Parlare d'Oriente spesso implica limitarsi a discutere delle difficoltà economiche della Repubblica popolare cinese , riassumibili nell'ormai proverbiale incapacità di ridurre la dipendenza della nazione dalle esportazioni e di sostenere la crescita stimolando consumi e domanda interna. I problemi dell'Asia, però, non sono solo questi e, soprattutto, non riguardano solo la Cina.
Molti governi (Pechino incluso) si trovano infatti a dover fare i conti con una popolazione che oltre ad aver iniziato a invecchiare troppo in fretta, spesso non ha le qualità e le capacità necessarie per permettere di realizzare l'upgrade tecnologico e industriale che tanti paesi sognano di poter presto completare.
Da qui l'esigenza di trovare un modo per ricominciare ad attrarre forza lavoro dall'estero. Un obiettivo che, per molti analisti, alla luce dell'attuale tasso di disoccupazione globale potrebbe essere raggiunto facilmente. A patto che l'Asia si decida (finalmente) ad offrire qualche garanzia in più a tutti. Imprenditori, dirigenti e operai.
Molti studiosi si aspettano che già nel breve periodo le nazioni dell'Asia, dalla Cina alle Filippine, dopo aver raggiunto la consapevolezza che le loro economie potranno continuare a crescere e a svilupparsi solo grazie al contributo di manodopera straniera, inizieranno a competere tra loro per offrire ai talenti dell'Occidente il "contesto migliore" in cui trasferirsi.
La speranza di medio-lungo periodo di tanti è invece quella che se l'Asia riuscirà effettivamente a implementare le riforme strutturali di cui ha bisogno per rilanciare l'economia dell'intera regione, non solo contribuirà ad allentare la pressione della disoccupazione sui mercati dell'Occidente ma, forse, riuscirà anche a riequilibrare almeno in parte i mercati internazionali e, idealmente, a rimettere in moto l'economia globale.
Partendo dal presupposto che grazie al sostegno della forza lavoro qualificata occidentale l'Oriente dovrebbe riuscire non solo a realizzare l'upgrade tecnologico e industriale tanto sognato, ma anche ad aumentare la produttività nelle filiere già esistenti, sulla carta una maggiore mobilità del capitale umano dovrebbe riuscire a ridurre l'asimmetria tra economie sviluppate ed emergenti.
I governi si sono resi conto che per trattenere i lavoratori e gli investitori occidentali in Asia molte cose devono essere cambiate. Anzitutto il tasso di inflazione deve essere tenuto sotto controllo (al momento da questo punto di vista solo Indonesia, Corea del Sud, Filippine e Tailandia possono essere considerate affidabili), per evitare che si crei la percezione di poter ricevere uno stipendio il cui valore reale rischia di ridursi troppo velocemente.
Contemporaneamente, è necessario snellire le procedure burocratiche necessarie per accedere ai mercati. Infine, è fondamentale affrontare il problema della tutela dei diritti dei lavoratori, nazionali e internazionali, perché è questo l'unico modo per riuscire ad attrarre i migliori.
Il prezzo da pagare per completare una rivoluzione di questo tipo in una regione così grande è certamente altissimo. Ma i vantaggi che ne potrebbero derivare a livello locale e internazionale superano nettamente i costi. Ecco perché non ci resta che sperare che questa nuova spirale di "riforme positive" arrivi presto a coinvolgere l'intera Asia.
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