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Fiat: e se gli Agnelli volessero vendere tutto?

Nei giorni del tira-molla tra Governo e azienda, una voce è assente: quella della famiglia. Che all'Italia deve tutto. E che ora è implosa nel silenzio

Fiat: e se gli Agnelli volessero vendere tutto? Fiat: e se gli Agnelli volessero vendere tutto?
John Elkann, presidente Fiat (Credits: Jonathan Moscrop - LaPresse)

Tag:  Agnelli Fabbrica Italia Fiat Sergio Marchionne

di Sergio Luciano

Marchionne-Pinkerton aveva detto a Butterfly-Fornero che un bel dì sarebbe tornato da lei, a riferirle cosa stava accadendo nella sua Fiat. Gliel’aveva promesso a fine luglio, senza fissare una data. La Fornero l’aveva confermato alla stampa il 21 agosto scorso a Rimini, spiegando di aver dato delle disponibilità per l’incontro ma di non aver avuto ancora riscontro. Con il comunicato che, l’altro giorno, ha archiviato definitivamente Fabbrica Italia , Marchionne ha imposto al governo un’imbarazzato colpo di reni: sia la Fornero che il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera si sono sentiti in dovere di auspicare chiarimenti, e ancora in queste ore la responsabile del welfare ha (finalmente) posto un ultimatum, peraltro piuttosto comodo: "Prima del 30 ottobre, quando la Fiat presenterà i risultati del terzo trimestre 2012".

La Fornero aveva detto, a caldo, che un ministro "non può convocare il capo di una multinazionale". Poi devono averle spiegato che anche negli Usa, patria del liberismo, questo accade quotidianamente, con i ministri e col congresso, e quindi la convocazione c'è stata: "Ma finora il mio telefono non ha ancora squillato. Sto aspettando sue notizie. Me le aspetto nei prossimi giorni e non mi faccia dire di più", ha detto la Fornero al quotidiano Repubblica, che stamattina ne pubblicava l’intervista.

Facile pronosticare cosa dirà Marchionne alla Fornero. Le reciterà quel che aveva detto il capo della Fornero, il premier Mario Monti, nel marzo scorso, parlando a Milano davanti alla platea degli industriali riuniti alle assise biennali: "Un’azienda multinazionale ha il diritto dovere di investire dove crede". E infatti, Marchionne questo fa: ritiene gli convenga investire in Chrysler e disinvestire dall’Italia, e lo sta facendo. Segue le direttive di Monti? No, è Monti che – da tecnico – riconosce la prevalenza delle ragioni dell’impresa su quelle dello Stato.

Quel che uno statista dovrebbe fare è allora appellarsi alla proprietà Fiat, che è ancora nelle mani di una famiglia che all’Italia deve tutto, la famiglia Agnelli, e che alle asettiche ragioni del business dovrebbe affiancare, se non anteporre, quelle di natura etica e – perchè no – politica: non si può mollare un Paese dove sei nato e hai prosperato per 110 anni, tra due guerre mondiali, che ha esaltato l’autostrada e sacrificato le ferrovie per aiutarti, che ti ha lasciato spazi impensabili – nell’informazione, nelle infrastrutture, nella finanza – a fronte di quella continuità di presenza e, talvolta, di impegno economico che oggi vuole essere ridotta o peggio, un domani, azzerata.

Ma per ora quest’appello dal governo agli Agnelli non c’è stato. E la domanda indicibile che però inizia ormai a circolare a tutti i livelli, nel mondo politico e sindacale, è quella inevitabile: ma chi può assicurare il governo italiano che l’intenzione degli Agnelli non sia quella di vendere il controllo del gruppo? Quante volte, del resto, John Elkann – l’attuale, giovane capo della dinastia – ha già detto che preferirebbe essere piccolo azionista di un colosso sano che azionista di controllo di un gruppo troppo piccolo rispetto alle necessità del suo mercato, e quindi troppo debole?

Certo, non c’è in giro nessuno sceicco con l’assegno in bocca, pronto a comprare: ma la Fiat oggi è liquida, Marchionne piace da pazzi alla finanza americana di cui in fondo è, insieme, un beniamino e un tipico frutto, e non faticherebbe certo molto a mettere in fila un plotone di fondi e promuovere un buy-out capace di suscitare in fondo il consenso dell’attuale proprietà, magari finalizzato alla fusione con un altro gruppo nordamericano o asiatico.

Nel frattempo, c’è la realtà di un mercato mondiale dell’auto che va male in tutta Europa, e se cresce in Nordamerica e nei Paesi emergenti non lo fa con il ritmo che servirebbe a compesare le defaillance che ha accusato altrove.
In questo contesto, il gruppo Fiat-Chrysler va bene negli Stati Uniti, appunto sull’abbrivio della domanda che aumenta e di una pipeline di modelli in buona parte preesistenti l’avvento dell’era-Marchionne, al quale va però riconosciuto il merito di aver catalizzato gli entusiasmi della forza lavoro e di aver conquistato la fiducia (e i denari) della casa Bianca e dello Stato canadese.

La cavalcata trionfale in Brasile sta invece rallentando, compensata dalla ripresa del Messico; le cose vanno piuttosto bene anche in Turchia: tutti mercati, questi, che però erano stati aperti dalle gestioni precedenti. L’espansione del gruppo in Cina, India e Russia per ora non sta portando a risultati apprezzabili e in Italia, come del resto in Europa, la quota di mercato Fiat è seccamente calata, a tutto vantaggio dei gruppi tedeschi.

Inoltre, come ha rivelato qualche giorno fa Linkiesta, in Italia la Fiat ricorre alle auto chilometri zero in misura percentualmente superiore a quanto fanno le marche straniere, il che si traduce in una rappresentazione delle vendite migliore di quanto sia in realtà, e su una dimensione superiore alla media del mercato.

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