In Asia ci sono oggi di tre milioni di milionari. Il 26% in più rispetto al 2009. E secondo le stime di Merrill Lynch e Capgemini il numero dei paperoni asiatici è destinato ad aumentare a ritmi vertiginosi. Superando l’Europa ed avvicinandosi rapidamente agli Stati Uniti. La scalata dei ricchi asiatici continua, più lentamente, anche nel mondo dei miliardari (234 nel 2010, poco meno del doppio rispetto al 2009), dove però gli occidentali continuano ad essere i più rappresentati.
Nelle prime 25 posizioni della classifica stilata da Forbes, compaiono infatti 11 americani, 8 europei, 3 asiatici e solamente un messicano (che è però l’uomo più ricco del pianeta), un brasiliano e un saudita. A guidare la corsa dei paperoni asiatici ci pensano Cina –inclusa Hong Kong- e India, supportate da Singapore, Corea del Sud, Giappone e Indonesia. Del resto, in tutta la regione i segnali di opulenza non mancano di certo. In India, Mukesh Ambani si è costruito un grattacielo di 27 piani per farne la sua casa. I milionari cinesi, infine, hanno speso nel 2009 830 milioni di dollari in acquisti d’arte. E Forbes ha incoronato un giapponese, Yoshikazu Tanaka, come il Bill Gates del ventunesimo secolo.
I 9.7 trilioni di asset presenti in Asia e i risparmi di milionari e miliardari fanno gola a tanti. Ma sono le banche gli operatori più interessati a darsi da fare per aiutare i nuovi ricchi del mondo a proteggere il loro patrimonio scegliendo gli investimenti, le assicurazioni e i pacchetti azionari più adatti alle rispettive esigenze. E per quelle degli istituti di credito, naturalmente. A febbraio JPMorgan ha trasferito il quartier generale del Private Banking da New York a Hong Kong. Nel mese di luglio l’inglese Barclays Wealth ha rafforzato la collaborazione con due istituti finanziari giapponesi per per aumentare la propria presenza sul territorio. E Deutsche Bank, altro gigante nel settore del private banking, si è vantata di aver strappato una decina di banche locali ai rivali di Citi e Credit Suisse.
La nuova generazione dei paperoni d’Oriente sembra oggi orientata a conservare una buona fetta dei propri capitali in contanti e a investire prevalentemente nell’immobiliare, nelle infrastrutture e nei derivati. E le banche di tutto il mondo si troveranno presto a competere, in Asia, per la gestione di capitali e risparmi da capogiro. L’unico operatore italiano che ha iniziato la sua scalata nel mondo del retail asiatico è Intesa SanPaolo, che oltre ad essere la banca italiana meglio rappresentata in Oriente dal punto di vista di filiali e uffici di rappresentanza, è riuscita, in un mercato complicato come quello cinese, a creare una joint venture come SIBAC tra Intesa Sanpaolo (40%), SIMEST (25%) e Bank of China (35%) per assistere le imprese italiane che vogliono fare affari nella Repubblica popolare e gli operatori cinesi che vogliono sbarcare nel bel Paese.
Successivamente, il Gruppo ha acquistato il 19,99% di Union Life, compagnia assicurativa cinese specializzata nel ramo vita, il 49% di Pengua Fund Management, primaria società di Asset Management del mercato cinese, e il 19,99% di Bank of Quindao, un istituto che mantiene da un paio d’anni una quota di mercato pari al 6%. Acquisizione, questa, particolarmente significativa visto che la legge bancaria cinese pone un limite massimo del 25% agli investimenti esteri in una banca nazionale, con un tetto del 20% per singolo investitore. Walter Ambrogi, responsabile della Direzione Global Services di Intesa Sanpaolo, si rende conto di quanto la Cina rappresenti “un mercato con ampie prospettive di sviluppo e atteso in forte crescita nei prossimi anni sia nei prodotti retail sia in quelli previdenziali”, e proprio per questo ha fatto in modo che la presenza del Gruppo in Cina fosse il più possibile diversificata. E la crescita del benessere e dei risparmi in Oriente non potrà che spingere gli altri operatori, italiani e non, a fare altrettanto.
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