine), la Uaw, i sindacati americani che tanto ama, sta per scucirgli – in cambio del loro 42% della Chrysler - più soldi di quanto ne avrebbe spesi assecondando per 25 anni le più esose richieste della Fiom-Cgil... bisogna comprenderlo, se è un po’ nervoso, Marchionne!E quindi chiudiamo un occhio su questo suo appello per &quot;un piano Marshall italiano&quot; lanciato ieri a Firenze, durante la prima riunione confindustriale alla quale ha accettato di aderire dopo aver sfancomandato a quel paese la confederazione (lo vedete che è ridiventato buono?). Ebbene, il capo della Fiat ha chiesto scusa a Firenze, per averla definita &quot;piccola povera città&quot; ed al suo sindaco, Renzi, uno &quot;che si crede Obama ma non è Obama&quot;. Non ha mai detto niente di tutto questo, è stata colpa di un giornalista (ah, vabbé). Quindi, ha fatto pace con la Confindustria, ha fatto pace con Firenze e poi ha fatto casino su Marshall.Già, perché il piano &quot;European recovery program&quot;, varato dal segretario di Stato americano George Marshall nel ’47 per sostenere la ricostruzione europea dopo la Seconda Guerra mondiale, comportò la spesa di 17 miliardi di dollari dell’epoca, qualcosa di colossale, di difficile attualizzazione ma nell’ordine delle decine di miliardi di euro ai valori di oggi, che l’America ci regalò per farceli spendere comprando i suoi prodotti. Insomma, un piano incardinato sul fatto che c’era un Paperone che pagava. E in Italia, oggi, chi paga? Forse Marchionne, devolvendo una fettina delle sue stock-options?Bisogna capirlo, però, davvero, Marchionne. Per due o tre mesi &quot;s’é tenuto&quot;. A Torino dicono che Jaki lo abbia tirato per il maglioncino e gli abbia detto di prendersi un po’ di riposo e non straparlare ogni giorno a manetta. Però a tutto c’é un limite, e &quot;quanno ce vo’, ce vo’&quot;. Quindi, ieri non ce l’ha fatta più ed ha parlato a profluvio.La vera apoteosi nelle esternazioni di ieri del capo della Fiat è stata l’agenda che ha dettato al governo Letta: dopo aver citato Oscar Wilde, Mark Twain, Roosevelt, Luigi Einaudi e Machiavelli e – tanto per non privarsi di niente - aver dato il fatto suo all’Europa (&quot;Tutti i problemi di un progetto incompleto sono venuti al pettine&quot;: accusa peraltro giustissima), Marchionne ha spiegato come si fa a governare bene: &quot;Scegliete le cinque cose più importanti, quelle che possono veramente influire sulla vita delle persone. Datevi 90 giorni di tempo per realizzarle e poi passate alle cinque successive&quot;. E chi ci avrebbe mai pensato!Insomma, questo Marchionne se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. Un po’ come quando Berlusconi suggerì ai giovani di sposare i suoi figli per risolvere i propri problemi economici. Ma almeno il Cavaliere sapeva di star scherzando.Ma allora quello di Marchionne a Firenze è stato uno show? No, basta scherzare, adesso. Sulla Fiat ha detto due o tre cose importantissime. Ha detto che in tre o quattro anni conta di riportare al pieno impiego tutti i lavoratori degli stabilimenti italiani, risolvendo il problema della sovraccapacità produttiva e di raggiungere &quot;finalmente&quot; il pareggio anche in Italia ed in Europa, grazie a un &quot;piano per l’Italia che già nei prossimi 24 mesi porterà ad un significativo aumento dell’attività produttiva&quot;. Siccome è vero che straparla, ma è anche vero che fa e anzi strafà, ed è vero che ha salvato la Fiat e che, dopo averlo minacciato ai quattro venti, non ha finora chiuso nient’altro che Termini Imerese (forse davvero insalvabile) merita credito.Il &quot;piano Marshall&quot; che ci basta che lui attui è quello dentro la Fiat: riprendere a fare belle macchine – ancora ieri dice di aver tentato di venderne una a Renzi, che s’é guardato bene dal comprarla, ma dovesse servire per diventare premier ne comprerebbe una bisarca – e continuare a far quadrare i conti Fiat. Fin quando Marchionne continuerà a salvare la Fiat così, se proprio ogni tanto ha bisogno di sfogarsi e di giocare al piccolo statista, lasciamoglielo fare. Se no Crozza con quali argomenti potrebbe continuare a sfotterlo?]]></description>
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    <title>Harley-Davidson: tre segreti di 110 anni di successo </title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/aziende/harley-davidson-anniversario-successo-segreti</link>
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<ame:author><![CDATA[STEFANIA MEDETTI ]]></ame:author><category><![CDATA[motociclette]]></category><category><![CDATA[harley-davidson]]></category><category><![CDATA[licensing]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 10:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/a/21647037-3/Harley-Davidson-tre-segreti-di-110-anni-di-successo_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />Adesso, anche il Papa ha un’Harley Davidson. Anzi, due. Omaggiate dagli appassionati in occasione del 110° anniversario del marchio. La differenziazione del target è una delle chiavi del successo della motocicletta nata in un garage di Milwakee nel 1903. Ai target emergenti, infatti, l’azienda dedica particolare attenzione: oltre il 50% delle donne che comprano motociclette negli Stati Uniti, per esempio, comprano una Harley. “Con il numero di motociclette che vendiamo oggi, siamo i primi per quanto riguarda i giovani adulti, gli afro-americani, gli ispanici, le donne e agli uomini bianchi”, ha spiegato a Business Week    &nbsp;Mark-Hans Richer, chief marketing officer della casa americana. Gli uomini fra i 34 e 74 anni restano il core target dell’azienda e, stando al Census Bureau, continueranno a esserlo anche per gli anni a venire, visto che il bacino potenziale di cinquanta milioni di acquirenti non sarà intaccato dal tempo che passa. Ma le prospettive sono buone anche presso i consumatori dei mercati emergenti: le vendite, lo scorso anno, sono cresciute del 39,2% in America Latina e del 14,3% nella regione dell’Asia-Pacifico, contro il +6,2% del Nord America e il -3% della regione Emea.Il secondo segreto del successo di Harley-Davidson     si chiama strategia. L’azienda, infatti, è passata dal primo primo prototipo, una bicicletta a propulsione, alla capitalizzazione odierna da 11,84 miliardi di dollari. A dieci anni dall’esordio, dalla fabbrica Harley-Davidson&nbsp;sono uscite quasi 13mila motociclette e lo scorso anno ne sono state prodotte 247,625. Terminata la Prima Guerra Mondiale, durante la quale H-D ha fornito le motociclette ai soldati americani di stanza in Europa, l'azienda è il più grande produttore del mondo, presente in 67 Paesi. Insieme alla Indian, è stato uno dei due marchi di motociclette in grado di sopravvivere alla Grande Depressione e alla concorrenza dell’industria automobilistica emergente. Una Ford modello T, infatti, costava come uno fra i modelli più potenti delle due ruote. Negli anni, l’azienda è diventata un colosso produttivo distribuito in 41 edifici, ma la crisi del 2009, ha obbligato il management a ripensare le cose. Oggi, Harley-Davidson è in migliore condizione finanziaria del livello pre-crisi,&nbsp;grazie a una politica coraggiosa    . H-D, infatti, ha saputo rivoluzionare il proprio approccio al lavoro: le 62 diverse tipologie di impiego pre-crisi sono scese a cinque. Il che significa che i lavoratori hanno un maggior numero di competenze e si spostano nell’impianto produttivo a seconda delle esigenze. Inoltre, d’accordo con i sindacati, è cresciuta la flessibilità e sono sempre di più i lavoratori che vengono ingaggiati nel momento del bisogno.&nbsp;La terza variabile che ha contribuito al successo è connaturata ai valori del marchio: “Lo scopo di Harley-Davidson è soddisfare i sogni di libertà personale delle persone di tutto il mondo”, ha ricordato    &nbsp;pochi mesi fa Keith Wandell, chairman, president e chief executive officer, in occasione della presentazione dei risultati 2012 che è stato chiuso con un giro d’affari di 5,58 miliardi di dollari, profitti per 623,9 milioni (contro i 548,1 del 2011) e vendite globali a +6,2%. Nel 2010, il valore del licensing del marchio ha toccato i 40 milioni di dollari, ma l’azienda, in realtà, investe ben poco in pubblicità. “Siamo stati&nbsp;il primo social network del mondo, quando ancora non si parlava di social network”, ricorda Richer. Con la nascita degli Harley Owners Group nel 1983, infatti, H-D ha incanalato la voglia di stare insieme dei suoi clienti. Oggi, esistono oltre 1400 club locali, i cosiddetti&nbsp;chapter    ,&nbsp;a cui fa capo oltre un milione di appassionati. Alcuni, come ha svelato Business Insider     in occasione del motoraduno cinese di qualche settimana fa, decisamente pittoreschi.]]></description>
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    <title>Marijuana addio: il business si sposta sulla chimica</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[STEFANIA MEDETTI ]]></ame:author><category><![CDATA[cannabis]]></category><category><![CDATA[marijuana]]></category><category><![CDATA[droghe]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 10:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21607205-1/Marijuana-addio-il-business-si-sposta-sulla-chimica_medium.jpg" alt="Economia" /><br />In totale sono 73 le nuove droghe sintetiche scoperte nel mercato europeo nel 2012. Nel 2011 erano 49 e nel 2009 ne sono state rintracciate 24. Lo rivela la recente inchiesta “European Drug Report    ”&nbsp;firmata dall’European Monitor Center for Drugs and Drugs Addiction che sottolinea come la velocità di diffusione delle nuove droghe non sia mai stata così elevata. Nel 2013, l’agenzia ha avuto la segnalazione di una nuova sostanza     ogni settimana.A quanto pare sono circa 300 le droghe sintetiche che si possono acquistare nell’Unione Europea, un mercato parallelo a quello delle sostanze stupefacenti, ma più difficile da rintracciare e potenzialmente più pericoloso, perchè gli effetti di queste nuove sostanze sono sconosciuti. La mancanza di dati farmacologici e tossicologici, infatti, impedisce di sapere quali effetti potranno avere sulla salute dei consumatori nel lungo periodo, ma anche come trattare la dipendenza o l’overdose. L’elenco dei costi sociali, quando non si arriva al decesso, comprende scompensi cardiaci, psicosi, paranoia e attacchi di panico.&nbsp;“Ci troviamo di fronte a un’offerta di stimolanti sempre più complessa, caratterizzata da una crescente proliferazione di sostanze e di canali di vendita”, ha commentato Cecilia Malmstroem, commissario europeo agli affari interni che ha auspicato nuove leggi in grado di definire i confini legali del fenomeno.&nbsp;Le nuove sostanze, infatti, sono chiamate anche “sballo legale”, perchè simulano gli effetti delle droghe tradizionali in maniera artificiale. La novità riguarda anche la produzione. Queste droghe, infatti, arrivano molto spesso dalla Cina e dall’India e vengono semplicemente etichettate in Europa. A complicare le cose ci si mette il fatto che le etichette non sempre corrispondono al contenuto e i cani antidroga non hanno ancora imparato a fiutare le nuove droghe. Risultato: le droghe chimiche circolano su canali legali (come la posta) e possono essere acquistate online, in negozi specializzati che le vendono come integratori per le piante o sali da bagno, con tanto di indicazione “non sono per il consumo umano”.&nbsp;Internet funziona sia come mezzo di informazione sia come mercato anonimo. A gennaio dello scorso anno, l’Unione Europea aveva identificato quasi 700 negozi online.&nbsp;Il Regno Unito, in particolare, è il primo mercato per l’e-commerce delle droghe sintetiche e, a partire dal 2011, ha registrato un incremento verticale    &nbsp;dei siti che le commercializzano. Gli Stati Uniti sono al secondo posto, seguiti da Paesi Bassi, Germania e Repubblica Ceca.&nbsp;Lo studio europeo rivela inoltre che il numero di persone che utilizza le droghe “tradizionali” stia calando    :&nbsp;i nuovi utilizzatori di eroina, per esempio, sono cresciuti a un tasso più contenuto rispetto al passato. Allo stesso modo, in alcuni Paesi, è calato il consumo di cannabis e cocaina e i ricercatori sospettano che il cambiamento sia frutto passaggio a droghe sintetiche. “Le organizzazioni criminali gestiscono adesso la produzione di queste nuove droghe che hanno il vantaggio di imporre minori rischi e garantire altri guadagni, visto che non è facile identificarle”, ha sottolineato    &nbsp;Rob Wainwright, direttore di Europol.&nbsp;Dopo gli Stati Uniti, che solo nel 2012 hanno cominciato a mettere al bando alcune sostanze, anche l’Europa è al lavoro su nuove misure per controllare la diffusione di droghe sintetiche. Nel vuoto della legislazione, come hanno avuto modo di scoprire    &nbsp;gli americani, c’è spazio per un business miliardario.]]></description>
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    <title>Forum della cucina, trionfa la pasta made in Italy</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/aziende/Forum-della-cucina-trionfa-la-pasta-made-in-Italy</link>
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<ame:author><![CDATA[MARINO.PETRELLI  ]]></ame:author><category><![CDATA[barilla, forum cucina, pasta, export]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 09:55:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/scienza/o/forum-della-cucina-trionfa-la-pasta-made-in-italy/21646833-1/Forum-della-cucina-trionfa-la-pasta-made-in-Italy_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />L’alimentare italiano è una spinta verso l’export. I dati parlano chiaro: nel primo trimestre 2013 ha messo a segno un aumento del 12 per cento rispetto all’anno scorso e, per la prima volta, le imprese food che esportano superano quelle che lavorano per il solo mercato domestico. Emerge dall’analisi di Format Research     per Federalimentare, secondo cui per una azienda su 4, il 23,2 per cento, i mercati esteri sono fonte di almeno il 30 per cento dei ricavi, con punte dell’80 per cento per vino, olio, pasta, conserve.Quasi 1.062 milioni di tonnellate di pasta made in Italy sulle tavole dell’intero globo e oltre 80 mila locali nel mondo: la ristorazione italiana fuori dal nostro paese non conosce crisi. Gli ambasciatori della migliore cucina italiana nel mondo si riuniscono, a Parma, per il “III Forum della cucina italiana nel mondo    ” organizzato da Academia Barilla. Nella giornata di apertura, si dibatterà su come mantenere gli standard di autenticità e qualità della cucina italiana all’estero, sull’identificazione del modello vincente del ristorante italiano nel mondo, insieme agli strumenti per combattere la concorrenza, inclusa quella sleale del “fake italian”, ovvero i falsi prodotti italiani spacciati come nostrani.Il momento più importante della manifestazione sarà la seconda edizione dell’Academia Barilla Pasta World Championship. Chef da oltre 20 paesi del mondo si sfideranno per conquistare il titolo di miglior “pasta chef” mondiale. Tra i concorrenti anche il vincitore dell'edizione 2012, il “giappoletano” Yoshi Yamada, chef giapponese con un trascorso lavorativo nella città partenopea, che ha conquistato la giuria con delle bavette alle vongole, cozze e calamari.L'ITALIA E' IL PAESE DELLA PASTA“Con un mercato di circa 1 milione di tonnellate nel canale retail, di cui circa 360 mila del marchio Barilla, l’Italia si conferma oggi il paese della pasta, soprattutto quando si guarda al consumo pro capite in cui gli italiani restano al vertice con 26 chili di pasta a testa ogni anno, e una diffusione del prodotto del 99 per cento nelle case italiane – dice a Panorama.it Gianluigi Zenti, direttore di Academia Barilla -. A livello internazionale, seguono il Venezuela, con oltre 12,3 chili di pasta pro capite, la Tunisia, con 11,9 e la Grecia, con 10,5”Il ristorante italiano all’estero, inoltre rappresenta anche un avamposto della promozione turistica e culturale del Paese. “Esportiamo per 25 miliardi di euro ma possiamo arrivare a 37 – osserva Filippo Ferrua, presidente di Federalimentare     -. La Germania, che pure non è un paese di tradizione alimentare, esporta il 10 per cento in più dell’Italia in rapporto al fatturato. Dal 20 per cento potremmo quindi arrivare al 28, potendo contare su prodotti della dieta mediterranea e di ottima qualità”.Nel 2012 l’Europa ha registrato un incremento medio dell’11,8 per cento in valore&nbsp;(dati Aidepi, luglio 2012),&nbsp;dove spicca&nbsp;la crescita registrata in paesi quali la Svizzera, la Russia e la Norvegia. Oltreoceano, gli Stati Uniti rimangono i primi importatori extra Europa e i quarti in assoluto, registrando nei primi sette mesi del 2012 un +20,8 per cento in valore, rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. “E’ nel continente asiatico che si registra il maggiore volume di vendite di pasta italiana dopo l’Europa, con un valore dell’export che si attesta a +11,4 per cento. Tra i paesi d’oriente, il trend più sorprendente si registra in Cina che, in soli 7 mesi, ha visto quasi&nbsp;raddoppiare l’importazione dall’Italia – aggiunge Zenti -. In questo contesto generale, la pasta italiana è riconosciuta sotto il brand Barilla in molte delle geografie più rilevanti per il mercato, come gli Stati Uniti dove l’azienda produce localmente e ha conquistato la leadership in pochi anni dal suo ingresso nel paese con una quota del 27 per cento. Seguono la Germania&nbsp;e la Francia”. &nbsp;&nbsp;ENOGASTRONOMIA IN CRESCITA IN ITALIA E NEL MONDOUn settore in pieno sviluppo è quello del turismo enogastronomico in Italia, malgrado la crisi e la progressiva riduzione di supporto pubblico. Tra il 2000 e il 2010 il turismo internazionale è cresciuto del 4 per cento, mentre secondo il World Tourism Barometer     dell’Unwto, l’Italia è il quinto paese al mondo per destinazione di turismo internazionale dopo Francia, USA, Cina e Spagna. I turisti sono stati 46 milioni nel 2011, con un incremento del +5,7 per cento rispetto al 2010. La provenienza principale arriva dalla Germania. “Da una ricerca di Future Brand     2011, su 25 paesi nel mondo l’Italia è la prima scelta dei turisti internazionali per il food and wine e per arte e cultura – conclude Zenti -. Da questa consapevolezza, Academia Barilla, nata per promuovere e difendere la cultura alimentare italiana nel mondo, ha recentemente lanciato un programma di tour     per promuovere il meglio dell’offerta italiana, attraverso esperienze culturali e gastronomiche”.]]></description>
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    <title>Le professioni del web, come diventare Digital PR</title><ame:section_name><![CDATA[Lavoro]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/lavoro/professioni-web-digital-pr</link>
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<ame:author><![CDATA[LUCA ORIOLI ]]></ame:author><category><![CDATA[web]]></category><category><![CDATA[nuove professioni]]></category><category><![CDATA[digital pr]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 09:30:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/r/21629233-1/Le-professioni-del-web-come-diventare-Digital-PR_medium.jpg" alt="Lavoro" /><br />È oramai noto a tutti quanto il&nbsp;digitale&nbsp;sia entrato a far parte del mondo del lavoro e di come abbia per un verso modificato nel profondo alcune professioni, per l’altro creato profili completamente nuovi e originali. Non è ancora dato sapere se la rivoluzione del web e delle sue professioni sia soltanto all’inizio o abbia raggiunto un buon livello di penetrazione, conoscere però nel dettaglio come si sta evolvendo il mercato del lavoro in questo senso può essere molto utile per capirne le potenzialità, gli sviluppi e possibili sbocchi.Nell’intervista    &nbsp;realizzata a Giulio Xhaet, autore del libro “Le nuove professioni del web” edito da Hoepli, sono emersi i principali profili che caratterizzano il mondo del web; iniziamo ad analizzare la professione del Digital PR.IL CONTESTO IN CUI OPERAGrazie all’estrema facilità concessa dal web di entrare in contatto e stringere relazioni con persone sconosciute sparpagliate un po’ ovunque nel globo, così come il vicino di casa con cui non ci si incrocia mai, alcune professioni un tempo esclusivamente “offline” e vissute dal vivo attraverso incontri reali o grazie al supporto di telefono e mail, si sono radicalmente trasformate.Uno di questi casi è la professione delle PR, che oggi può essere identificata attraverso due tipologie di professionisti: da una parte il profilo che continua a lavorare principalmente offline con l’integrazione - spesso parziale - delle risorse date dal web, dall’altra un profilo specializzato che si muove prevalentemente online, il Digital PR.Mentre nelle PR tradizionali ci si relaziona con figure di riferimento del proprio settore di competenza, il più delle volte giornalisti, sul fronte digitale le cose cambiano e si entra in contatto semplicemente con le persone, che siano influencer, community manager, stakeholder, blogger o giornalisti. Così come cambia l’interlocutore, così cambia l’approccio per entrarci in contatto; è stato quindi teorizzato un cambio di paradigma nella definizione stessa di PR digitale. Se fino a poco tempo fa l’acronimo PR era comunemente inteso come Public Relations, oggi viene meglio espresso - almeno nel settore digital - come People Relations.COSA FALa professione del Digital PR consiste nel far incontrare progetti creati e/o promossi dalla propria azienda/organizzazione e personaggi attivi che operano in rete - opinion leader, blogger, influencer, ecc. - per promuovere e far circolare la notizia, il prodotto o l’evento per il quale si vuole creare awareness.Partendo dalla definizione della strategia di comunicazione e di engagement con i propri interlocutori per identificare le più corrette ed efficaci modalità di presenza nei canali digitali, il Digital PR si occupa in linea generale di:- conoscere ed essere costantemente aggiornato sui canali e le piattaforme sui quali il target è più o meno attivo- attivazione/engagement dei contatti in base al settore in cui si opera- creare e aggiornare un database di contatti da coinvolgere negli specifici progetti di comunicazione- curare e gestire le relazioni con i propri interlocutori e interagire con loro online- attivare le relazioni coltivate in occasione dei progetti aziendali- produrre contenuti- monitorare il “buzz” (brusio della rete)- gestire rapidamente i flussi di comunicazione sulle “piazze” sociali (social media, community, forum, ecc.) legati all’oggetto della comunicazione- creare una reportistica a termine delle attività&nbsp;COME SI FORMAUn Digital PR non ha un percorso di studi specifico e univoco; attualmente è frequente vedere queste figure uscire da un’esperienza di PR o ufficio stampa tradizionali, essendo il mondo del web una diretta evoluzione della versione offline. Esistono diversi corsi di formazione ad hoc e master e in linea generale un background interessante può essere quello dato dalle facoltà legate al mondo della comunicazione. Per poter intraprendere questa professione è importante avere una buona conoscenza degli strumenti social (LinkedIn, Twitter, etc), un’infarinatura degli strumenti informatici e partecipare agli eventi o alle conferenze può rappresentare un valore aggiunto per entrare in contatto con persone legate al settore di interesse. In questo ambito la tecnologia fa la sua parte quindi possedere dispositivi (e applicazioni)&nbsp;mobile&nbsp;è un elemento di fondamentale importanza per entare in contatto con personaggi strategici e monitorarne le evoluzioni.DOVE LAVORAIl Digital PR lavora nelle agenzie di comunicazione, nelle web agency o come free lance attraverso consulenze. Sono inoltre sempre di più le agenzie di comunicazione tradizionali che hanno bisogno di queste figure professionali per muoversi in ambito web quindi le opportunità di lavoro sono molte.QUANTO GUADAGNALe entrate economiche dipendono molto dal progetto ma in linea generale il Digital PR viene considerato un ufficio stampa specializzato sul web e questo rappresenta un valore aggiunto anche dal punto di vista del guadagno. In linea generale la retibuzione può variare dai 1.400 ai 2.000 euro per figure di media esperienza.SITI DI RIFERIMENTOBlogbabel e Audiweb: siti per vedere le classifiche dei blog italianiNielsen, Technorati e Alexa: portali per consultare le classifiche dei blogger internazionali&nbsp;L’INTERVISTAPer approfondire il tema ho parlato con Damiano Crognali, General Manager di&nbsp;WE-B    , divisione digital e di web advertising della Aldo Biasi Comunicazione.Mi descrivi in 5 righe il tuo percorso lavorativo per arrivare a diventare&nbsp;Digital PR?&nbsp;Ho cominciato a lavorare a LA7, grazie ad uno stage di un anno, subito dopo la Laurea in Scienze della Comunicazione a La Sapienza. Nel 2005 entro nello staff LA7 Interactive che avrebbe creato l’attuale LA7.it. Nel 2008 divento giornalista professionista e poco dopo vado negli Stati Uniti per seguire come consulente web la campagna elettorale di un candidato al Senato della Florida e resto lì come collaboratore di LaStampa.it. Tornato in Italia ho cominciato a lavorare come consulente in Digital PR per varie web agency tra Milano e Torino.Come hai scoperto questo lavoro?Quasi per caso. Si era aperta una posizione nel team&nbsp;interactive&nbsp;di LA7 e così mi sono avvicinato al web professionale. Per via del mio mestiere ho cominciato a frequentare i barcamp, eventi di blogger e startupper. La mia attitudine da giornalista mi portava a collezionare contatti su contatti e agganciare sui vari social network le persone che incontravo.Che tipo di persone incontri durante la tua attività professionale?Incontro blogger, social addict, influencer, ma anche imprenditori e investitori. Ogni contatto è importante per il lavoro di un Digital PR. L’importante è fare degli elenchi ordinati, per sapere di volta in volta e nel più breve tempo possibile chi contattare a seconda del progetto.Come si svolge una tua giornata lavorativa tipo?Entro in ufficio prima di tutti gli altri, per assaporare la quiete prima che comincino a suonare i telefoni e tutto l’ufficio si popoli. Leggo i giornali, ancora di carta. Controllo le e-mail e programmo i post su twitter, facebook e gli altri social. Facciamo una riunione operativa con i colleghi su quello che abbiamo scoperto di nuovo online, quello che c’è da fare e poi affido i compiti operativi ai colleghi e mi metto al telefono, operazione che occupa l’80% della mia giornata lavorativa.Com’è considerata questa figura in Italia?Il Digital PR è considerato come un ufficio stampa tradizionale ma specializzato nella comunicazione con i blogger.Come ti aggiorni, ci sono libri ad hoc o corsi?&nbsp;Il miglior modo per tenersi aggiornati è essere sempre informati sui blog che salgono o scendono nelle classifiche. Per chi voglia sapere di più su questa professione, consiglio “Internet PR” di Marco Massarotto edito da Apogeo, oppure il breve ebook di Veronica Benini edito da 40k Unofficial, “Guida Bionda per influencer”.Quali consigli daresti ai giovani che hanno intenzione di intraprendere questa professione?Chi vuole fare il digital PR deve partecipare agli eventi, non vergognarsi di chiedere un biglietto da visita oppure di agganciare una persona online, su ogni social network. Consiglierei poi di comprarsi anche uno smartphone per gestire meglio la rubrica telefonica, sincronizzata fra il mobile e il computer.Gli aspetti fondamentali della tua professioneAttivare contatti con personaggi che operano in rete, fare elenchi di questi contatti e classificarli per “tag”. Ho un cellulare pieno di numeri telefonici, con rispettive e-mail, profili social e quant’altro di ogni persona che ho incontrato. Cerco di tenere sempre aggiornata la mia rubrica grazie alle opportunità offerte dalla sincronizzazione con Facebook e LinkedIn che mi permettono di aggiungere foto e nuove informazioni sui miei contatti.]]></description>
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    <title>Iva e Imu, niente abolizione</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/tasse]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/tasse/iva-imu-rinvio</link>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[iva]]></category><category><![CDATA[Imu]]></category><category><![CDATA[Fabrizio Saccomanni]]></category><ame:pubDate>Ven, 14 Giu 2013 09:10:00 +0200</ame:pubDate>
                                                       
                
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/e/c/economia-fabrizio-saccomanni/19926825-1/ECONOMIA-fabrizio-saccomanni_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Ci siamo. La resa dei conti è vicina. &quot;In questo momento soldi per evitare l'aumento dell'Iva non ce ne sono&quot;. Più chiaro di così il ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato non poteva essere. E poi: &quot;Gli 8 miliardi di interventi compensativi (per coprire Imu sulla prima casa e Iva, ndr) non sono rinvenibili&quot;. Ha detto il ministro per l'economia Fabrizio Saccomanni.Dunque, state calmi. Tutti. Le riforme delle due imposte che stanno tenendo con il fiato sospeso gli italiani sono davvero un grande punto interrogativo.L'incremento dell'aliquota Iva per la maggior parte dei beni di consumo dal 21 al 22%, fissata per il 1 luglio, sembra non si possa scongiurare. Ora o nei prossimi mesi ma pare si farà. L'unica opzione che sembra essere sul tavolo del Governo, è il rinvio. Forse, a dicembre.Le modalità su come riposizionare l'Iva devono procedere parallelamente all'approvazione di una nuova politica sulla tassazione sulla casa che riveda l'Imu, probabilmente senza abolirla. Ritocco alle aliquote, incremento delle esenzioni. Ma abolirla del tutto, probabilmente, non sarà possibile.]]></description>
  </item>  <item>
    <title>New York, città ideale per le donne imprenditrici</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it]]></ame:section>
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<ame:author><![CDATA[CINZIA MEONI ]]></ame:author><category><![CDATA[donne imprenditrici]]></category><category><![CDATA[new york]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 18:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21616105-2/New-York-citta-ideale-per-le-donne-imprenditrici_medium.jpg" alt="Economia" /><br />Una donna ha molte più chance di costituire una propria impresa negli Stati Uniti che in ogni altra parte del mondo. La riprova sono le oltre 8,6 milioni aziende guidate appunto negli Usa. È questo il risultato del primo indice mondiale che misura l’imprenditorialità femminile creato da Dell e ripreso da Forbes. L’indice &quot;Gender-Gedi    &quot; di Dell, al suo debutto,&nbsp;misura attraverso 30 indicatori&nbsp;(tra cui istruzione, istituzioni, accessibilità ai finanziamenti, cultura) il potenziale relativo all'imprenditoria in rosa&nbsp;in 17&nbsp;Paesi (l'Italia è esclusa). Sul podio si classificano Stati Uniti, Australia e Germania. Ma appare subito chiaro, al di là&nbsp;dei punteggi (gli Usa conquistano il livello più elevato con 76/100), che il margine di miglioramento è ampio per tutti, vincitori compresi.
ISTRUZIONE, FINANZIAMENTI E CULTURA PER FAR DECOLLARE LE IMPRESE FEMMINILIIl rapporto evidenzia&nbsp;come non sia sufficiente avere una&nbsp;solida posizione in alcuni settori chiave (diritti legali, istruzione e accesso ai finanziamenti) perché sia garantito, all'interno di un singolo&nbsp;Paese,&nbsp;un alto potenziale di imprenditorialità femminile. Quest'ultima infatti è spesso frenata da norme sociali e culturali. Il Giappone ad esempio, gioca alla pari con&nbsp;Regno Unito e Stati Uniti per la qualità del reddito. Eppure Tokyo, per fattori preminentemente culturali, vanta una percentuale di donne manager molto bassa (9%)&nbsp;rispetto al&nbsp;43% degli Usa, al 10% della Turchia, all'11% dell’Egitto e al 13% del Marocco. Il rapporto chiarisce poi come le lacune nel livello di istruzione costituiscano un freno allo sviluppo dell’imprenditorialità. Numerose donne&nbsp;nei Paesi in via di sviluppo sfruttano le opportunità imprenditoriali, ma generalmente senza istruzione non sono in grado di far decollare le proprie attività. L'accesso ai finanziamenti è poi cruciale.&nbsp;Si consideri che in molti Paesi a basso&nbsp;reddito, sono poche persino le donne con un conto&nbsp;corrente&nbsp;(in Egitto la percentuale è ferma al 7%, in Uganda al 15%, in Messico al 22%). Ma anche&nbsp;nei Paesi dove l'apertura di un conto corrente non è un problema, l'accesso ai finanziamenti di capitale di rischio sono ancora bassi. Ad iniziare dagli Usa, dove solo il 3-5% dei finanziamenti&nbsp;alle impresa va ad aziende in rosa.&nbsp; &nbsp;LA CLASSIFICA DI DELL-IL GENDER GEDI (in /100)
1 - Usa 76/100
2 - Australia 70/100
3- Germania 63/100
4 –Francia 56/100
5 – Messico 55/100
6- Regno Unito 51/100
7 – Sud Africa 43/100
8 – Cina 41/100
9 - Malesia 40/100
10 – Russia 40/100
11 – Turchia 40/100
12- Giappone 39/100
13 – Marocco 38/100
14 - Brasile 36/100
15- Egitto 34/100
16 – India 32/10017 – Uganda 32/100
LE CITTA' IN ROSASe si è donne e imprenditrici meglio quindi dirigersi negli Usa dove stando al rapporto 2013 dell’AMEX, sono già 8,6 milioni le aziende fondate da donne che generano più di 1.300 miliardi dollari di fatturato e impiegano quasi 8 milioni di persone. Non solo le imprese in rosa aumentano, negli Usa, ad un ritmo sensibilmente maggiore rispetto alla media generica. Infatti, stando al rapporto Amex &quot;The state of women-owned business    &quot;, tra il 1997 e il 2013&nbsp;il numero di imprese di proprietà di donne è aumentato del 59% (rispetto al +41% della media nazionale).
Più in dettaglio ecco le cinque città dove se si è donne è più facile fare fortuna:
. New York: 670.100 le imprese in rosa che fatturano 105 milioni di dollari
. Houston: 167.300 aziende che generano ricavi per 35 milioni di dollari
. Dallas: 188.200 imprese per un fatturato di 31,6 milioni di dollari
. Washington: 250.300 per un giro d’affari di 33 milioni di dollari. Atlanta 179mila aziende per 30 milioni di dollari di fatturato]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Disoccupazione: caro Letta, il miliardo di euro usalo così</title><ame:section_name><![CDATA[Lavoro]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/lavoro]]></ame:section>
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<ame:author><![CDATA[ANDREA.TELARA  ]]></ame:author><category><![CDATA[lavoro]]></category><category><![CDATA[disoccupazione]]></category><category><![CDATA[enrico letta]]></category><category><![CDATA[Enrico Giovannini]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 16:10:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/i/21638139-1/Disoccupazione-caro-Letta-il-miliardo-di-euro-usalo-cosi_medium.jpg" alt="Lavoro" /><br />“La disoccupazione di Eurolandia ha raggiunto livelli inaccettabilmente elevati”. E' quanto sostiene oggi la&nbsp;Banca Centrale Europea (Bce) che, nel suo ultimo&nbsp;bollettino trimestrale, invita ancora i paesi del Vecchio Continente a mettere in atto riforme strutturali, per creare nuovi posti di lavoro. L'appello della Bce ha tra i primi destinatari il governo italiano guidato da Enrico Letta, che si appresta a varare un pacchetto di misure contro la disoccupazione, con una dotazione di fondi per circa 1 miliardo di euro, provenienti in gran parte dall'Ue.I PIANI DEL GOVERNO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE    Le risorse a disposizione non sono dunque moltissime e andranno probabilmente usate con molta parsimonia, concentrandosi su alcune misure più urgenti. Quali? Nel mondo politico e tra gli esperti di welfare, sembra prevalere la spinta verso una serie di agevolazioni fiscali per le nuove assunzioni. La pensa così, per esempio, Stefano Colli Lanzi, amministratore delegato dell'agenzia di lavoro Gi Group, che ricorda come la tassazione sui salari, nel nostro paese, sia tra le più alte al mondo. Non a caso, secondo un sondaggio effettuato di recente da Gi Group (attraverso la fondazione Gi Academy), il 62% degli italiani ritiene prioritario un abbassamento delle imposte per le aziende che reclutano nuovo personale a tempo indeterminato.È la stessa ricetta proposta oggi anche da Cesare Damiano    , deputato del Pd e vice-presidente della Commissione Lavoro alla Camera, che suggerisce però al governo di concentrare tutti gli interventi sulle fasce più deboli della popolazione: i giovani e i disoccupati ultra-cinquantenni, che fanno maggior fatica a reinserirsi nel mondo produttivo.MENO CONTRIBUTI ALLE PARTITE IVADamiano propone però anche un'altra misura: un blocco degli aumenti di contributi pensionistici per le &quot;vere partite Iva&quot;, cioè i liberi professionisti non iscritti agli Ordini che, assieme ai precari, versano gli accantonamenti previdenziali a un particolare fondo dell'Inps che si chiama Gestione Separata. Per questa categoria di lavoratori, il prossimo anno è previsto una crescita della contribuzione di almeno l'1%, secondo quanto stabilito dalla Riforma Fornero. Si tratta di una misura che rischia di fare grossi danni poiché molte attività autonome con la partita iva sono oggi, per i giovani, l'unica alternativa alla disoccupazione.LA GARANZIA GIOVANI    Tra i provvedimenti caldeggiati dall'attuale presidente della Commissione Lavoro, c'è anche l'avvio in tempi rapidi delle Youth Guarantee, cioè i piani di formazione e inserimento professionale per i giovani under 25, che verranno finanziati nei prossimi mesi dall'Unione Europea. Per attuare questi programmi, però, è previsto un coinvolgimento dei Centri per l'Impiego (cioè gli ex-uffici di collocamento) che purtroppo, secondo Giuliano Cazzola, esperto di welfare ed ex-deputato del Pdl (poi passato alla Lista Monti), spesso funzionano come dovrebbero. “In alcuni centri per l'impiego”, dice l'ex-parlamentare, “ci sono indubbiamente delle buone pratiche ma, su tutto il territorio nazionale, i risultati raggunti dal collocamento pubblico sono indubbiamente ancora modesti”. Cazzola e Colli-Lanzi, sembrano infatti concordi su un punto: senza delle politiche attive del lavoro, che prevedono la formazione dei disoccupati e favoriscono il loro reinserimento del mondo produttivo, le agevolazioni fiscali sulle nuove assunzioni rischiano di non centrare tutti gli obiettivi.I DANNI DELLA RIFORMA FORNERO    Inoltre, Cazzola propone anche di rimuovere i vincoli sui contratti a tempo determinato, come la regola che impone all'azienda di indicare il cosiddetto causalone, cioè il motivo per cui il lavoratore è stato assunto con un rapporto temporaneo e non con un inquadramento stabile. “Ricordiamoci una cosa importante”, dice ancora l'esponente di Lista Civica, “nessun incentivo fiscale può compensare i troppi disincentivi normativi che oggi ostacolano le aziende italiane, quando vogliono dotarsi di nuovo personale”.Non ci sono dunque soltanto gli sgravi fiscali, ma anche alcune provvedimenti a costo zero che correggono la legge Fornero e introducono nuovi elementi di flessibilità nei contratti di assunzione. È questa anche la strada indicata da Pietro Ichino, ex-senatore del Pd, poi confluito anche lui nella Lista Monti. Oggi Ichino torna a rilanciare il suo progetto di riforma del lavoro, basata sulla creazione di un nuovo contratto sperimentale a tempo indeterminato e a tutele progressive. In pratica, si tratta di un rapporto di lavoro stabile ma che, per i primi anni di vita, prevede pochi vincoli sui licenziamenti. Lo scopo è di creare una situazione in cui, per le aziende, in una fase iniziale sia indifferente assumere con un contratto precario (come avviene spesso oggi) o con un inquadramento stabile che offre invece maggiori prospettive di crescita professionale.IL LAVORO E IL DECRETO DEL FARE    PICCOLE E MEDIE IMPRESE, TUTTI I POSTI A RISCHIO    TUTTO SULL'ULTIMA RIFORMA DEL LAVORO     ]]></description>
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    <title>Golaseca: la crisi Alcoa in un videoclip</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/aziende]]></ame:section>
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<ame:author><![CDATA[]]></ame:author><category><![CDATA[alcoa]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 16:00:00 +0200</ame:pubDate>
                                                       
                
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/" alt="Aziende" /><br />]]></description>
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    <title>Pmi, un fisco più leggero per ripartire</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[Ires]]></category><category><![CDATA[pmi]]></category><category><![CDATA[Confapi]]></category><category><![CDATA[sgravi fiscali]]></category><category><![CDATA[pignoramenti]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 15:56:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/m/21643651-1/Pmi-un-fisco-piu-leggero-per-ripartire_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />“I governi che in questi anni si sono susseguiti non hanno mai adottato provvedimenti specifici considerando le dimensioni delle aziende. In questo senso le piccole e medie imprese, che rappresentano la spina dorsale produttiva del nostro Paese, non sono mai state davvero considerate nelle giusta misura”. Non usa davvero mezze parole Maurizio Casasco, presidente di Confapi, associazione di categoria che raggruppa migliaia di Pmi, per lanciare il proprio preoccupato allarme circa la situazione in cui versano tanti piccoli e medi imprenditori italiani. E lo fa in un momento decisamente critico: siamo infatti nei giorni, se non nelle ore, in cui il governo del presidente Letta si appresta ad approvare il cosiddetto decreto del fare, nel quale si prevede l’inserimento di norme specifiche proprio a favore delle piccole e medie imprese, soprattutto sul fronte fiscale.IMPRESE, ECCO A COSA PENSA IL GOVERNO LETTA    “Ci tengo a precisare in questo senso – dice Casasco – che le misure messe in cantiere dal governo sono sicuramente un elemento positivo”. Il riferimento è in particolare alle maggiori tutele che avranno gli imprenditori in momentanea difficoltà ai quali, secondo le idee del governo, sarà più difficile pignorare i beni strumentali, con un ulteriore obbligo per Equitalia di attendere comunque almeno 300 giorni prima di mettere all’asta macchinari produttivi. “Si tratta certamente di una buona idea – sottolinea il presidente di Confapi – ma di sicuro non basta. Ci vorrebbero altri provvedimenti che tengano appunto conto delle reali dimensioni delle aziende”. E in questo senso Casasco sembra avere le idee molto chiare sui provvedimenti che andrebbero adottati “d’urgenza”, come sottolinea egli stesso, “ossia senza lungaggini dovute a progetti di legge, ma attraverso lo strumento di un decreto che renda subito esecutive le misure adottate”.E quel che serve è innanzitutto una moratoria fiscale per le piccole e medie imprese. “Bisognerebbe prevedere cioè che le aziende da 15 a 50 dipendenti – sostiene Casasco – siano messe nelle condizioni di pagare subito il 40-50% dei propri oneri fiscali, con il resto che viene invece posticipato e rateizzato”.Altro punto su cui occorrerebbe mettere le mani, sempre con una logica definita “dimensionale”, riguarda l’Ires. “Oggi tutte le imprese, indipendentemente dalla loro grandezza – attacca Casasco – pagano il 27,5%. Questa aliquota andrebbe invece rivista e resa proporzionale al numero dei dipendenti delle aziende, così da alleggerire il peso contributivo per &nbsp;che le piccole aziende”.UN&nbsp;FISCO CHE STROZZA LE IMPRESE    Ma non finisce qui, perché il parametro della dimensione d’impresa dovrebbe essere contemplato anche in riferimento agli&nbsp;interessi passivi pagati alle banche, che oggi sono detraibili solo fino al 30%, una misura adottata per evitare eventuali speculazioni di tipo finanziario. “Per le Pmi si dovrebbe introdurre invece una sorta di franchigia minima, che permetta loro di detrarre somme pari almeno a 200-300mila euro”.Ovviamente a questo pacchetto di misure strettamente fiscali dovrebbero fare da contraltare &nbsp;interventi che rimettano prima possibile in movimenti capitali finanziari. E anche in questo senso le proposte della Confapi sono molto chiare. “Ci vuole innanzitutto una maggiore liquidità di mercato – afferma Casasco – che arrivi dai pagamenti della pubblica amministrazione. Da tempo ormai se ne parla, ma in effetti nessuno ancora ha visto conseguenze pratiche. E in questo senso il governo Letta dovrebbe dare prima possibile delle certezze. Inoltre – conclude Casasco – ci vuole una liquidità che arrivi dalla Cassa depositi e prestiti, sulla base di un modello che permetta alle Pmi di accedere a una forma di credito agevolato e a tassi calmierati”. Una proposta quest’ultima che in parte è stata fatta propria dal governo, che sul resto invece sarà chiamato a raccogliere il grido d’allarme delle Pmi, che rappresentano al momento l’anello più debole della filiera economica del nostro Paese.PAGAMENTI PA, ECCO COME SBLOCCARE LE RISORSE    ]]></description>
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    <title>LinkedIn guida la classifica delle aziende hi-tech</title><ame:section_name><![CDATA[Tech &amp; Social]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/tech-social]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/tech-social/linkedIn-facebook-apple-classifica-forbes</link>
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<ame:author><![CDATA[CINZIA MEONI ]]></ame:author><category><![CDATA[classifica]]></category><category><![CDATA[facebook]]></category><category><![CDATA[apple]]></category><category><![CDATA[Forbes]]></category><category><![CDATA[Linkedin]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 14:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/i/21614897-2/LinkedIn-guida-la-classifica-delle-aziende-hi-tech_medium.jpg" alt="Tech &amp; Social" /><br />È LinkedIn     la società hi-tech con il ritmo di crescita più elevato. Apple invece scende di un posto e cede la seconda posizione alla new entry Facebook. Lo sostiene Forbes     nella sua classifica “Fast Tech25”che si pone, di anno in anno, l’obiettivo di identificare i campioni dell’universo hi tech a stelle e strisce, società con un business sostenibile nel tempo grazie a brevetti e innovazioni, e quindi con promesse di&nbsp;ricavi e guadagni interessanti. La lista, giunta al suo 11° compleanno, prende in esame 2100 aziende hi-tech quotate in Borsa e seleziona tra queste solo le società in utile, con un giro d’affari di almeno 150 milioni di dollari e una capitalizzazione di 500 milioni. Non solo. I criteri per accedere alla lista delle magnifiche 25 sono particolarmente rigidi. I gruppi devono infatti aver registrato nel corso degli ultimi tre esercizi una crescita delle vendite di almeno dieci punti percentuali e prevedere, in un arco temporale compreso tra i 3 e i 5 anni, un aumento degli utili per azione di oltre dieci punti percentuali. La lista del 2013 vede numerose new entry e altrettanto numerose mancate promesse. Il ricambio sul 2012 è stato infatti particolarmente significativo.LA TOP TEN1. LinkedIn, attiva nel social networking, ha&nbsp;fatturato negli ultimi dodici mesi 1,1 miliardi di dollari (+80%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 102%. A livello di utile per azione invece, la crescita è stimata&nbsp;al 51%. LinkedIn è stabile in pole position rispetto al 2012.2. Facebook    . La&nbsp;società attiva nel social networking, vanta un giro d’affari di 5,48 miliardi di dollari (+36%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari all’87%. A livello di utile per azione invece, la crescita è attesa al 25%. Nel 2012 la società non era presente nella Top25 di Forbes.3. Apple, società attiva nella produzione di pc, tablet e iphone. Il gruppo creato da Steve Jobs ha chiuso l’anno con un giro d’affari di 169,1 miliardi di dollari (+19%). Apple    , nei prossimi tre esercizi, stando alle stime degli analisti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 55%. A livello di utile per azione invece, la crescita è&nbsp;prevista al 15%. Apple retrocede di una posizione rispetto allo scorso anno.4. 3D Systems, attiva nelle stampanti 3D, un giro d’affari di 378 milioni di dollari (+45%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 46%. A livello di utile per azione invece, la crescita è attesa al 30%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.5.&nbsp;IPG Photonics, attiva nei laser, vanta 581 milioni di dollari (+17%) di ricavi. Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 46%. A livello di utile per azione invece, la crescita è&nbsp;stimata al&nbsp;26%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.6. EPAM Systems, gruppo IT con un fatturato di 464 milioni di dollari (+30%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 43%. A livello di utile per azione invece, la crescita è prevista al 25%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.7. Shutterstock. La società attiva nell'e-commerce&nbsp;ha chiuso l’ultimo esercizio con 183 milioni di dollari di ricavi&nbsp;(+38%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli analisti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 41%. A livello di utile per azione invece, la crescita è attesa al 21%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.8. InvenSense, gruppo attivo nell’elettronica di consumo, vanta un fatturato di 209 milioni di dollari (+36%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 40%. A livello di utile per azione invece, la crescita è prevista al 20%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.9. Shutterfly, società attiva nei servizi e nei prodotti fotografici online, ha un giro d’affari di 666 milioni di dollari (+31%). Nei prossimi tre esercizi il gruppo, stando alle stime degli analisti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 39%. A livello di utile per azione invece la crescita è&nbsp;prevista al 16%. Sale di una posizione rispetto al 2012.10. OpenTable, attiva nei servizi di prenotazione di ristoranti online. Il gruppo ha chiuso l’ultimo esercizio con 168 milioni di dollari di fatturato (+16%). OpenTable, nei prossimi tre esercizi e stando alle stime degli esperti, dovrebbe registrare un tasso di crescita annuo del fatturato pari al 34%. A livello di utile per azione invece, la crescita è&nbsp;stimata&nbsp;al 20%. Nel 2012 non era presente nella Top25 di Forbes.È evidente l’elevato livello di ricambio all’interno della classifica. Le promesse di ieri, la top ten del 2012, sono quasi completamente assenti dalla top ten di oggi. E se l’assenza di Facebook dalla precedente classifica è facilmente spiegata dalla quotazione del noto social network nella primavera del 2012, è più arduo capacitarsi del rapido tramonto delle stelle del 2012 quando emergevano LinkedIn (confermata al 1°), Apple (scesa al 3°),&nbsp;Qlik tech (sparita dagli schermi), Athenahealth (scesa al 13°), Equinix (crollata al 15°), Ebix (sparita dagli schermi), Aruba networks (sparita dagli schermi), Riverbec tech (sparita dagli schermi), Cognizant Tech (caduta al 12°), Shutterfly (oggi al 9°).]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Ilva e il piano europeo per l'acciaio</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/aziende]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/aziende/Ilva-si-ferma-l-altoforno-2-Altri-800-esuberi-da-luglio</link>
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<ame:author><![CDATA[MARINO.PETRELLI  ]]></ame:author><category><![CDATA[Ilva, altoforno 2, bonifiche, esuberi]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 13:36:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/l/21637783-1/Ilva-si-ferma-l-altoforno-2.-Altri-800-esuberi-da-luglio_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />All’Ilva si ferma anche l’altoforno numero 2 e altri 800 operai saranno costretti a stare a casa a partire da luglio. Si sommeranno ai 1.100 che lo sono già. Per l’azienda sono esuberi temporanei, causati dalla crisi di mercato dell’acciaio e dal calo della domanda. Al quale la Commissione europea cerca di mettere un freno con un piano ambizioso di rilancio dell'intero comparto dell'acciaio e della siderurgia nel Vecchio continente.L’altoforno si fermerà per almeno tre mesi, come stabilito a fine marzo al ministero del Welfare nell’accordo tra le parti, ma la notizia, per quanto nell’aria, ha spiazzato sindacati e operai che non si aspettavano tempi così rapidi e che già, secondo quando apprende Panorama.it, sarebbero pronti a manifestare davanti i cancelli dello stabilimento e creare presidi spontanei.Sul piano produttivo, è una mazzata non indifferente. L'altoforno 1 era già stato fermato ai primi di dicembre per i lavori di risanamento, l’altoforno 3 è spento da anni ed ora, in base all’Aia, dovrà essere definitivamente dismesso e la relativa area bonificata. Restavano gli altiforni 2, 4 e 5. Da luglio solo gli ultimi due continueranno a produrre. L’altro stop importante è previsto all’inizio dell’estate 2014 quando sarà spento, anche qui per lavori, il grande altoforno 5. L’azienda, fanno sapere alcuni dirigenti, spera che prima o poi il mercato riparta e si riprenda in modo da avere in quel momento uno stock di altiforni riammodernati e pronti a produrre.Ilva e sindacati si rivedranno il 19 giugno ma non sembrano esserci complicazioni a proposito della nuova fermata. Anche perché a metà marzo i contratti di solidarietà sottoscritti erano stati per 3.749 unità nel 2013    , ma fino a questo momento ne sono stati usati per poco più di un migliaio di addetti. Chiaro segnale che le parti già prefiguravano un più ampio utilizzo di questo ammortizzatore sociale.UN PIANO EUROPEO PER L'ACCIAIOMa non c'è solo Ilva. Il quadro dell’acciaio e della siderurgia è a tinte fosche in tutta Europa. Al punto che la Commissione europea ha presentato un piano d’azione (qui il documento integrale    ) per aiutare il settore a fronteggiare le sfide contingenti e a porre le basi per riconquistare competitività in futuro. Una sorta di salvagente, come molti lo hanno definito, per favorire un quadro normativo più favorevole, sia dal punto di vista ambientale che commerciale.Secondo la Commissione europea    , la domanda di acciaio europeo è oggi del 27 per cento al di sotto i livelli precedenti la crisi economica. Tra il 2007 e il 2011, l’occupazione è calata del 10 per cento. Nonostante tutto, l’Europa rimane ancora il secondo produttore di acciaio al mondo, con una produzione di 177 milioni di tonnellate all'anno, pari all’11 per cento del totale mondiale. L’Ocse stima che la produzione di acciaio dovrebbe salire a 2,3 miliardi di tonnellate entro il 2025, da circa 1,9 miliardi oggi.Da qui il piano di rilancio. Applicabile anche per l’Ilva. Come spiega Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione e responsabile su industria e imprenditoria, “i costi della legislazione europea nel caso delle fornaci elettriche raggiungono un massimo di 18 euro per tonnellata d'acciaio, 12 euro nel caso di altiforni. Se vogliamo applicarlo all’Ilva, che è uno dei principali siti europei del settore che non deve essere assolutamente abbandonato, penso all’utilizzo dei fondi della Banca europea degli investimenti, dei fondi per il carbone e l’acciaio, per la salute dei lavoratori, e agli aiuti di Stato finalizzati alla riqualificazione ambientale”.Il rischio, concreto, dice la Commissione, è &nbsp;quello di dover fare i conti con la chiusura di molti impianti e di conseguente perdita di posti di lavoro. Il riferimento è sicuramente a Taranto, ma anche a Piombino e a Terni, realtà italiane alle prese con una crisi senza precedenti.Il piano prevede un forte rilancio della domanda interna dell’acciaio. Soprattutto in quei paesi, come l’Italia, dove le costruzioni e l’industria dell’auto garantiscono ancora una domanda piuttosto alta. Ecco perché l’Ilva potrebbe inserirsi a pieno titolo in questo rilancio voluto dall’Europa: produrre di più per favorire la crescita di altri settori strategici interni.DALL'EUROPA AIUTI ANCHE PER LE BONIFICHEPoiché l’industria siderurgica è tra i settori responsabili della maggiore quantità di CO2, &nbsp;essa è particolarmente a rischio di “rilocalizzazione” delle emissioni. Di conseguenza, &nbsp;saranno assegnate gratuitamente quote di emissione al 100 per cento del valore base di riferimento. Sotto le linee guida sugli aiuti di Stato, essa può beneficiare di una compensazione finanziaria a partire dal 1 gennaio 2013 fino al 31 dicembre 2020.Un’occasione per lo stabilimento tarantino che sarà alle prese nei prossimi mesi con una bonifica costosa ma da compiere il prima possibile. In questo modo, l’Ue viene in aiuto a tutti quegli stabilimenti che metteranno mano al portafoglio per garantire reali soluzioni alle problematiche ambientali. E’ necessario, anche, un quadro normativo stabile e trasparente per garantire che gli investimenti a lungo termine, indispensabili per il rinnovamento della base industriale, abbiano luogo. La politica climatica dell’Ue dopo il 2020 avrà un ruolo cruciale secondo la volontà, gli impegni e le ambizioni dei paesi extra Ue.QUALE FUTURO PER TARANTOOggi gli 11mila dipendenti del sito di Taranto si sono svegliati con una buona notizia: la riscossione dello stipendio di maggio. Ma lo scenario della fabbrica resta comunque denso di punti interrogativi. Intanto ci si domanda come e quando l’altoforno 2 potrà tornare alla normalità. Poi resta sul tavolo il nodo dell’Aia e delle risorse, ingenti, da mettere sul tavolo. I soldi sono pochi e bisogna invece fare presto.C’è anche un nuovo fronte giudiziario da affrontare: davanti al Tribunale del Riesame, riprende la “sfida” tra Procura e avvocati dell’azienda per il sequestro dei materiali. Tra questi, da qualche giorno, c’è anche Franco Coppi, il penalista romano noto per aver difeso, proprio nella città jonica, Sabrina Misseri, accusata di aver ucciso, insieme alla madre, Sarah Scazzi, e per questo condannata all’ergastolo in primo grado. Franco Sebastio, procuratore capo di Taranto è stato chiaro: &quot;Per risanare serviranno molti miliardi di euro&quot;. Se fermare gli altiforni servirà a qualcosa, lo si capirà da luglio. Intanto, a Taranto il futuro è appeso ad un filo.]]></description>
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    <title>Posta elettronica certificata: cos'è e come funziona</title><ame:section_name><![CDATA[Tech &amp; Social]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/tech-social]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/tech-social/posta-elettronica-certificata</link>
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<ame:author><![CDATA[MASSIMO MORICI ]]></ame:author><category><![CDATA[web]]></category><category><![CDATA[posta-elettronica]]></category><category><![CDATA[digitalizzazione]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 12:56:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/o/21640571-1/Posta-elettronica-certificata-cos-e-e-come-funziona_medium.jpg" alt="Tech &amp; Social" /><br />Professionisti iscritti agli ordini e imprenditori dal prossimo luglio daranno l'addio alla carta, anche per le comunicazioni ufficiali.Entro il 30 giugno 3,3 milioni di imprese individuali dovranno dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata (Pec) e comunicarlo al Registro imprese o ai relativi ordini e collegi professionali.Grazie a questi software di posta col bollino (qui     l’elenco dei gestori autorizzati dallo Stato) potranno inviare una mail che avrà il valore legale di una raccomandata con ricevuta di ritorno, con notevoli risparmi di tempo e di denaro.La posta certificata, infatti, fornisce al processo di trasmissione via web un valore equivalente a quello della notifica a mezzo posta raccomandata in tutti i casi previsti dalla legge, purché anche la casella del destinatario sia di posta certificata.Per metà giugno è atteso, inoltre, il debutto dell’Indice nazionale degli indirizzi pec (detto anche&nbsp;Inipec), che raggruppa tutti gli indirizzi di posta elettronica certificata di imprese e professionisti     depositati presso Registro Imprese e gli Ordini. Sarà accessibile via web tramite il portale telematico consultabile, che permetterà a tutti (cittadini, professionisti, imprese, pa) di eseguire ricerche in base a diversi parametri e a seconda del settore di ricerca.Chi non si mette in regola nei tempi previsti, rischia di incorrere in&nbsp;sanzioni che vanno da 103 a 1.032 euro, ma che possono essere ridotte di un terzo, se la comunicazione della Pec avviene nei 30 giorni successivi alla scadenza dei termini.Finora la disciplina era riservata alle società, ma con il decreto legge Sviluppo bis del governo Monti, entrato in vigore lo scorso ottobre, l’obbligo è stato esteso anche alle attività individuali, di cui solo il 15% risultava in possesso di una mail certificata.Ma se tra meno di venti giorni la galassia delle imprese e delle libere professioni risulterà completamente digitalizzata    , sul fronte civile il nostro Paese risulta ancora in forte ritardo.Ad oggi, nonostante l'attivazione di questo servizio per i cittadini sia gratuito, ma non obbligatorio, al portale PostaCertificat@     del Governo italiano sono arrivate appena 1,6 milioni di richieste. I cittadini maggiorenni in Italia sono circa trenta volte di più.Eppure la diffusione di questo strumento informatico potrebbe agevolare il dialogo tra Pa e cittadini, abbattendo i costi alla prima (si tratta di milioni di raccomandate in meno) ed evitando ai secondi le code agli uffici. Una qualità ben nota agli amministratori pubblici, ma che evidentemente non è stata colta dagli italiani. Così la pec, fuori dall'ambito lavorativo, rimane ancora un'illustre sconosciuta.]]></description>
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    <title>Svizzera, italiani in fuga</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/soldi]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/soldi/svizzera-italiani-imprese</link>
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<ame:author><![CDATA[DAMIANO IOVINO  ]]></ame:author><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[svizzera]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 11:30:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/v/21613257-2/Svizzera-italiani-in-fuga_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />Ricordate la Svizzera paradiso&nbsp;degli italiani evasori fiscali? Bene, dimenticatela, perché&nbsp;oggi la Confederazione è soltanto il paradiso per chi, professionisti&nbsp;e imprenditori, ma anche artigiani e studenti,&nbsp;ha voglia di lavorare. Sì, la Svizzera è il nuovo eldorado&nbsp;degli italiani, anche se è vero che la vita costa più cara, gli&nbsp;alti stipendi e la bassa pressione fiscale, sommati all’efficienza&nbsp;del sistema paese, sono una calamita sempre più&nbsp;potente. Così, anche a causa della crisi, negli ultimi anni&nbsp;l’emigrazione è tornata a crescere. E dall’inizio del 2012&nbsp;a oggi sono quasi&nbsp;6 mila gli italiani che hanno ottenuto la&nbsp;residenza in Svizzera, per la maggior parte in Ticino, nei&nbsp;Grigioni e nel Vallese, i cantoni confinanti dove si parla&nbsp;la nostra lingua.Oggi la comunità italiana, con 294 mila residenti (che&nbsp;salgono a 500 mila con quelli di seconda generazione,&nbsp;che hanno il doppio passaporto), è la più importante&nbsp;fra gli stranieri che vivono in Svizzera e rappresenta più&nbsp;del 22 per cento degli 8 milioni di abitanti. Tanto che la&nbsp;nostra immigrazione, che si somma a quella degli altri&nbsp;paesi europei, inizia a preoccupare il governo di Berna.&nbsp;Le cronache politiche parlano di un possibile contingentamento&nbsp;all’ingresso degli stranieri, mentre il Canton Ticino&nbsp;ipotizza una revisione del patto che prevede la&nbsp;restituzione&nbsp;all’Italia di parte delle tasse pagate dai frontalieri in Svizzera.&nbsp;«Gli italiani ci rubano posti di lavoro» lamenta la Lega&nbsp;dei ticinesi, partito che ha connotati xenofobi «perché i&nbsp;frontalieri accettano salari più bassi dei nostri».&nbsp;L’affermazione lascia perplessi, se si confrontano i dati&nbsp;sulla disoccupazione: in Svizzera è ferma al 5 per cento,&nbsp;contro il 12,8 dell’Italia; e il dato fra i giovani scende addirittura&nbsp;al 3 per cento, nulla rispetto al drammatico 41,9 rilevato&nbsp;dall’Istat alla fine di maggio. Uno dei primi a fare le spese&nbsp;della protesta leghista è stato un giardiniere cagliaritano&nbsp;assunto a Chiasso: le polemiche sono state così forti che il&nbsp;comune ha appena rescisso il contratto.Queste recenti derive protezionistiche sono comunque in&nbsp;contrasto con la politica che la Svizzera da tempo ha adottato per attirare investimenti e cervelli stranieri: dal Progetto&nbsp;Copernico, che dal 1997 al 2012 ha portato 113 aziende&nbsp;italiane in Ticino, all’ultima campagna dell’Università della Svizzera italiana che, prospettando 700 mila posti di lavoro&nbsp;per informatici in Europa e 36 mila in Svizzera, oggi invita gli&nbsp;studenti italiani a iscriversi ai suoi corsi. Ma tanti sono anche&nbsp;i giovani italiani che a Mendrisio frequentano l’Accademia&nbsp;dell’archistar Mario Botta: come Giulia Pinoli, una milanese&nbsp;di 21 anni che in settembre, finiti i primi due anni di lezioni,&nbsp;andrà per un anno a Berlino e poi ne farà tre di master.&nbsp;«Pago 7 mila euro all’anno, seguo lezioni tutti i giorni, ma ho&nbsp;un futuro assicurato» dice Giulia. Una certezza che manca a&nbsp;molti dei suoi coetanei e amici, che pure in Italia pagano la&nbsp;stessa cifra nelle loro università private.In realtà la Svizzera ha una gran voglia di aprirsi al&nbsp;mondo, come dimostra il nuovo accordo per le trattative&nbsp;commerciali con la Cina, che presto dovrà essere ratificato&nbsp;dal parlamento. Se nel 1990 la sua fama di luogo ideale per&nbsp;riciclare denaro sporco fu scolpita dal sociologo Jean Ziegler&nbsp;con il best-seller La Svizzera lava più bianco, pubblicato in&nbsp;Italia dalla Mondadori, oggi il paese vuole cambiare immagine&nbsp;per uscire dalla «black list» dei paradisi fiscali a rischio&nbsp;riciclaggio. Lo dimostra anche il recente accordo con gli&nbsp;Stati Uniti per limitare il segreto bancario. «La Svizzera ha&nbsp;scelto di riformare il suo sistema creditizio» sintetizza Giulio&nbsp;Sapelli, docente di storia dell’economia alla Statale di Milano,&nbsp;«perché, essendo un paese fondato sull’ordine, la consapevolezza&nbsp;di attirare un’economia criminale ha prevalso su&nbsp;tutti gli altri vantaggi».Che la Svizzera sia il perfetto ponte fra l’Italia e il mercato&nbsp;mondiale, «e che sia tramontata l’epoca in cui era vista solo&nbsp;come un posto dove nascondere valigiate di contanti», è&nbsp;convinzione di Gianluca Marano, un milanese di 43 anni che&nbsp;nel 2008 ha creato a Chiasso la Swiss valor advisory (Sva)&nbsp;per aiutare imprenditori e privati ad avviare un’attività nella&nbsp;Confederazione. «Le tasse, a seconda dei cantoni, vanno dal&nbsp;20 al 25 per cento sugli utili: è un elemento molto attraente&nbsp;per chi, come gli italiani, paga in media il 50 per cento» spiega&nbsp;Marano. «Ma il fisco è solo una delle tessere del mosaico.&nbsp;La&nbsp;burocrazia è snella ed efficiente, le infrastrutture sono di&nbsp;primo livello, la stabilità politica garantisce la pace sociale,&nbsp;la flessibilità del mercato del lavoro è utile agli imprenditori&nbsp;e ai lavoratori, che sono assistiti quando perdono l’impiego».Il titolare della Sva sorride quando racconta le reazioni&nbsp;degli imprenditori italiani alle sue consulenze: «Spiego loro&nbsp;qual è il costo del lavoro in Svizzera e, regolarmente, li vedo&nbsp;sobbalzare sulla sedia. Del resto, per 1.000 euro di salario&nbsp;il datore di lavoro in Italia deve spenderne altri 1.300, qui&nbsp;appena 200. Perché la busta paga è molto semplice: ci sono&nbsp;il lordo, due voci per la sanità e la pensione, e il netto».In Svizzera l’azienda non paga per il sistema sanitario&nbsp;nazionale: è il dipendente che versa alla sua&nbsp;cassa malati,&nbsp;che chiede un versamento minimo di 300 franchi al mese&nbsp;(circa 250 euro), ampliabile a volontà. Per i minorenni la cassa&nbsp;costa meno e copre le spese del dentista. E la stessa sanità&nbsp;svizzera attinge dal bacino italiano medici e infermieri. «La&nbsp;richiesta di colleghi che vogliono venire qui è quintuplicata&nbsp;in poco tempo» afferma Rodolfo Bucci, 62 anni, di Ivrea,&nbsp;specialista in neuromodulazione del dolore. Bucci da poco&nbsp;ha preso la residenza a Chiasso, dove ora fa il consulente,&nbsp;ma conta di aprire presto un suo centro medico: «Ho lavorato&nbsp;a Denver, in Colorado, e ho diretto strutture private.&nbsp;Voglio fare ricerca sulle staminali, ma in Italia trovi subito&nbsp;un giudice che ti soffia sul collo. Qui hai meno vincoli, non&nbsp;sei ostacolato dalla burocrazia, parli con funzionari che ti&nbsp;danno solo input positivi». Bucci è talmente entusiasta della&nbsp;Svizzera da avere chiesto la residenza anche per sua figlia&nbsp;Francesca, che terminati gli studi di economia vuole aprire&nbsp;un centro di formazione a Chiasso.La reazione a catena è frequente: «Capita sempre più&nbsp;spesso che un imprenditore, al quale abbiamo delocalizzato&nbsp;l’azienda, dopo qualche mese decida di vendere quel che&nbsp;ha in Italia per trasferirsi qui con tutta la famiglia» riferisce&nbsp;il commercialista veneto Andrea De Vido, un consulente&nbsp;della Sva che a sua volta sta valutando l’ipotesi di trasferirsi&nbsp;a Chiasso. La qualità della vita attrae soprattutto chi&nbsp;ha figli ancora bambini: «Il sistema scolastico serve a dare&nbsp;un lavoro ai ragazzi, non solo a mantenere gli insegnanti»&nbsp;dice, dura, Simona Coratelli. Con il marito Andrea, architetto&nbsp;come lei, Simona ha deciso di andare a vivere in Svizzera&nbsp;proprio per assicurare un futuro migliore ai figli. «Qui le&nbsp;regole sono chiare» spiega Andrea «paghi un’imposta ma&nbsp;sai sempre dove vanno a finire quei soldi: le tasse sulla&nbsp;benzina finanziano la ricerca ambientale, quelle sul fumo&nbsp;la ricerca sul cancro; non vanno a ripianare i danni della&nbsp;guerra d’Abissinia o del terremoto del 1900 a Messina».L’elenco dei vantaggi del vivere svizzero è lungo. «La&nbsp;consapevolezza del bene comune si affianca al massimo&nbsp;rispetto della privacy, però c’è anche molto amore per l’arte&nbsp;e la cultura» sottolinea Maurizio Molgora, un grafico che dal&nbsp;1997 vive a Lugano con la moglie e due figlie, e negli anni&nbsp;ha visto crescere la qualità degli immigrati dall’Italia. «Nella&nbsp;mia azienda ingegneri e architetti sono quasi tutti frontalieri,&nbsp;così come lo sono le donne delle pulizie, ma ora stanno&nbsp;arrivando tanti ricercatori universitari, che vivono nel mio&nbsp;quartiere e possono permettersi uno standard di vita che&nbsp;in Italia non si sognavano neanche». Dunque la Svizzera è&nbsp;davvero un paese ideale per gli italiani? Probabilmente per&nbsp;un tributarista è così, come conferma Giuseppe Marino,&nbsp;commercialista milanese e docente alla Bocconi, «perché hai&nbsp;la certezza dei rapporti tra fisco e contribuente» e perché «la&nbsp;pressione fiscale è più bassa e più equa». Il sistema tributario,&nbsp;continua Marino, non subisce gli stessi scossoni normativi&nbsp;del nostro, anche grazie allo strumento referendario: «In&nbsp;Svizzera c’è un forte controllo sociale sulla spesa pubblica&nbsp;e ogni nuova tassa può essere giudicata dal popolo».Il fisco e la burocrazia pesano. Ma a spingere un numero&nbsp;crescente di italiani a varcare la frontiera di Chiasso è tutto&nbsp;un sistema che offre regole certe e certezze di vita. È così&nbsp;anche nella giustizia. Dice Sapelli: «Vista da un Paese come&nbsp;il nostro, che sta andando a pezzi e dove ci sono magistrati&nbsp;che sequestrano le tesorerie delle aziende, com’è accaduto&nbsp;all’Ilva di Taranto, la Svizzera è ancora uno stato che funziona&nbsp;e offre garanzie». Non è poco, per chi ha voglia di cambiare&nbsp;vita e di lavorare, e figli ai quali offrire un futuro migliore.Leggi Panorama on line    ]]></description>
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    <title>Museo Ferrari di Maranello: la storia di un impero</title><ame:section_name><![CDATA[foto]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/foto]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/foto/museo-ferrari-maranello</link>
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<ame:author><![CDATA[RITA FENINI ]]></ame:author><category><![CDATA[Ferrari]]></category><category><![CDATA[Maranello]]></category><category><![CDATA[luca cordero di montezemolo]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 11:00:00 +0200</ame:pubDate>
                                        
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/a/a/00apremuseo-ferrari/21619343-2/00apreMuseo-Ferrari_medium.jpg" alt="foto" /><br />Si regala altri mille metri quadrati di esposizione, nuovi allestimenti e servizi per una platea che ha raggiunto quota 37.800 visitatori nello scorso mese di maggio (e che punta a raggiungere le 300.000 unità nell'intero 2013) il Museo Ferrari, il cui nuovo layout è stato inaugurato l'11 giugno, dai vertici dell'azienda di Maranello. ''Il Museo rappresenta un elemento fondamentale per mostrare al pubblico il passato, la storia e la cultura di un'azienda fortemente proiettata verso il futuro -ha osservato Montezemolo-: fa particolarmente piacere vedere che ci siano tanti visitatori provenienti anche dall'estero''. Le foto più belle dell' esposizione, presente e passato, auto e oggetti di culto.]]></description>
						    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    		<galleryNumber>12</galleryNumber>
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					<title>Una della nuove sale espositive inaugurate al Museo Ferrari di Maranello (Modena), 11 Giugno 2013 Credits: ANSA /Elisabetta Baracchi</title>
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					<title>La Maserati A6GCS n. 500 esposta&amp;nbsp; alla mostra inaugurata al Museo Casa Enzo Ferrari di Modena il 15 ottobre 2012 Credits: ANSA</title>
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					<title>Auto esposte nelle nuove sale inaugurate al Museo Ferrari di Maranello (Modena), 11 Giugno 2013 Credits: ANSA /Elisabetta Baracchi</title>
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    <title>La classifica delle aziende dove vuole lavorare chi ha un Mba </title><ame:section_name><![CDATA[Lavoro]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/lavoro]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/lavoro/classifica-mba-universum-aziende-piu-ambite</link>
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<ame:author><![CDATA[STEFANIA MEDETTI ]]></ame:author><category><![CDATA[facebook]]></category><category><![CDATA[mba]]></category><category><![CDATA[Amazon]]></category><category><![CDATA[lavoro]]></category><category><![CDATA[Google]]></category><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 10:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/l/21621861-1/Mba-ecco-le-aziende-dove-vogliono-lavorare_medium.jpg" alt="Lavoro" /><br />Non ci sono i grandi nomi della finanza al vertice delle ambizioni dei titolari di un Mba (master in business administration) ma aziende della new economy e grandi brand dei prodotti di consumo. Lo rivela l’edizione 2013 dell’Mba Survey    ,&nbsp;l’inchiesta condotta da Universum    ,&nbsp;società specializzata nel branding delle aziende che ogni anno, analizzando le aspettative degli Mba e dei laureati, aiuta le imprese a eccellere nella selezione e nel mantenimento dei talenti.&nbsp;Il sondaggio ha preso in considerazione i pareri di oltre 4000 studenti, invitati a eprimersi su 175 aziende. Fra i primi cinque posti, tre sono occupati, dunque, da aziende della new economy: Google, messa al vertice delle preferenze dal 23,4% degli intervistati; Apple, scelta dal 14,8% e Amazon, preferita dal 14,41%.&nbsp;In particolare, Google guida la classifica per il quinto anno consecutivo, mentre Amazon conquista due posizioni e sostituisce al quarto posto Bain &amp; Co., che perde invece due posizioni rispetto all’anno precedente. Stabile al secondo posto, c’è McKinsey e al quinto Bcg. Fra le imprese che risalgono i primi 25 posti della classifica ci sono Nike e Deloitte (+2); Microsoft e Ibm (+3); Walt Disney (+4); Starbucks e il Dipartimento di Stato (+5). Il grande salto, con +13 posizioni, è di 3M che passa dal 37° al 24° posto. Morgan Stanley, infine, perde 12 posizioni ed esce dal ranking a 25. Sempre fra le aziende che perdono attrattività nel primo quarto della classifica ci sono: Johnson &amp; Johnson (-1); J.P.Morgan e Lvmh (-2); Goldman Sachs, Facebook e Blackstone Group (-3) e General Electric (-4). Facebook, fanno notare i ricercatori, sconta probabilmente l’effetto negativo di un Ipo meno brillante del previsto.&nbsp;Fra i trend emergenti, il settore finanziario continua a perdere fascino. Un fenomeno cominciato a partire dal 2009, causato dalla cattiva pubblicità portata dalla crisi, ma anche dal ruolo giocato da un movimento come Occupy Wall Street. A parte Goldman Sachs, nessuna banca figura nella top ten. Resiste la variabile del prestigio che, per il settore finanziario, è considerato uno dei tre principali fattori nella scelta da parte di un Mba. Il prestigio, invece, è solo la decima voce nelle preferenze assegnate alle società di consulenza per cui invece pesano di più attributi come opportunità di leadership, creatività, ambiente di lavoro dinamico e sfide professionali. La consulenza, dunque, continua a tirare: “Le principali società sono rimaste stabili o hanno perso di poco, ma altri servizi professionali e consulenziali, come Deloitte, Ibm, Pwc e Accenture hanno tutte guadagnato posizioni”, fa notare Melissa Murray Bailey, presidente di Universum of the Americas. Le opportunità di leadership si confermano una delle variabili chiave nella scelta di una carriera da parte degli Mba. E’ per questa ragione che la seconda industria preferita risulta quella dei beni di consumo, perchè è in grado di supportare lo sviluppo della leadership e sa garantire un ambiente di lavoro creativo e dinamico.&nbsp;Infine, fra le aziende che escono dalla classifica ci sono Ubs, Groupon, Zynga, Hsbc, Hewlett-Packard, Daimler/Mercedes-Benz, Colgate-Palmolive e Oracle. Al loro posto, sono entrati nomi come Estée Lauder, H&amp;M, General Motors, Novartis. Fra tutti, Hilton è quella che ha guadagnato di più, saltando in avanti di 34 posizioni ed è oggi al 44° posto. Credit Suisse, per contro, ha perso 37 punti ed è al 71° posto. La classifica completa è stata pubblicata da Cnn    .]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Le otto donne che saranno potenti nel 2014</title><ame:section_name><![CDATA[foto]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/foto]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/foto/otto-donne-potenti-2014</link>
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<ame:author><![CDATA[CLAUDIA ASTARITA  ]]></ame:author><ame:pubDate>Gio, 13 Giu 2013 09:00:00 +0200</ame:pubDate>
                                        
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/c/l/clinton/21584411-1/Clinton_medium.jpg" alt="foto" /><br />La rivista americana Forbes ha stilato la classifica delle donne più potenti del 2014. O meglio, di quelle che aspirano a diventarlo o hanno le potenzialità per farlo. Sono otto, quasi tutte americane. Si occupano di arte, moda, beneficenza, politica, diritti umani e nuove tecnologie.]]></description>
						    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    		<galleryNumber>8</galleryNumber>
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					<title>Al primo posto troviamo Chelsea Clinton. Forbes l'ha definita una stella nascente. Grazie ai genitori che si ritrova, al suo impegno a favore delle donne di tutto il mondo portato avanti attraverso i mezzi della&amp;nbsp;Clinton Global Initiative, e al suo modo di fare giornalismo. E c'é chi già specula sul fatto che, più che&amp;nbsp;la madre, sarà lei il primo Presidente donna degli Stati Uniti.&amp;nbsp; Credits: Credits: Dilip Vishwanat/Getty Images</title>
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					<title>Ben più conosciuta per i suoi successi cinematografici, Salma Hayek ha fondato nel 2012, assieme a Gucci e Beyonce, Chime for Change, un'organizzazione impegnata in tutto il mondo per il sostegno dell'emancipazione femminile. E' un movimento nato da poco, ma le madrine che se ne occupano lasciano immaginare&amp;nbsp;che farà molta strada, e anche in fretta.&amp;nbsp; Credits: Credits: Christopher Polk/Getty Images for Sony Pictures</title>
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																			    								<image>
					<title>Al terzo posto troviamo Kathleen Kennedy, Presidentessa di Lucasfilm. Ha prodotto e co-prodotto più di sessanta pellicole, accumulando ben 120 candidature agli Oscar,&amp;nbsp;venticinque vittorie e circa undici miliardi di dollari ai botteghini mondiali. Sono &amp;quot;sue&amp;quot; tre tra le pellicole di maggiore successo della storia del cinema: E.T.,&amp;nbsp;Jurassic Park e Il sesto senso, ma anche&amp;nbsp;Indiana Jones e Ritorno al Futuro. Come ha fatto? Da giovanissima è&amp;nbsp;stata notata e apprezzata da George Lucas, che&amp;nbsp;ha avuto l'onore di affiancare per la maggior parte della sua carriera.&amp;nbsp; Credits: Credits: Ethan Miller/Getty Images</title>
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    <title>Disoccupazione: così vuole combatterla il governo, con il Decreto del Fare</title><ame:section_name><![CDATA[Lavoro]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[ANDREA.TELARA  ]]></ame:author><category><![CDATA[disoccupazione]]></category><category><![CDATA[enrico letta]]></category><category><![CDATA[Enrico Giovannini]]></category><category><![CDATA[decreto del fare]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 18:21:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/i/21630787-1/Disoccupazione-cosi-vuole-combatterla-il-governo-con-il-Decreto-del-Fare_medium.jpg" alt="Lavoro" /><br />I provvedimenti sono ancora in fase di studio ma sono quasi pronti. Sono quelli contenuti nel cosiddetto Decreto del Fare, il pacchetto di misure urgenti per dare un po' di slancio all'economia e combattere la disoccupazione, che il governovorrebbe approvare al più presto, per presentarle poi al prossimo Consiglio Europeo del 27 e 28 giugno, come ha ribadito oggi anche il premier Enrico Letta, parlando al congresso della Cisl. E' sui problemi del lavoro (oltre che sul fisco) che si concentrerà l'azione dell'esecutivo, con alcune modifiche alla legge Fornero (già preannunciate) e forse anche con altri provvedimenti in materia di collocamento e cassa integrazione. Ecco, in sintesi, quali sono le novità che si profilano all'orizzonte.I PIANI DEL GOVERNO CONTRO LA DISOCCUPAZIONE    LA GARANZIA GIOVANI    Per combattere la disoccupazione, il governo mira allo sblocco di almeno 400 milioni di euro di fondi europei da destinare ad agevolazioni fiscali per il lavoro giovanile, sotto forma di credito d'imposta per chi assume a tempo indeterminato un lavoratore con meno di 35 anni. L'esecutivo punta ancora (come ha già fatto sapere più volte) ad anticipare di un anno (cioè al 2013) l'avvio del sistema delle Youth Guarantee, cioè i programmi europei volti a favorire l'ingresso nel mondo produttivo di giovani con meno di 25 anni che hanno già terminato gli studi e stanno cercando un occupazione.CASSA INTEGRAZIONE E COLLOCAMENTOSecondo le indiscrezioni che circolano in questi giorni, potrebbero essere approvate alcune misure sui servizi di collocamento per chi ha perso il lavoro, che oggi purtroppo non funzionano come dovrebbero e contribuiscono soltanto a meno del 4% delle assunzioni. Proprio i Centri per l'impiego (gli ex-uffici di collocamento) potrebbero essere gli artefici dei programmi di inserimento professionale previsti dalle Youth Guarantee, anche se non è escluso l'intervento di agenzie di lavoro private. Il governo sta studiando pure la possibilità di introdurre piccoli cambiamenti alla disciplina della cassa integrazione (cig) in deroga, per evitarne gli abusi. Questo ammortizzatore sociale, infatti, è totalmente pagato con risorse pubbliche poiché non viene coperto dai contributi versati dai dipendenti e dalle aziende. C'è dunque bisogno di renderlo il più possibile efficiente, affinché venga destinato alle aziende realmente in crisi che non possono ricorrere ad altri ammortizzatori sociali (come i contratti di solidarietà o la cig straordinaria).APPRENDISTATO E PART-TIME
Il ministro del lavoro, Enrico Giovannini    , non ha mai fatto mistero di voler mettere mano ad alcune norme dell'ultima legge sul lavoro che porta la firma dell'ex-ministro del welfare, Elsa Fornero, attuando però delle modifiche mirate e procedendo con molta prudenza. Lo scopo è quello di eliminare alcuni vincoli assai stringenti che la riforma Fornero ha introdotto sui contratti flessibili e che penalizzano le assunzioni. Il punto di partenza potrebbe essere&nbsp;una revisione delle regole troppo severe sull'apprendistato che impongono alle aziende di assumere almeno il 30% degli apprendisti nell'organico (il 50% dal 2015 in poi), alla fine del periodo di formazione. Sono allo studio anche alcuni interventi sul lavoro part-time in modo da renderlo più flessibile, anche se non è ancora chiaro come si muoverà l'esecutivo.&nbsp;&nbsp;PICCOLE E MEDIE IMPRESE, TUTTI I POSTI A RISCHIO    I DANNI DELLA RIFORMA FORNERO     TUTTO SULL'ULTIMA RIFORMA DEL LAVORO     ]]></description>
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    <title>Imprese, le quattro idee di Letta per rilanciare la produzione</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[imprese]]></category><category><![CDATA[tutor]]></category><category><![CDATA[bolletta-energetica]]></category><category><![CDATA[credit crunch]]></category><category><![CDATA[decreto fare]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 15:17:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/e/21629935-1/Imprese-le-quattro-idee-di-Letta-per-rilanciare-la-produzione_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />Il presidente del Consiglio Enrico Letta era stato molto chiaro fin dall’inizio: uno degli impegni primari del suo esecutivo sarebbe stato quello di ridare slancio ad un’economia che ormai sembra sull’orlo del baratro. E in effetti, dopo qualche settimana di carburazione, sembra ormai pronto per essere emanato il decreto che dovrà proprio puntare sulla ripresa dell’attività produttiva. Parliamo di quello che è stato già ribattezzato non a caso “decreto del fare” e che secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere approvato in tempi molto rapidi, addirittura entro questa settimana. In esso sarebbero contenute tutta una serie di misure riguardanti lavoro, semplificazioni e rilancio delle attività imprenditoriali.IMPRESE, ECCO GLI OSTACOLI DA AFFRONTARE PER LA RIPRESA    E proprio a proposito di queste ultime, tante sarebbero le novità in gestazione, tutte improntate appunto a permettere alle aziende di ridare ossigeno alle proprie produzioni, soprattutto quelle industriali. Secondo quelle che sono le voci circolate finora, in particolare il governo su questo fronte starebbe pensando a quattro diversi interventi specifici.Innanzitutto sarà adottata una sorta di riedizione della legge Sabatini che permette alle aziende di effettuare investimenti in macchinari e beni strumentali con importanti agevolazioni finanziarie. In pratica dovrebbe essere la Cassa depositi e prestiti a fornire i capitali necessari alle banche che a loro volta li gireranno a tassi di favore alle imprese che investiranno in infrastrutture produttive. Uno stimolo che potrebbe risultare fondamentale nell’avviare la tanto attesa ripresa economica del nostro Paese.PAGAMENTI PA, L'OSSIGENO TANTO ATTESO DALLE AZIENDE    Altro tassello della strategia del governo a favore delle imprese riguarderà l’ormai famigerato&nbsp;accesso al credito, diventato per tanti imprenditori una vera e propria chimera. In questo senso i tecnici stanno studiando una sorta di revisione dei criteri di accesso, che dovrebbe permettere di ottenere fidi bancari anche a quelle aziende che presentano temporaneamente un rating negativo dovuto essenzialmente agli effetti nefasti della crisi. Una misura che potrebbe rappresentare un vero spiraglio di speranza per tante imprese strozzate dal cosiddetto credit crunch.Una svolta importante ci dovrebbe poi essere anche sul fronte della bolletta energetica delle imprese, in particolare di quelle piccole e medie. Le grandi imprese energivore infatti già beneficiano di una serie di agevolazioni, che ora verranno allargate anche alle sorelle minori. In particolare si cercherà di ridurre il peso degli incentivi agli impianti a basso inquinamento. In questo modo le Pmi si vedranno abbattere in maniera rilevante i cosiddetti oneri di sistema che contribuiscono in maniera sostanziale ad appesantire le bollette elettriche.PICCOLE E MEDIE IMPRESE, TUTTI I POSTI A RISCHIO    Ultima misura studiata a favore delle aziende sarà poi quella che prevede l’istituzione della figura del tutor d’impresa. Si tratta di una nuova istituzione che accompagnerà l’imprenditore nel percorso burocratico e amministrativo connesso all’attività produttiva. In pratica il tutor si occuperà di spiegare all’imprenditore le normative vigenti nei settori di competenza, e curerà tutti gli adempimenti richiesti per l’esercizio stesso dell’attività . Insomma, un modo più efficiente di approcciarsi alla macchina pubblica, troppe volte e a ragione, considerata dagli imprenditori un vero mostro burocratico.]]></description>
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    <title>Aiuto c’è fuga di gas</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GUIDO FONTANELLI  ]]></ame:author><category><![CDATA[Eni]]></category><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[shale gas]]></category><category><![CDATA[gas metano]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 11:49:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/h/21608505-2/Aiuto-c-e-fuga-di-gas_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />Provate a scrivere «shale gas» su&nbsp;Google: 111 milioni di pagine&nbsp;web trovate. Cinque anni fa,&nbsp;quando gli americani, assetati&nbsp;di&nbsp;metano, inauguravano due&nbsp;terminali sulle coste del Texas e&nbsp;della Louisiana per importare gas dal Qatar&nbsp;e dallo Yemen, quasi nessuno ne aveva&nbsp;sentito parlare. Oggi, dopo la scoperta di&nbsp;grandi giacimenti di gas intrappolato nelle&nbsp;rocce argillose (shale) e delle tecnologie&nbsp;per estrarlo a prezzi convenienti, gli Stati&nbsp;Uniti si &nbsp;trovano a nuotare in un mare di&nbsp;gas a basso costo, e quei due porti si sono&nbsp;trasformati in terminali per l’esportazione&nbsp;di metano liquefatto verso l’Asia e l’Europa.È l’inizio di una rivoluzione inaspettata&nbsp;e grandiosa, che ridisegna la mappa planetaria&nbsp;dell’energia e modifica i rapporti&nbsp;di forza tra grandi potenze. Porterà anche&nbsp;prezzi più bassi in Europa e in Italia? Paolo&nbsp;Scaroni, 66 anni, amministratore delegato&nbsp;dell’Eni (tra i primi 10 colossi del petrolio&nbsp;con 79 mila dipendenti in 90 paesi), risponde&nbsp;«sì, ma non abbastanza». Il numero uno&nbsp;del Cane a sei zampe è appena arrivato a&nbsp;New York per partecipare alle celebrazioni&nbsp;dell’Anno della cultura italiana negli Stati&nbsp;Uniti, di cui l’Eni è sponsor. Proviene da&nbsp;Washington, dove ha incontrato alcuni&nbsp;esponenti dell’amministrazione Obama, tra&nbsp;cui il vicesegretario di Stato William Burns,&nbsp;e le sue previsioni sul futuro dell’Europa&nbsp;sono tutt’altro che rosee. «Negli Usa l’aumento&nbsp;dei prezzi del metano, avvenuto negli&nbsp;anni Duemila, ha stimolato lo sviluppo&nbsp;di tecnologie di perforazione orizzontale&nbsp;e di frantumazione delle rocce che hanno&nbsp;reso efficiente da un punto di vista economico&nbsp;la produzione di shale gas. Il risultato&nbsp;è che oggi l’America può contare su &nbsp;riserve&nbsp;praticamente illimitate di gas a prezzi che&nbsp;sono un terzo di quelli europei, mentre&nbsp;l’elettricità costa la metà che da noi».
Con quali conseguenze?Negli Usa una caloria da gas costa un quinto&nbsp;rispetto a una caloria prodotta con la&nbsp;benzina. Questo significa che la benzina&nbsp;ormai è confinata solo ai trasporti, e forse&nbsp;anche lì verrà insidiata dal metano. Mentre&nbsp;nel resto della produzione di energia il gas&nbsp;ha spiazzato carbone e nucleare. In concreto&nbsp;vuol dire che l’America è diventato&nbsp;un continente molto attraente per tutte le&nbsp;industrie che, nel mondo, fanno un uso&nbsp;intensivo di energia: infatti in molti stanno&nbsp;già spostando i loro investimenti negli Usa,&nbsp;provocando una colossale reindustrializzazione.&nbsp;E tutto ciò va a detrimento dell’Europa&nbsp;che, oltre ad avere costo del lavoro&nbsp;più alto e tasse più elevate, si ritrova pure&nbsp;con un costo dell’energia fuori mercato.&nbsp;
Ma lo shale gas americano arriverà anche&nbsp;in Europa, abbassando i prezzi…Sì, un ribasso limitato dei prezzi c’è già&nbsp;stato. Ma anche se l’amministrazione Obama,&nbsp;come sembra, autorizzerà l’export di&nbsp;gas verso l’Europa, il metano dovrà essere&nbsp;liquefatto e trasportato e il suo prezzo inevitabilmente&nbsp;sarà più alto che negli Usa.
Ci sono tanti giacimenti di shale gas in&nbsp;giro per il mondo, anche in Europa…Peccato che di shale gas in produzione fuori&nbsp;dagli Stati Uniti ce ne sia pochissimo, a oggi.&nbsp;Io penso che esistano giacimenti con le&nbsp;condizioni geologiche per essere sfruttati&nbsp;in modo economico: dopo avere acquisito&nbsp;ancora nel 2008 un piccolo produttore&nbsp;di shale gas del Texas, per impadronirci&nbsp;della tecnologia, noi dell’Eni abbiamo fatto&nbsp;investimenti in Polonia, Ucraina, Tunisia,&nbsp;Algeria, Pakistan alla ricerca di shale gas.&nbsp;Stiamo esplorando anche in Cina, insieme&nbsp;alla China petroleum corporation, nostro&nbsp;nuovo partner in Mozambico. Ci sono però&nbsp;anche precedenti poco confortanti: Exxon&nbsp;e Conoco Philips hanno abbandonato la&nbsp;Polonia. E sull’Europa pesano comunque&nbsp;le condizioni ambientali e legali (il sottosuolo&nbsp;appartiene allo stato e non a chi&nbsp;possiede i terreni) che rendono più complessa&nbsp;l’estrazione.
Allora siamo messi veramente male,&nbsp;l’Europa che fine farà?O creiamo le condizioni per lo shale gas o&nbsp;dobbiamo pensare ad altre opzioni, fra le&nbsp;quali il nucleare. Non vedo molte alternative,&nbsp;se vogliamo davvero creare lavoro e&nbsp;crescita. Soldi, tecnologia e imprenditori&nbsp;hanno le gambe: se in Europa le condizioni&nbsp;non cambiano, vanno via, negli Usa&nbsp;o altrove.
Il gas convenzionale che importiamo&nbsp;dall’Algeria, dalla Libia e dalla Russia, in&nbsp;realtà costerebbe meno dello shale gas.&nbsp;Dovremmo convincere questi paesi ad&nbsp;abbassare i prezzi…Certo, noi che siamo il primo fornitore&nbsp;di gas in Europa già stiamo rinegoziando&nbsp;i contratti a lungo termine. Ma per&nbsp;garantire da un lato prezzi più bassi e&nbsp;dall’altro la certezza degli approvvigionamenti,&nbsp;che questi vecchi contratti assicuravano,&nbsp;occorre che i paesi europei&nbsp;creino delle partnership completamente&nbsp;nuove con i paesi produttori. Insomma,&nbsp;ci vogliono scelte politiche strategiche&nbsp;lungimiranti.
L’Algeria o la Russia sono pronte ad&nbsp;accettare di incassare meno per il gas?Ogni paese è un caso a sé, che dipende&nbsp;dalla qualità del gas che produce o dalla&nbsp;situazione locale. L’Algeria per esempio&nbsp;può contare su una forte domanda che&nbsp;sale nel Nord Africa, mentre la Russia può&nbsp;aumentare le vendite verso l’Asia. Comunque&nbsp;è sicuro che dovranno abituarsi a&nbsp;competere con lo shale gas americano&nbsp;trasportato in Europa.
E noi dovremmo costruire nuovi rigassificatori?Noi chi? L’Italia? Lo escluderei. Mentre nel&nbsp;nostro Paese ne abbiamo costruito uno, la&nbsp;Spagna ne ha fatti nel frattempo sette. Per&nbsp;ogni infrastruttura sentiamo il parere di&nbsp;ogni piccola realtà e intanto il Giappone,&nbsp;che ha una situazione più sismica di noi,&nbsp;ne ha 24.
Almeno potremmo interconnettere&nbsp;meglio la rete di tubi che attraversano&nbsp;l’Europa…Sì, questo garantirebbe una maggiore sicurezza.&nbsp;Ma ricordiamoci che le infrastrutture&nbsp;costano e il loro costo ce lo troviamo nella&nbsp;bolletta.
Allora andremo a carbone?Uno degli effetti dello shale gas è stato&nbsp;abbassare del 30 per cento i prezzi del carbone,&nbsp;che gli Usa non usano più, e che noi&nbsp;in Europa ancora utilizziamo moltissimo.&nbsp;Ma costruire nuove centrali a carbone è&nbsp;difficile, a causa dei problemi di inquinamento&nbsp;per l’alta emissione di CO2.
A parte shale gas e nucleare, ci sono le&nbsp;energie alternative: state investendo in&nbsp;questo settore?Intanto nel 2005 abbiamo deciso di riportare&nbsp;tutta l’attività di ricerca e sviluppo,&nbsp;che era concentrata in una società, la Eni&nbsp;Tecnologia, all’interno delle singole divisioni&nbsp;operative, perché la ricerca fosse al&nbsp;servizio del business. Quelle attività non&nbsp;riconducibili alle divisioni, come per esempio&nbsp;la ricerca sul solare, sono finite al nostro&nbsp;Centro Donegani. Abbiamo poi stretto una&nbsp;collaborazione con il Mit di Boston: il nostro&nbsp;obiettivo è lavorare per sostituire il silicio&nbsp;con i polimeri e migliorare così l’efficienza&nbsp;dell’energia solare prodotta. In questo senso&nbsp;abbiamo creato l’Eni awards, che da alcuni&nbsp;anni premia i migliori scienziati del mondo&nbsp;nel campo dell’energia e dell’ambiente:&nbsp;alcuni sono diventati dei premi Nobel. Ma&nbsp;c’è ancora molta strada da percorrere. A&nbsp;oggi, queste energie sono lungi dall’essere competitive con gli idrocarburi.Leggi Panorama on line    ]]></description>
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    <title>Casa Agnelli: così il nipote John Elkann è diventato capofamiglia</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[SERGIO LUCIANO ]]></ame:author><category><![CDATA[Fiat]]></category><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[John Elkann]]></category><category><![CDATA[Agnelli]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 10:02:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/g/21609523-1/Casa-Agnelli-cosi-il-nipote-John-Elkann-e-diventato-capofamiglia_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />La vera notizia è che Sergio Marchionne&nbsp;parla meno che in passato. «Si nota,&nbsp;vero?» chiedono ammiccando gli&nbsp;amici di John Elkann, il presidente&nbsp;del gruppo Agnelli. Si nota, si nota.&nbsp;Qualcuno deve averlo tirato per il&nbsp;maglioncino. Come si notano i 2 miliardi di&nbsp;euro, di cui 1,5 di plusvalenza, che l’Agnellino&nbsp;trentasettenne (suo nonno Gianni, l’Avvocato,&nbsp;a quell’età stava ancora in Costa Azzurra a fare&nbsp;il playboy mentre a Torino Vittorio Valletta&nbsp;mandava avanti la baracca) si è fatto dare dal&nbsp;Groupe Bruxelles Lambert (Gbl) per cedere la&nbsp;quota del 15 per cento che la Exor, cassaforte&nbsp;della famiglia Agnelli, deteneva nella Sgs, multinazionale&nbsp;svizzera della certificazione. Si è&nbsp;notato poco, invece, il commento che Elkann&nbsp;ha scolpito nel comunicato stampa ufficiale&nbsp;sulla Sgs, per dire che l’azienda sarebbe rimasta&nbsp;in buone mani: quelle della famiglia&nbsp;Von Finck, e del «gruppo Bruxelles Lambert,&nbsp;un investitore per il quale nutriamo grande&nbsp;rispetto. Gbl e i suoi azionisti di controllo, le&nbsp;Famiglie Desmarais e Frère, che conosco bene&nbsp;personalmente, sapranno sostenere appieno&nbsp;Sgs nella sua prossima fase di sviluppo».Eccola lì, la chiave di questa fase due&nbsp;di John Elkann: sta tutta in quel «conoscere&nbsp;personalmente», rimarcato con forza, per far&nbsp;capire che i compratori li ha trovati lui. Puro&nbsp;stile Avvocato: «Bella donna, l’ho conosciuta&nbsp;da ragazza» disse una volta a proposito della&nbsp;matura neomoglie di un imprenditore importante,&nbsp;torinese come lui, per una vita proteso&nbsp;nella fallimentare imitazione dell’icona... Ecco:&nbsp;conoscere personalmente è la chiave del&nbsp;successo. E oggi John, rimarcando la natura&nbsp;personale delle sue relazioni, fa capire che la&nbsp;sua rubrica telefonica è proprio sua, non è&nbsp;più soltanto quella ereditata dal nonno, con&nbsp;metà dei numeri che ormai squilla a vuoto.Vuole far capire che il suo superconsulente&nbsp;Gerardo Braggiotti della Banca Leonardo&nbsp;è bravo, ma che comunque è lui a comandare&nbsp;in casa sua. Che non sente la mancanza&nbsp;dei due «tutori» messigli al fianco dal nonno,&nbsp;Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens,&nbsp;ormai fuori da ogni incarico. Che insomma&nbsp;il pulcino è uscito dalla stoppia. Certo, nel&nbsp;pollaio torinese c’è un gallo cedrone: Marchionne.&nbsp;Ma i segnali di riposizionamento&nbsp;sono chiari. Della nuova (e relativa) laconicità&nbsp;di Marchionne s’è detto. E all’ultima&nbsp;assemblea Exor, dove peraltro Marchionne,&nbsp;pur stando a Torino, non è andato, John ha&nbsp;rimarcato il ruolo del manager, auspicando&nbsp;che resti anche oltre il 2015, però non ha trascurato&nbsp;di elogiare tutta la squadra di vertice&nbsp;del gruppo Fiat: Alfredo Altavilla, direttore&nbsp;generale Europa-Africa-Medio Oriente del&nbsp;gruppo Fiat Chrysler; Richard Tobin, direttore&nbsp;generale di tutta la &nbsp;Fiat Industrial; Lorenzo&nbsp;Sistino, amministratore delegato della Fiat&nbsp;Automobiles. Un triumvirato selezionato&nbsp;dal padre-padrone Marchionne con il suo temibile metodo tritamanager, tre pitbull&nbsp;della gestione, virtualmente già pronti, alla&nbsp;bisogna, a sbranare managerialmente la mano&nbsp;che li ha allevati.«Ma di che cosa vi meravigliate? È semplicemente&nbsp;la solita, vecchia regola che prevale,&nbsp;quella del comma quinto: chi ha i soldi ha&nbsp;vinto» chiosa un anziano banchiere che se&nbsp;segue&nbsp;da decenni le vicende torinesi. «E oggi&nbsp;la famiglia Agnelli è piena di soldi. Elkann&nbsp;non è più quel ragazzino che non sa lavarsi&nbsp;i denti evocato da Diego Della Valle. È un&nbsp;uomo d’affari. Carisma poco, lucidità molta.&nbsp;Più freddo e calcolatore del nonno, ha sostenuto&nbsp;il contenzioso con la madre senza fare&nbsp;una piega, lo ha praticamente vinto e si trova&nbsp;oggi ad avere, attraverso la finanziaria del&nbsp;suo ramo familiare, cioè la Dicembre società&nbsp;semplice, oltre il 35 per cento del capitale&nbsp;dell’accomandita che controlla l’Exor».Ma è stata forse un’altra la mossa&nbsp;che, da sola, doveva bastare a far capire le&nbsp;intenzioni di Elkann. E cioè comandare in&nbsp;proprio sul suo gruppo, senza tutori: quella,&nbsp;anticipata lo scorso anno da Panorama, di approfittare&nbsp;della legge olandese che consente&nbsp;il voto doppio nelle assemblee degli azionisti &nbsp;delle società quotate ai soci stabili. E di porre&nbsp;quindi nei Paesi Bassi la sede della&nbsp;Fiat&nbsp;Industrial. Dove l’Exor non vota per il 30,1&nbsp;per cento ma per il 60,2. Facile previsione:&nbsp;anche la Fiat Chrysler finirà con l’avere la&nbsp;sede societaria nei Paesi Bassi o in un altro&nbsp;paese che difenda il «family capitalism». Altro&nbsp;che scendere di quota: «Eravamo disponibili&nbsp;ad avere meno azioni di un gruppo più grande» ha detto, del resto, Elkann «ma se fosse stato necessario. Ebbene, non è necessario».Elkann ha sempre difeso il capitalismo&nbsp;familiare. E gliene piacciono i rampolli,&nbsp;come lui. E come il quarantacinquenne&nbsp;Lee Jae-Yong, responsabile operativo della&nbsp;Samsung Electronics e figlio di Lee Kun-hee,&nbsp;il tycoon che controlla il colosso elettronico&nbsp;coreano, che ha voluto nel consiglio d’amministrazione&nbsp;dell’Exor. O come i suoi amici&nbsp;Ford, senza dubbio la dinastia industriale&nbsp;americana più abbarbicata all’azienda che&nbsp;porta ancora il loro nome, pur non essendone&nbsp;più propriamente controllata, a partire dal&nbsp;cinquantaseienne William Clay Ford, presidente&nbsp;esecutivo del gruppo, fino ai suoi figli e&nbsp;nipoti. Ed è in ottimi rapporti con la famiglia&nbsp;Murdoch, tanto che il vecchio magnate dei&nbsp;media l’ha voluto un mese fa nel consiglio&nbsp;della sua News Corp. Oltre che naturalmente&nbsp;con la famiglia del barone Albert Frère, che&nbsp;appunto è fra i soci di controllo del gruppo&nbsp;Bruxelles Lambert.Del resto anche in Italia John ascolta ancora&nbsp;con piacere qualche «grande vecchio»:&nbsp;per esempio Enrico Salza, padre nobile del&nbsp;capitalismo torinese, rientra fra le sue periodiche&nbsp;e gradite consultazioni. Ma un conto è&nbsp;consultare, altro è prendere per oro colato.&nbsp;«Mio figlio ha relazioni internazionali straordinarie» ha detto di lui il padre Alain. «Dagli&nbsp;amici del nonno come Henry Kissinger ai&nbsp;coetanei di tutto il mondo, che ha conosciuto&nbsp;vivendo quasi sempre all’estero e ha sempre&nbsp;coltivato negli anni».Alla fine John attinge informazioni da&nbsp;tutti, scruta il mercato e si comporta come&nbsp;un attento gestore di patrimoni, più che come&nbsp;un imprenditore fondatore. All’ultima&nbsp;assemblea della Exor ha ripetuto una frase&nbsp;del nonno cui è molto affezionato, tanto da&nbsp;averla propinata anche agli analisti &nbsp;finanziari,&nbsp;nella precedente conference call: «Nella&nbsp;costruzione di un gruppo come il nostro ci&nbsp;sono tre tempi: il tempo della forza, il tempo&nbsp;del privilegio, il tempo della vanità. Per me&nbsp;conta il primo». John ha ripetuto questa frase&nbsp;ben sapendo che, se all’Avvocato molti&nbsp;rinfacciavano privilegi e &nbsp;vanità, a lui privilegi&nbsp;se ne possono rinfacciare, ma vanità poca:&nbsp;quantomeno il look abbastanza casuale che&nbsp;persiste a sfoggiare proprio non ne rivela (agli&nbsp;antipodi rispetto al suo dandy fratello Lapo).A John, insomma, interessa solo&nbsp;la forza del gruppo. E nulla che non sia&nbsp;funzionale al rafforzamento economico del&nbsp;gruppo. «La sua indecifrabile indifferenza&nbsp;ai power game italiani si spiega tutta così.&nbsp;Nella sua scala di valori l’Italia certo conta,&nbsp;ma pesa relativamente in termini economici.&nbsp;Anche sulla Rcs-Corriere: nessun disegno&nbsp;egemonico, solo la necessità di rabberciare&nbsp;una baracca cadente» aggiunge il banchiere&nbsp;interpellato da Panorama.I conti tornano, se si guarda alla composizione&nbsp;del portafoglio investimenti della&nbsp;Exor com’è rispetto a 10 anni fa, quando John&nbsp;salì al vertice. Nel 2003 il rapporto fra i debiti&nbsp;e gli attivi del gruppo Exor era del 50 per&nbsp;cento: 1 euro di debito ogni 2 di asset. Oggi&nbsp;è inferiore al 10. Nel 2003 il 75 per cento di&nbsp;tutti i ricavi veniva prodotto in Europa, oggi&nbsp;il 35; un altro terzo viene sviluppato in Nord&nbsp;America, l’ultimo terzo nel resto del mondo.&nbsp;Chiaro, però, che per il giovane Elkann gli esami non finiscano mai. Per esempio,&nbsp;dovrà decidere cosa fare dei 2 miliardi ricavati&nbsp;dalla vendita della Sgs, visto che la&nbsp;Fiat sembra capace di autofinanziare l’acquisizione&nbsp;della Chrysler. Accanto alla Fiat&nbsp;Industrial, che pesa per un terzo degli attivi,&nbsp;e alla Fiat-Chrysler (15 per cento), c’è un 9&nbsp;per cento di valore rappresentato dal gruppo&nbsp;immobiliare&nbsp;Cushman &amp; Wakefield, alcune&nbsp;partecipazioni minori (dalla Banca Leonardo&nbsp;all’Economist) e 3 miliardi di liquidità. Che&nbsp;Elkann, insieme al nuovo capo degli investimenti&nbsp;assunto da lui, l’avvocato d’affari&nbsp;e banchiere Shahriar Tadjbakhsh, intende&nbsp;impiegare presto e bene.
«Pur essendo una persona che vive da&nbsp;sempre una vita speciale, si sforza, riuscendoci,&nbsp;di vivere una vita normale» conclude&nbsp;sul figlio Alain Elkann.&nbsp;Con un parrucchiere&nbsp;sotto la norma, a giudicare dal look: «Sì, me&nbsp;li dovrei proprio tagliare» ha detto John,&nbsp;prima dell’assemblea dei soci, specchiandosinell’ascensore.Leggi Panorama on line    ]]></description>
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    <title>Chi sono i dodici guru di Wall Street</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[STEFANIA MEDETTI ]]></ame:author><category><![CDATA[Warren Buffett]]></category><category><![CDATA[merril-lynch]]></category><category><![CDATA[Wall Street]]></category><category><![CDATA[Goldman Sachs]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 10:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/a/21593357-1/Chi-sono-i-dodici-guru-di-Wall-Street_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />Business Insider incorona    &nbsp;le dodici menti più brillanti della finanza, quelle da tenere d’occhio, insomma, per capire in anticipo l’aria che tira e la direzione che prenderà il mercato. Fra loro, c’è David Woo, head of global rates &amp; currencies research presso Bank of America Merrill Lynch. Il suo punto di vista sullo scenario allargato è caratterizzato dalla cautela    .&nbsp;Adesso, per esempio, non si unisce al coro degli ottimisti per la ripresa dell’economia americana nel breve termine. Nonostante ciò, Woo è convinto che se l’economia dovesse ricominciare a macinare, l’euro sarebbe il più fortunato beneficiario.&nbsp;Edward Morse, global head of commodities research per Citi, già professore a Princeton e membro del Dipartimento di Stato è considerato un esperto dell’industria del petrolio dove ha lavorato prima di approdare a Wall Street. Profondo conoscitore del mercato dell’oro nero ha recentemente etichettato come “finito” il superciclo delle commodities    .&nbsp;A questo proposito, sempre nel settore dell’energia, Jeffrey Currie, head of commodities research in Goldman Sachs prevede per il gas naturale    &nbsp;un futuro di risorsa rifugio.&nbsp;Jen Hatzius, chief economist di Golman Sachs, si è guadagnato il rispetto di Wall Street dopo aver previsto la crisi nel 2007 e il rallentamento dell’economia del 2010. Oggi, Hatzius è fra gli ottimisti    &nbsp;e prevede una ripresa nella seconda parte dell’anno, anche se la debolezza degli ultimi dati ha reso le sue attese più moderate.&nbsp;Jeff Gundlach è un astro emergente degli hedge fund. Dopo esser stato licenziato da Twc nel 2009, ha dato vita a DoubleLine    ,&nbsp;dove lo hanno già raggiunto diversi colleghi. Gundlach ha visto giusto su Apple, sul fatto di comprare al Nikkei. Il suo ultimo messaggio è, ancora, un invito a comprare    :&nbsp;“Non credo che otterremo un rendimento più elevato fra adesso e la fine dell’anno”.&nbsp;Fra i manager dei fondi di investimento di maggior successo, c’è Ray Dalio: la sua Bridgewater Associates    &nbsp;conta beni per 150 miliardi di dollari. Per il 2013, dal palcoscenico di Davos, ha previsto un anno di transizione    ,&nbsp;con una grande quantità di fondi che passerà dalle azioni a beni, servizi e prodotti finanziari.&nbsp;David Bianco, chief Us equity strategy di Deutsche Bank, avverte invece che la prossima variazione del 5%    &nbsp;per S&amp;P 500 sarà verso il basso. Anche David Rosenberg, chief economist and strategist di Gluskin Sheff, è piuttosto un ribassista     in questo periodo.&nbsp;Considerato che la sua previsione sui tassi di interesse sotto al 2% si è rivelata azzeccata, ha buone chance di non smentirsi nemmeno questa volta.&nbsp;Di Howard Marks, co-fondatore e presidente di Oaktree Capital Management, Warren Buffett scrive che le sue mail sono le prime che apre, quando le vede nella propria casella della posta. E il suo ultimo saggio sulle sfide quotidiane per gli investitori ha ottenuto recensioni positive    &nbsp;a tutti i livelli. Per il periodo contingente, nel corso di una conferenza intitolata “Investire in tempi incerti    ”,&nbsp;Marks suggerisce cautela anche quando si parla di ripresa: “Bisogna fare attenzione all’effettivo ritmo della ripresa”, osserva.&nbsp;Per Drew Matus, senior US economist di Ubs, la cosa più preoccupante, al momento, è la quantità crescente di obbligazioni    &nbsp;nelle mani della Federal Reserve. Michael Hartnett, chief investment strategist di BofA Merrill Lynch mette in guardia contro il collasso dei fondi obbligazionari    . Nelle ultime 26 settimane, 178 miliardi di dollari sono passati negli equity funds.&nbsp;Infine, fra i guru c’è anche chi ha annunciato l’uscita di scena: Gerard Minack, infatti, lascia poltrona di head of global developed markets strategy in Morgan Stanley. Il manager ha salutato sottolineando come,&nbsp;a differenza di altri settori,&nbsp;quando si tratta di investimenti, anche un profano può&nbsp;battere gli esperti     sul breve periodo.&nbsp;Ma ha ricordato anche come sono i consigli degli esperti quelli che permettono di non fallire sul lungo termine.]]></description>
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    <title>Tax freedom day: da oggi siamo liberi dal fisco</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[tasse]]></category><category><![CDATA[CGIA Mestre]]></category><category><![CDATA[pressione fiscale]]></category><category><![CDATA[tax freedom day]]></category><ame:pubDate>Mer, 12 Giu 2013 07:00:00 +0200</ame:pubDate>
                                                       
                
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/n/o/21621679-1/image_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />Oggi, 12 giugno, ufficialmente tutti quelli che in Italia lavorano, smettono di farlo per il fisco e cominciano a guadagnare qualcosa da poter spendere per se stessi. Non è l’ameno proclama di qualche setta apocalittica, bensì il risultato a cui sono giunti i tecnici della Cgia di Mestre che svolgono un monitoraggio costante della pressione fiscale in Italia. E da quindici anni la Cgia di Mestre festeggia, per modo di dire, il cosiddetto “Tax freedom day”, altrimenti detto “giorno di liberazione fiscale”. È la data a partire dalla quale appunto, in base ai valori dell’imposizione fiscale, gli italiani smettono di lavorare per pagare le tasse e cominciano a farlo per se stessi.TASSE, ECCO QUANTO SI PAGA DAVVERO    Quest’anno sono stati dunque necessari ben 162 giorni per assolvere agli obblighi fiscali e contributivi richiesti dalle nostre leggi: una punta massima che nella storia recente del nostro Paese non avevamo mai toccato. Chiaramente, ciò è dovuto in particolar modo al forte aumento registrato in questi ultimi anni dalla pressione fiscale: infatti, nel 2013 toccherà il record storico del 44,4% del Pil, un livello mai raggiunto in passato. Un dato che diventa ancora più significativo se si pensa che dal 1980 al 2013 il carico fiscale è aumentato di ben 13 punti.Per arrivare a definire la data esatta del Tax freedom day l’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame il dato di previsione del Pil nazionale e lo ha suddiviso per i 365 giorni dell’anno, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, il gettito di imposte, tasse e contributi che i contribuenti versano allo Stato è stato rapportato al Pil giornaliero, ottenendo appunto il cosiddetto “giorno di liberazione fiscale” che, per il 2013 scocca proprio oggi. E sempre in base a questi calcoli, quest’anno pagheremo mediamente 11.800 euro di imposte, tasse e contributi a testa. E in questo conto sono compresi tutti i cittadini, anche i bambini.RIFORMA DEL FISCO, LA PRIMA SFIDA DEL GOVERNO&nbsp;    Un panorama fosco, che però può diventare ancora più nero per tutti quelli che pagano regolarmente e fino all’ultimo centesimo le proprie tasse. Se infatti dal Pil nazionale storniamo la quota di economia sommersa che viene conteggiata a seguito di una convenzione internazionale recepita da tutti i Paesi, è possibile calcolare la pressione fiscale reale che grava sui contribuenti onesti. Per l’anno in corso, questa pressione reale, secondo le stime della Cgia, si attesta ad un livello massimo del 53,8%. Ebbene, con questo valore di tassazione il giorno di liberazione fiscale per i contribuenti fedeli al fisco oltrepassa abbondantemente la metà dell’anno e si attesta al 16 luglio. Come a dire metà dell’anno passato a lavorare per lo Stato, e con il fisco che seguirà qualcuno anche in spiaggia, allungando un’ombra decisamente poco confortante.TASSE, ECCO QUANTO PAGHEREMO NEL 2013    ]]></description>
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    <title>La crisi degli artigiani e il limite della logica assistenziale</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[STEFANO CINGOLANI ]]></ame:author><category><![CDATA[Confartigianato]]></category><category><![CDATA[aziende in crisi]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 17:31:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/o/21617013-1/La-crisi-degli-artigiani-e-il-limite-della-logica-assistenziale_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />&quot;Non ce la facciamo più&quot;: Giorgio Merletti, presidente della Confartigianato, a nome dei suoi associati è stato chiaro e diretto. Fisco, credito e lavoro sono le tre macine al collo delle piccole, piccolissime imprese che hanno tenuto a galla (finora) l'Italia. Come dargli torto? Prendiamo le imposte: &quot;La pressione fiscale - ha denunciato Merletti - nel 2013 toccherà il 44,6% del Pil, vale a dire 2,4 punti in più sopra la media dell’Eurozona. In pratica, paghiamo 38 miliardi di maggiori imposte rispetto ai partner europei, 639 euro in più per abitante. Tra il 2005 e il 2013 l’incremento delle entrate fiscali è stato di 132 miliardi: pari ai 132 miliardi di incremento del Pil. Un fisco che tassa il 68,3% degli utili lordi, scoraggia l'impresa, colpisce il lavoro&quot;.Quanto al credito, valgono i dati della Banca d'Italia: &quot;I prestiti alle imprese si sono contratti di 60 miliardi dall'inizio di dicembre 2012&quot;, ha dichiarato il governatore Ignazio Visco all'assemblea della Banca d'Italia. Mentre i tassi d'interesse sono ancora di due-tre punti superiori alla media europea. Il mercato del lavoro è l'altro grande cruccio: giusto in linea di principio puntare a posti di lavoro stabili, ma la riforma Fornero introdotta proprio mentre si stava preparando la recessione, ha aumentato i disoccupati.Il governo Letta non può non dare ascolto al grido di dolore che da tante parti si leva verso di lui. Ancor più strazianti sono i lamenti degli artigiani, non per sottovalutare quelli confindustriali, ma Giorgio Squinzi rappresenta anche i grandi gruppi privati e non tutti in questi anni hanno fatto quel che una sana logica d'impresa avrebbe suggerito: cioè investire per innovare. Anche questo dice Visco e la relazione della Banca d'Italia (volume grande, quello che pochissimi leggono) dimostra, dati alla mano, le parole del governatore. Non parliamo poi delle imprese pubbliche: continuano a distribuire dividendi anche quando sono molto indebitate come l'Enel o ricevono dallo stato i sostegni dei quali hanno bisogno come le Ferrovie.Le tre macine di Merletti non sono cosa molto diversa dalla enorme macina al collo dell'Italia, cioè il debito pubblico, della quale ha parlato Letta il giorno del suo insediamento. Tra le imprese s'annida una vasta evasione fiscale (inutile negarlo) anche da parte delle piccole e piccolissime. Mentre la pletora di sostegni ha ridotto l'efficienza alimentando una mentalità assistenziale. Basti ricordare quante micro-aziende sono nate (soprattutto, ma non solo nel sud) con i sussidi e sono morte non appena riscossi. Non solo, le aziende italiane restano dipendenti dal credito bancario molto più della media europea (il 60% di quelle francesi, ad esempio, ricorre direttamente al mercato). Germania e Spagna sono gli altri due sistemi banco-centrici, ma i tassi d'interesse tedeschi sono bassissimi, mentre nel caso spagnolo il giogo del capitale creditizio ha messo in ginocchio sia le banche sia le industrie. Quanto al lavoro, l'errore clamoroso commesso dal governo Monti (sconfessando quella vera e propria rivoluzione occupazionale realizzata dalla fine degli anni '90 e dileggiata da una campagna mediatico-propagandistica alla quale non bisognava dare ascolto), è anche colpa di un atteggiamento spesso protervo e ricattatorio dei datori di lavoro, alimentando false partite Iva e finti co.co.co. Ci sono, dunque, comportamenti da cambiare nel momento in cui si chiedono cambiamenti al governo.Il Censis ha cominciato il 5 giugno un ciclo di incontri sulla società italiana che Giuseppe De Rita definisce &quot;impersonale&quot;. Una società che non ha coscienza di sé e di fronte alla quale ciascuno si colloca come chi guarda il paesaggio, lo contempla, magari non gli piace, ma non pensa certamente di intervenire per modificarlo. Ogni assemblea di imprenditori, ogni associazione di categoria, ogni lobby o sindacato chiede. In questo mese di assemblee è tutto un coro di richieste. E il dare? La risposta di ognuno è &quot;ho già dato abbastanza&quot;. Una contraddizione evidente, della logica persino, perché se fosse così vivremmo nell'era dell'abbondanza. Invece, è arrivato il momento di individuare con chiarezza chi deve dare e chi deve prendere. Si usa il mare di numeri, diceva oggi De Rita, come cortina fumogena, non per comprendere, ma per mandare un messaggio. &quot;Di troppi dati si muore&quot;.Ciò ci riporta alla denuncia degli artigiani. Usciamo dall'illusionismo statistico per entrare nel campo tutto politico delle decisioni. Si possono ridurre le tasse, ma non tutte (a meno di non rimettere in discussione il perimetro dell'intervento pubblico, cosa che persino i liberisti hanno smesso di chiedere). Vanno privilegiate quelle sul lavoro? Allora che fine fanno quelle sul patrimonio? Bisogna alleggerire la imposizione diretta? Dunque va aumentata quella indiretta? Scelte difficili sulle quali la signora Merkel una volta tanto non ha nulla da dire. La Germania e la Ue non ci proibiscono di far pagare chi vive di rendita per alleggerire chi vive di lavoro (dipendenti e imprenditori): i tedeschi, tra l'altro, hanno imposte sulle imprese molto più basse, una sorta di svalutazione fiscale. Quel che viene impedito, non dall'euro ma dal buon senso, è il pasto gratis. Cioè quella logica assistenziale che ha portato il debito pubblico al 130 per cento del pil e alla fine ha messo con le spalle al muro proprio gli artigiani rappresentati da Merletti.]]></description>
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    <title>Equitalia, i Comuni e i cittadini potrebbero rimpiangerla</title><ame:section_name><![CDATA[Tasse]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[GIUSEPPE CORDASCO ]]></ame:author><category><![CDATA[comuni]]></category><category><![CDATA[multe]]></category><category><![CDATA[sindaci]]></category><category><![CDATA[Equitalia]]></category><category><![CDATA[riscossione]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 15:34:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/q/21615573-1/Equitalia-per-sindaci-e-contribuenti-scatta-l-ora-del-rimpianto_medium.jpg" alt="Tasse" /><br />E alla fine sindaci e cittadini potrebbero incredibilmente ritrovarsi, per motivi diversi, a rimpiangere Equitalia. Potremmo cioè trovarci di fronte a una vera e propria &nbsp;rivincita per l’ente di riscossione che negli ultimi tempi ha accumulato le accuse più disparate a causa dei metodi, ritenuti troppo aggressivi, utilizzati per recuperare i crediti della pubblica amministrazione. Eppure potrebbe andare proprio così ora che l’attività di riscossione nei Comuni da parte di Equitalia è destinata ad interrompersi, con conseguenze gravi, come vedremo, tanto per le casse dei sindaci che per i bilanci dei contribuenti.
Comuni, impreparati all’addio e riscossione multe a rischioUna norma approvata circa un anno fa stabiliva che per il 30 giugno di quest’anno Equitalia avrebbe abbandonato la riscossione dei tributi e delle multe arretrate nei Comuni. Una decisione che all’inizio è stata salutata con grande sollievo e soddisfazione da parte di migliaia di sindaci che vedevano spesso la propria stella politica appannata proprio dall’azione aggressiva di recupero messa in atto da Equitalia. Ad essere sinceri però, anche la stessa Equitalia attendeva con ansia una tale decisione, visto che in termini economici la riscossione a livello locale, costituita perlopiù da imposte di scarso valore e da piccole multe, cominciava a diventare antieconomica. Tutto bene dunque? Neanche per sogno.EQUITALIA, C'E' CHI DICE NO    A pochi giorni infatti dall’addio programmato di Equitalia, solo circa 2.000 Comuni su 8.000 hanno provveduto a identificare un nuovo soggetto, cioè una nuova società di riscossione, che possa sostituire Equitalia stessa. Il risultato è che migliaia di Comuni rischiano di non riuscire a recuperare crediti arretrati per svariati milioni di euro. E proprio per mettere una pezza a questa situazione il governo ha deciso allora di prorogare fino al 31 dicembre di quest’anno l’obbligo all’attività di Equitalia nei Comuni che ancora non hanno trovato una soluzione alternativa. Il tutto, come facilmente comprensibile, con grande soddisfazione di migliaia di sindaci felici di poter riavere Equitalia al proprio servizio. Ma i problemi purtroppo non sono finiti. Nel decreto in questione infatti si specifica che Equitalia debba proseguire la sua attività solo per quanto concerne il recupero di imposte inevase e non per le multe. La conseguenza quindi è che, nonostante Equitalia continui ad operare, migliaia di Comuni potrebbero ritrovarsi senza gli introiti delle contravvenzioni. Una situazione che costringerà il governo a emanare un nuovo decreto che sani questa situazione. Anche perché le casse di molti Comuni sono già in rosso, e questi mancati introiti potrebbero rappresentare un vero e proprio colpo di grazia.TASSE, ECCO QUANTO PAGHEREMO NEI PROSSIMI TRE ANNI    
Contribuenti: aggio triplicatoMa se i sindaci piangono per l’addio di Equitalia, paradossalmente anche i cittadini hanno poco da ridere. In molti dei 2.000 Comuni in cui infatti è stata già ingaggiata una nuova società di riscossione si sta verificando un fenomeno quanto mai temibile. L’ente di riscossione infatti, tra le voci che conteggia a carico del contribuente quando effettua il recupero di un credito, oltre a interessi, sanzioni e altro, mette in conto anche il cosiddetto&nbsp;aggio. E’ in pratica la percentuale che va alla società stessa per lo svolgimento del lavoro. Nel caso di Equitalia si trattava di una percentuale del 9% che da qualche tempo era stata portata all’8%. Ebbene, in molti dei Comuni sopra citati, ora si arriva a percentuali medie di aggio del 20% con punte incredibili anche superiori al 30%. Una situazione che dunque ha condotto molti contribuenti a rimpiangere la vecchia Equitalia.EQUITALIA, PRESTO NUOVE REGOLE PER LA RISCOSSIONE    Insomma una situazione di caos, alla quale con il tempo, anche con l’aiuto del governo, bisognerà porre rimedio. Di mezzo infatti c’è la salute dei conti di migliaia di Comuni che presto potrebbero ritrovarsi a non poter fornire più servizi essenziali ai propri cittadini.]]></description>
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    <title>I fondi pensione a singhiozzo: cosa rischia chi interrompe i versamenti</title><ame:section_name><![CDATA[Soldi]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[ANDREA.TELARA  ]]></ame:author><category><![CDATA[disoccupazione]]></category><category><![CDATA[Covip]]></category><category><![CDATA[previdenza complementare]]></category><category><![CDATA[fondi pensione]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 15:10:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/o/21610305-1/I-fondi-pensione-a-singhiozzo-cosa-rischia-chi-interrompe-i-versamenti_medium.jpg" alt="Soldi" /><br />Quasi 6 milioni di italiani li hanno messi nel portafoglio ma molte persone, ormai, non versano più neppure un centesimo. Sono questi gli ultimi dati sui fondi pensione divulgati dalla Covip    , la commissione di vigilanza sulla previdenza integrativa, che ha messo in evidenza una situazione allarmante. Oggi, ben 1,2 milioni di nostri connazionali (cioè circa un quinto di tutti gli iscritti alla previdenza complementare) hanno smesso di accantonare soldi per costruirsi una pensione di scorta in vista della vecchiaia. La colpa di questa interruzione dei versamenti va imputata ovviamente alla crisi economica che, dal 2007 a oggi, ha bruciato più di un milione di posti di lavoro, con una diretta conseguenza: poiché molte persone non hanno più un reddito, non possono neppure destinare risorse ai fondi pensionistici, per garantirsi una terza età più serena.PENSIONI SEMPRE PIU' MAGRE    Per molti lavoratori, l'abbandono temporaneo della previdenza integrativa è dunque&nbsp;una scelta obbligata, soprattutto per i disoccupati che erano assunto con un contratto da dipendente a tempo indeterminato e destinavano ai fondi pensione il proprio Tfr (trattamento di fine rapporto), cioè la quota di stipendio accantonata tradizionalmente per la liquidazione. Inoltre, i prodotti della previdenza integrativa sono stati usati da parecchi italiani anche come ammortizzatore sociale. Il capitale maturato nei fondi può infatti essere riscattato (del tutto o in parte) anche in anticipo, cioè prima della data della pensione, quando si verificano particolari situazioni di necessità. E' il caso, per esempio, di chi risulta disoccupato da più di 12 mesi (come molti nostri connazionali in questo periodo) oppure chi è affetto da una grave malattia e deve affrontare delle spese mediche o chi vuole comprare la casa per sé o i propri figli, purché si tratti dell'abitazione principale.PENSIONI INTEGRATIVE: COSA FARE PER AVERLE&nbsp;    Tuttavia, i lavoratori che oggi non si trovano in uno stato di particolare difficoltà, dovrebbero evitare scelte troppo azzardate, valutando bene se è davvero il caso di non accantonare più soldi, per costruirsi una pensione integrativa (o, comunque, per crearsi un serbatoio di risparmio in vista della vecchiaia). Prima di fare questa scelta, forse è meglio tagliare leggermente qualche altra spesa superflua, come quelle che emergono periodicamente dalle rilevazioni dell'Istat. Secondo l'istituto nazionale di statistica, per esempio, ogni famiglia italiana destina gran parte del proprio bilancio all'acquisto di beni e servizi non proprio necessari: una media 37-38 euro al mese finisce nella telefonia, altri 30 euro vanno ai parrucchieri o ai prodotti di bellezza, 27 euro vengono spesi mediamente per i mobili, 35 euro per le cure personali non mediche, quasi 21 euro per i prodotti del tabacco, 55 euro per i viaggi e le vacanze, 5 euro per le lotterie e quasi 10 euro al mese per i giochi e i giocattoli: una somma più che doppia rispetto a quella impiegata invece dalle famiglie per comprare i libri di scuola.I FONDI PENSIONE CAMBIANO PELLE    Mentre la rinuncia alle sigarette o ai viaggi appare un “duro sacrificio”, interrompere i versamenti alla previdenza integrativa o ai piani di risparmio di lungo periodo sembra invece una scelta indolore, almeno nel breve termine. Alla fine, però, i nodi rischiano di venire al pettine, poiché la pensione di scorta potrebbe abbassarsi notevolmente. Quando un lavoratore si mette a riposo, la somma di denaro accumulata con i fondi previdenziali viene infatti convertita in una rendita vitalizia, il cui importo dipende dall'età del lavoratore ma anche dall'entità del capitale maturato. Chi si ritira tra 65 e 70 anni, per esempio, in linea di massima ottiene un assegno annuo pari al 4-5% del capitale. Il che, tradotto in soldoni, significa ottenere una pensione di scorta di 4-5mila euro all'anno (tra 350 e 400 euro al mese circa) su una somma maturata di 100mila euro.Chi interrompe il proprio piano di accumulo nei fondi, dunque, perde potenzialmente 35-40 euro all'anno di rendita integrativa (tra 3 e 4 euro al mese) per ogni mille euro di mancati versamenti. Si tratta di cifre di per sé contenute ma che, se si accumulano nel tempo, possono dare un taglio netto alla pensione di scorta.LA RIFORMA PREVIDENZIALE DI ELSA FORNERO    LE VERE VITTIME DELLA RIFORMA FORNERO    ]]></description>
  </item>  <item>
    <title>Sorgente Group vuole Palazzo Chigi</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/sorgente-group-valter-mainetti-palazzo-chigi</link>
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<ame:author><![CDATA[SERGIO LUCIANO ]]></ame:author><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[Valter Mainetti]]></category><category><![CDATA[Sorgente Group]]></category><category><![CDATA[Palazzo Chigi]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 13:13:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21601229-2/Sorgente-Group-vuole-Palazzo-Chigi_medium.jpg" alt="Economia" /><br />«Siamo sempre alla ricerca di&nbsp;buone occasioni per investire&nbsp;in Italia, ma effettivamente&nbsp;negli ultimi tempi abbiamo dovuto rivolgerci di più all’estero»: è quasi dispiaciuto, Valter&nbsp;Mainetti, neocavaliere del lavoro,&nbsp;amministratore delegato e azionista&nbsp;di maggioranza del Sorgente Group,&nbsp;asso pigliatutto dell’immobiliare di&nbsp;alta qualità in mezzo mondo, dagli&nbsp;Stati Uniti (un mese fa a Santa Monica&nbsp;per 34,3 milioni di dollari ha&nbsp;comprato lo storico Clock Tower&nbsp;building) alla Gran Bretagna e alla&nbsp;Francia. Certo, in Italia i fondi immobiliari&nbsp;Sorgente hanno investito&nbsp;una buona parte del loro patrimonio&nbsp;(oltre 4 miliardi di euro di valore&nbsp;totale): l’ultimo acquisto, per 72&nbsp;milioni, è stato l’Hotel Bellevue di&nbsp;Cortina. Ma nell’ultimo anno gli investimenti&nbsp;sono stati più all’estero&nbsp;che nel nostro Paese.Mainetti sarebbe felice di comprare&nbsp;molto di più. «Il mio sogno?&nbsp;Be’, se un giorno venisse messo in&nbsp;vendita, vorrei acquistare Palazzo&nbsp;Chigi» dice, un po’ per scherzo un&nbsp;po’ sul serio. «Perché il mercato&nbsp;immobiliare italiano» spiega Mainetti,&nbsp;che insegna economia del real&nbsp;estate all’Università di Parma, «offre&nbsp;ancora opportunità interessantissime,&nbsp;anche in edifici di pregio e di&nbsp;valore storico-architettonico. Tuttavia&nbsp;il clima di generale incertezza non favorisce il Paese».Un’incertezza politica, innanzitutto,&nbsp;che genera incertezza normativa:&nbsp;«E se manca questa certezza&nbsp;viene meno il punto di forza dell’investimento immobiliare».Secondo Mainetti, «molti immobili&nbsp;di Stato sarebbero interessantissimi&nbsp;per qualunque investitore,&nbsp;se potessero essere trasformati&nbsp;magari in strutture ricettive per il&nbsp;turismo o in centri commerciali.&nbsp;In questo senso un positivo passo&nbsp;in avanti è stato compiuto dalla&nbsp;normativa più recente, che l’Agenzia&nbsp;del demanio sta cercando&nbsp;di attuare al meglio». Ma, evidentemente,&nbsp;si deve fare di più. Secondo&nbsp;i calcoli del Sorgente Group, «dei&nbsp;334 miliardi di euro di asset immobiliari&nbsp;conteggiati sul patrimonio&nbsp;pubblico se ne potrebbero vendere&nbsp;immediatamente per circa 25-30&nbsp;miliardi». Una manna per i conti&nbsp;pubblici, a intascarli.«E comunque in Italia stiamo&nbsp;continuando a investire: il Grande&nbsp;Albergo delle nazioni di Bari,&nbsp;il Palazzo delle poste di Carrara,&nbsp;un vero gioiello, e ora il Bellevue&nbsp;Cortina. E stiamo per concludere&nbsp;un altro grande affare, nel Nord&nbsp;Italia».&nbsp;Leggi Panorama on line    ]]></description>
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    <title>Ecco come le fibre ottiche salveranno la Telecom</title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/aziende/Ecco-come-le-fibre-ottiche-salveranno-la-Telecom</link>
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<ame:author><![CDATA[STEFANO.CAVIGLIA  ]]></ame:author><category><![CDATA[panorama in edicola]]></category><category><![CDATA[cassa depositi e prestiti]]></category><category><![CDATA[Telecom Italia]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 10:24:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/c/21593915-1/Ecco-come-le-fibre-ottiche-salveranno-la-Telecom_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />Quando, fra qualche anno, ogni televisore sarà collegato&nbsp;a internet e tutti sbrigheremo via video (si&nbsp;spera) gran parte delle pratiche burocratiche, dei&nbsp;controlli medici e degli incontri di lavoro, nessuno si&nbsp;preoccuperà di sapere di chi è la rete usata per tutto&nbsp;questo. Eppure sarà stato proprio il cambiamento&nbsp;della sua proprietà a renderlo possibile. Più precisamente:&nbsp;il passaggio di cavi e apparati dalla Telecom Italia, che&nbsp;oggi li affitta ai concorrenti, a un’altra società di cui l’ex&nbsp;monopolista farà parte ma non sarà più il padrone.È questo il cambiamento iniziato il 30 maggio, quando&nbsp;il consiglio di amministrazione della Telecom ha&nbsp;deciso di creare una nuova società a cui affidare la rete&nbsp;(accompagnata da una brusca discesa del titolo in borsa&nbsp;al momento senza spiegazioni). Seguiranno altre tappe.&nbsp;L’Autorità delle comunicazioni, che ha appena chiesto&nbsp;di conoscere il perimetro della rete che sarà separata,&nbsp;dovrà stabilire le condizioni a cui la Telecom farà le&nbsp;sue offerte commerciali. Seguirà l’ingresso della Cassa&nbsp;depositi e prestiti nella nuova società e infine l’avvio di&nbsp;sostituire i cavi di rame con quelli di fibra&nbsp;ottica. Tutto sotto la sorveglianza&nbsp;del presidente del Consiglio, Enrico&nbsp;Letta, e del ministero dello Sviluppo economico, dove il viceministro Antonio&nbsp;Catricalà, che segue il &nbsp;dossier fresco di delega alle comunicazioni,&nbsp;sostiene la tecnica delle minitrincee&nbsp;per ridurre l’impatto degli scavi.La nuova rete è la partita economica&nbsp;più importante che si sta giocando&nbsp;in Italia. Il coinvolgimento della Cdp è cruciale non solo&nbsp;perché nessun altro ha i 5-6 miliardi da mettere sul tavolo,&nbsp;ma anche perché alla nuova società, di cui la Cassa avrà&nbsp;probabilmente la maggioranza, sarà appioppata una&nbsp;bella fetta del debito Telecom: a Panorama risultano&nbsp;10-15 miliardi su un totale di 27. Il fatto che i protagonisti&nbsp;siano già scesi in questi dettagli, mentre in pubblico&nbsp;parlano ancora dei massimi sistemi, fa capire che il treno&nbsp;appena partito è destinato a fare parecchia strada. Alla&nbsp;Telecom, grazie all’aiuto della Cdp, promette l’uscita dal&nbsp;tunnel in cui si trova ormai da anni; agli italiani la tanto&nbsp;attesa internet del futuro.Leggi Panorama on line    ]]></description>
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    <title>Cina e Stati Uniti alleati in economia </title><ame:section_name><![CDATA[Aziende]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[CLAUDIA ASTARITA  ]]></ame:author><category><![CDATA[Cina]]></category><category><![CDATA[esportazioni]]></category><category><![CDATA[Stati Uniti]]></category><category><![CDATA[multinazionali]]></category><category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 09:45:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/i/21574761-3/Cina-e-Stati-Uniti-alleati-in-economia_medium.jpg" alt="Aziende" /><br />Si è concluso con pochi impegni concreti, un paio di promesse e diversi nodi irrisolti quello che era stato presentato come un Summit storico tra Cina e Stati Uniti. Tanti avevano infatti&nbsp;letto nell'informalità all'insegna della quale è stato organizzato&nbsp;(i due Presidenti, Barack Obama e Xi Jinping, si sono incontrati in una tenuta a Palm Springs,&nbsp;in California, anziché a Washington) la chiave per permettere alle due superpotenze di recuperare la fiducia necessaria per riconoscersi come paesi non rivali.Tra frasi fatte e cliché diplomatici, tra cui l'invito di Obama a una maggiore apertura dal punto di vista della democrazia e del rispetto dei diritti umani e civili, o l'impegno di Xi Jinping a costruire un &quot;Nuovo Corso nelle Relazioni americane&quot;, i due Presidenti si sono confrontati su temi ben più prioritari come la Siria, l'Iran, la Corea del Nord, ma anche la cyber-sicurezza,&nbsp;il riposizionamento degli Usa in Oriente e, naturalmente, l'economia.Che si tratti di un incontro senza precedenti non c'è dubbio. C'è chi lo ha definito il più importante in assoluto dai tempi di&nbsp;Nixon e Mao, ed è senza dubbio vero che l'America si trova (finalmente) ad interagire di nuovo con un leader particolarmente potente e carismatico. Quello che interessa valutare ora però, è che tipo di impatto questo &quot;nuovo&quot; modo di interagire potrà avere sull'economia di queste due nazioni e sui mercati mondiali. Tenendo presente che i forti&nbsp;vincoli economici e finanziari che&nbsp;Pechino e Washington si impongono a vicenda&nbsp;non permettono a nessuno dei due&nbsp;di decidere liberamente come agire.Il nuovo corso delle relazioni sino-americane, quindi, potrebbe estrinsecarsi&nbsp;nel tentativo di ottenere un vero progresso nelle aree dove la cooperazione è possibile.&nbsp;Perciò&nbsp;via libera agli accordi economici. Per assicurare agli Stati Uniti nuove opportunità e, se necessario, qualche sicurezza in più, nel (disperato) tentativo di evitare&nbsp;che l'esodo di multinazionali che ha recentemente colpito la Cina si estenda anche&nbsp;agli operatori Usa. Oppure, se quest'ultimo si rivelerà un processo irreversibile, mettere a punto,&nbsp;e questa volta insieme, una nuova strategia di sviluppo che&nbsp;risulti conveniente per entrambe le potenze. &nbsp;Per una volta, ed è questo che cambia la situazione, è la Cina ad essere in una posizione sulla carta più debole. Questo perché ha contato per anni sugli investimenti e il know how degli stranieri per crescere, ed ora rischia di ritrovarsi all'improvviso senza ne' l'uno ne' l'altro. Da qualche tempo parecchie multinazionali hanno deciso di chiudere i loro stabilimenti nella Repubblica popolare per tre&nbsp;motivi: i salari stanno aumentando, e l'aumento del costo del lavoro neutralizza una buona parte dei vantaggi legati alla delocalizzazione; il malcontento della popolazione sfocia sempre più spesso in scioperi e proteste che il governo sembra non saper gestire;&nbsp;Pechino non ha ancora chiarito quale strada vuole percorrere per rilanciare la propria economia.Incertezza e convenienza relativa hanno già spinto&nbsp;taiwanesi, giapponesi, hongkonghini e singaporeani fuori dalla Cina, a ritmi drammatici che&nbsp;per certe nazioni superano tassi dell'8% l'anno. Se faranno la stessa cosa anche americani ed europei per il Paese sarà un disastro. C'è chi dice che la fuga delle multinazionali&nbsp;ha già iniziato ad essere controbilanciata dai capitali che si stanno riversando&nbsp;nel terziario, ma la Cina&nbsp;non è&nbsp;ancora sufficientemente matura per occuparsi da sola dell'intero comparto manifatturiero. Ecco perché ha bisogno dell'America.&nbsp;Ed ecco perché, nel fine settimana che si è appena concluso, Xi Jinping ha mostrano a Obama il suo lato più accomodante.&nbsp;Se dalle nuove priorità di Cina e Stati Uniti sarà possibile rilanciare un'allenza economica che porterà i due paesi a evitare di prendere&nbsp;decisioni unilaterali potenzialmente dannose per la controparte, non saranno solo cinesi e americani a trarne vantaggio, ma&nbsp;i mercati di tutto il mondo.&nbsp;Se Pechino e Washington saranno costrette a discutere insieme le politiche per affrontare la crisi finanziaria, è possibile che le principali potenze economiche del pianeta riescano&nbsp;davvero a ricostruire un legame in cui trasparenza e fiducia vengano poste sullo stesso piano dei rispettivi interessi nazionali.&nbsp;Xi Jinping lo sa bene. Tant'é che ha rilanciato il motto del &quot;nuovo corso&quot; per trarre da questa situazione qualche&nbsp;vantaggio anche sul piano dell'immagine. Recuperando così&nbsp;credibilità politica sullo scacchiere internazionale ma anche in patria, in un momento in cui ne ha più che mai bisogno.&nbsp;&nbsp; Segui @castaritaHK !function(d,s,id){var js,fjs=d.getElementsByTagName(s)[0];if(!d.getElementById(id)){js=d.createElement(s);js.id=id;js.src="//platform.twitter.com/widgets.js";fjs.parentNode.insertBefore(js,fjs);}}(document,"script","twitter-wjs");]]></description>
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    <title>Apple: il nuovo iOS7 divide, anche in Borsa</title><ame:section_name><![CDATA[Tech &amp; Social]]></ame:section_name>
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<link>http://economia.panorama.it/tech-social/Apple-iOS7-reazioni-Borsa</link>
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<ame:author><![CDATA[ROBERTO CATANIA ]]></ame:author><category><![CDATA[apple]]></category><category><![CDATA[tim cook]]></category><category><![CDATA[ios7]]></category><category><![CDATA[WWDC13]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 08:59:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/p/21607365-4/Apple-il-nuovo-iOS7-divide-anche-in-Borsa_medium.jpg" alt="Tech &amp; Social" /><br />Bello, bellissimo. Macché brutto, bruttissimo. Mai annuncio di Apple aveva provocato reazioni così controverse. iOS 7    , il sistema operativo svelato ieri a San Francisco, ha letteralmente spaccato in due la platea di utenti e addetti ai lavori. C’è chi lo considera un passo avanti rispetto al passato, soprattutto per tutto ciò che porta in dote sul piano della semplificazione, e chi invece boccia il depauperamento – soprattutto stilistico – dell’interfaccia, che ha abbandonato le agente in pelle, i bloc notes, gli ingranaggi in metallo e tutte le altre icone un po’ vintage, per puntare su un look essenziale e stilizzato.Una cosa però è certa. Comunque la si voglia vedere, quella di Apple non può essere considerata una mezza scelta. La società di Cupertino ha imboccato una strada tutta nuova nella quale tutto sembra orientato alla semplicità d’uso. Simplicity isn’t simple recita il mantra di Jonathan Ive, l’uomo che ha disegnato tutti i prodotti Apple di successo e che proprio su iOS7 si è cimentato per la prima volta sull’intangibile realtà del software. Qualche mese fa Tim Cook gli ha chiesto di occuparsi non solo dell’esterno dei dispositivi Apple ma anche della loro anima. Un vero mandato a innovare consegnato nelle mani di chi, più di tutti, ha tradotto in pratica la filosofia del &quot;think different&quot;.Cambiamento dunque. Nell’ottica di quell’innovazione che dalla morte di Steve Jobs viene continuamente tirata in ballo ogni qual volta il titolo Apple perde terreno in Borsa. &quot;Can't innovate any more, my ass&quot;, ha ironizzato il capo del Marketing di Apple Phil Schiller&nbsp;presentando il nuovo Mac Pro, l’avveniristico computer a forma cilindrica, quasi a zittire tutti i detrattori della società e in particolare gli analisti, che da qualche tempo a questa parte – da quando cioè il titolo Apple ha invertito la rotta a Wall Street (-38% dal massimo storico toccato lo scorso mese di settembre) – non perdono occasione di bacchettare le strategie della Mela.Giusto per la cronaca. Il titolo Apple ha chiuso ieri in leggera perdita (-0,66%), segno che anche gli investitori, forse, appaiono divisi nel giudicare le ultime mosse della società. In realtà tutti gli occhi sono già puntati al prossimo autunno, quando cioè iOS7 farà il suo debutto ufficiale all’interno dei nuovi (e i vecchi) iPhone, iPad e iPod. Apple rimane, fino a prova contraria, soprattutto un venditore di hardware. E allora bisognerà aspettare ancora un po' per capire se il nuovo sistema operativo sarà in grado di dare nuova linfa agli iDevice che verranno.Il rischio di perdere per strada qualche utente, deluso dalla rivoluzione copernicana attuata da Jonathan Ive, c’è. Ma è altrettanto vero che la società può ora contare su tutta una serie di risorse in grado di aumentare il proprio appeal. C’è iTunes Radio, il servizio di streaming musicale (gratuito e senza pubblicità per chi ha già sottoscritto ) che permette di creare un flusso di canzoni omogenee a partire da una traccia predefinita, c’è un nuovo sistema per organizzare le foto, ritoccarle coi filtri e condividerle che rappresenta una vera e propria alternativa a Facebook e Instagram, e c’è anche una nuova versione di iWork (l’Office di Apple) concepita per lavorare online, proprio come ci hanno insegnato Google (prima) e Microsoft (poi).Queste, di fatto, sono le prime vere novità dell’iPhone 6, lo smartphone che Apple presenterà il prossimo mese di settembre e che ci dirà di più su quello che è – ormai possiamo dirlo – il nuovo corso di Apple. Segui @TritaTech
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    <title>Italia, crisi finita? Anche no</title><ame:section_name><![CDATA[Economia]]></ame:section_name>
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<ame:author><![CDATA[STEFANIA MEDETTI ]]></ame:author><category><![CDATA[Ocse]]></category><category><![CDATA[Pil]]></category><category><![CDATA[ripresa]]></category><ame:pubDate>Mar, 11 Giu 2013 08:00:00 +0200</ame:pubDate>
    
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/economia/21605275-2/Italia-crisi-finita-Anche-no_medium.jpg" alt="Economia" /><br />Le economie dei principali Paesi industrializzati stanno riprendendo quota. Lo certificano i dati dell’Ocse    , l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico: il superindicatore economico    &nbsp;che monitora l’andamento economico dei 33 Paesi membri è cresciuto ad aprile passando a 100.6, contro il 100.5 di marzo. Una piccola variazione che, però, mantiene l’indicatore sopra il valore medio di lungo periodo di 100. Il superindicatore, in realtà, conferma le previsioni semestrali rese note il mese scorso: la ripresa economica si va rafforzando, ma le principali economie continuano a crescere a velocità diverse, con Stati Uniti e Giappone in testa. A fronte di una media del +1,2% per il 2013 e +2.3% per il 2014, gli Stati Uniti fanno da apripista e dovrebbero crescere più velocemente di altre economie, con +1,9 e +2,8% per il prossimo anno. Andamento irregolare, invece, per il Giappone, rispettivamente con +1,6% e +1,4%. Per l’Eurozona, l’Ocse ha messo in preventivo un altro anno di recessione con -0,6%, prima che l’economia riprenda quota nel 2014 con +1,3%.&nbsp;I dati del superindicatore sostengono le previsioni semestrali. L’indicatore per gli Stati Uniti si conferma a 101.0, mentre il Giappone, grazie a un potente stimolo monetario, passa da 101.1 a 101.9. L’indice per l’Eurozona    &nbsp;è passato da 100.0 a 100.01. In Germania, l’indicatore ha il segno più: da 99,9 a 100.0. In Francia è stabile per il terzo mese consecutivo a 99.6.&nbsp;L’Italia, e questa è la grande novità, cresce da 99.8 a 99.9. Il cambiamento è stato definito “positivo”, ma ancora non basta. L’economia italiana, infatti, ha subito una contrazione    &nbsp;per il settimo trimestre consecutivo fra gennaio e marzo. La produzione industriale ha perso lo 0,3% ad aprile, ha reso noto l’Istat. Gli economisti prevedono che dopo il -2,4% dello scorso anno, il 2013 potrebbe chiudersi a -1,5%.&nbsp;Secondo l’Ocse    , dunque, la recessione in Italia continuerà per tutto il 2013, come effetto delle misure fiscali straordinarie e delle condizioni restrittive del credito che impattano in maniera negativa sulle attività economiche. L’occupazione e le ore lavorate continueranno a calare, intaccando in maniera negativa i budget familiari e la propensione al consumo. Sotto questo fronte, un dato incoraggiante è rappresentato dal pagamento degli arretrati da parte del Governo. Per il 2014, dunque, nonostante un rafforzamento atteso per le esportazioni e un minor consolidamento fiscale, la crescita sarà ancora contenuta. Le misure intraprese finora, però, dovrebbero avere successo nel contenimento del debito sotto il 3% del Pil nel 2013 e del 2,25% nel 2014. I suggerimenti da parte dell’Ocse per la piena ripresa, dunque, sono: consolidamento delle riforme per la crescita introdotte dal 2012, contenimento della spesa pubblica e mantenimento della pressione fiscale.&nbsp;]]></description>
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    <title>Indesit, immagini da Fabriano</title><ame:section_name><![CDATA[foto]]></ame:section_name>
<ame:section><![CDATA[http://economia.panorama.it/foto]]></ame:section>
<link>http://economia.panorama.it/foto/indesit-fabriano-sciopero</link>
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<ame:author><![CDATA[RITA FENINI ]]></ame:author><category><![CDATA[indesit]]></category><ame:pubDate>Lun, 10 Giu 2013 19:00:00 +0200</ame:pubDate>
                                        
<description><![CDATA[<img src="http://economia.panorama.it/files/images/a/a/00apreindesit/21602009-2/00apreindesit_medium.jpg" alt="foto" /><br />Dopo l'annuncio nei giorni scorsi, da parte di Indesit, di un piano di riorganizzazione che prevede oltre 1.400 esuberi    , gli operai degli stabilimenti nei pressi di Fabriano e in provincia di Caserta hanno dato vita a diverse manifestazioni di protesta e annunciato la mobilitazione permanente del territorio per ottenere la revisione del piano. Le foto delle manifestazioni]]></description>
						    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    	        	    		    		<galleryNumber>5</galleryNumber>
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					<title>La protesta dei lavoratori dello stabilimento Indesit di Teverola (Caserta), 5 giugno 2013 Credits: ANSA/ Felice De Martino</title>
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					<title>Il sindaco di Fabriano, Giancarlo Sagramola, al presidio dei lavoratori Indesit che bloccano il centro servizi e il call center dell'azienda. Fabriano, 10 giugno 2013 Credits: ANSA /Enrico Cimarra</title>
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					<title>Lavoratori della Indesit di Melano e Albacina stanno bloccando dalle 3 del mattino il call center e il magazzino ricambi a Ca' Maiano di Fabriano (Ancona), 10 giugno 2013 Credits: ANSA</title>
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