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Cina: il paese delle disuguaglianze

A trent'anni dalle riforme economiche, la Cina è cresciuta, ma il livello di disuguaglianza interna è aumentato talmente tanto da diventare pericoloso per la stabilità stessa della nazione

Cina: il paese delle disuguaglianze Cina: il paese delle disuguaglianze
A Chinese family arrives at the Beijing train station, in Beijing, China, Tuesday, Feb. 9, 2010. Millions of Chinese workers are boarding trains to head home for the Lunar New Year, a holiday that triggers the world's biggest annual migration of people.  (AP Photo/Vincent Thian)
di Claudia Astarita

La Cina festeggia oggi il novantesimo anniversario della fondazione del Partito, all'insegna dei successi raggiunti sul piano della lotta alla povertà, dell'urbanizzazione, del miglioramento della qualità della vita, ma anche del ruolo strategico ed economico che la nazione è riuscita a ritagliarsi sullo scacchiere internazionale. La propaganda del partito ha convinto la popolazione che la Cina continuerà a fare progressi, quindi non serve a nulla preoccuparsi o protestare perché ci si ritiene vittime di un sopruso o di un abuso: é compito del partito eliminare gli ultimi focolai di disuguaglianze sociali, e del partito, è quasi superfluo ricordarlo, ci si può fidare.

Quando però si iniziano ad analizzare dati economici e non slogan di propaganda, è facile convincersi che la Repubblica popolare fa sempre più fatica a mantenere la parola data. I decenni del boom economico avevano convinto i cinesi che presto la nazione sarebbe stata letteralmente travolta da felicità, benessere e uguaglianza. E invece mentre una buona fetta della popolazione è diventata effettivamente più ricca, un'altra è oggi significativamente più povera .

Dal 1978 al 2010, il reddito a disposizione delle famiglie nelle aree urbane è passato da poco più di zero a 19.100 dollari, mentre nelle zone rurali pur partendo dallo stesso punto è stata appena superata la soglia dei 5.500 dollari. Un quadro confermato dall'indice di Gini, il coefficiente che misura la distribuzione del benessere nella società: nel 2010 quello cinese è arrivato a 0,47, in una scala in cui lo zero indica totale uguaglianza e uno massima disuguaglianza. E a livello internazionale la soglia dello 0,4 è considerata il limite oltre il quale si rischia di raggiungere un "pericoloso grado di disuguaglianza".

Per la Cina, un paese in cui la popolazione rurale rappresenta ancora più del 50% del totale, l'enorme differenza tra redditi di città e di campagna implica anche che le famiglie rurali, nonostante il boom economico, si ritrovino ancora oggi a dover consumare una grossa fetta dei loro guadagni in beni di prima necessità, senza lasciare quindi spazio per un miglioramento progressivo dello stile e della qualità della vita.

Oggi, a novant'anni di distanza dalla fondazione del partito e a più di trenta dall'implementazione delle riforme economiche, sarebbe opportuno chiedersi se sia giusto pagare un prezzo così alto per lo sviluppo. O meglio, se non sia arrivato il momento di concentrarsi non tanto sulla crescita complessiva del paese, quanto su quella delle aree "dimenticate". Anche perché a soffrire di più per queste differenze sono i lavoratori migranti, che rappresentano altresì i gruppi che negli ultimi mesi sono scesi in piazza per chiedere maggiori diritti, mettendo in difficoltà il partito. Ecco perché Pechino ha iniziato a richiedere l'approvazione di un salario minimo per gli operai migranti e ad aiutare le famiglie rurali riducendo le aliquote fiscali che pesano su di loro. Misure importanti ma che, da sole, non basteranno a far tornare l'indice di Gini a livelli accettabili.

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    ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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