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Oscar Giannino

Lavoro, la ricetta tedesca per la crescita

Ha rotto il tabù dei licenziamenti, ha ridotto il sussidio di disoccupazione e concesso agevolazioni fiscalialle imprese. Dopo 10 anni il pacchetto Hartz dà i frutti. Aiutato anche dallo snellimento della spesa pubblica.

Il marchio Deutsche Telekom sopra il quartier generale a Bonn
FILE -  In this May 7, 2009 file picture the  logo of Deutsche Telekom is photographed at the headquarters of the telecommunication company in Bonn, Germany. Deutsche Telekom AG says it raised net profit by 14 percent in the third quarter to 1.07 billion euro  (US dlrs 1.45 billion) as cost cuts and more data use by smart-phone owners boosted earnings in a difficult economy. Revenue rose 4 percent to 10.99 billion euro  from the same quarter a year ago, the company said Thursday Nov. 10, 2011.  (AP Photo/Hermann J. Knippertz,File)

di Oscar Giannino

Leggo da una tabella pubblicata sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 31 dicembre del 2011. Eon, 6 mila dipendenti; Media-Saturn, 3 mila; Nokia-Siemens, 3 mila; WestLB, 2.700; Axa, 1.600; Deutsche Telekom, 1.600; Praktiker, 1.400; Areva, 1.300; Rwe, 1.000; Unicreditbank, 1.000; Koeing&Bauer, 700. E via proseguendo. Sono licenziamenti.

Nella tabella c’è l’intera lista delle maggiori imprese tedesche che  hanno attuato dismissioni superiori ai 200 addetti nel 2011: il conto  finale delle 40 maggiori supera abbondantemente le 30 mila unità. C’è  una tabella a fianco. Quella delle assunzioni. Qui la lista delle  maggiori imprese che hanno assunto più di 200 unità aggiuntive è più lunga, siamo a più di 60.

E 15 tra esse sono superiori a 2 mila nuovi assunti ciascuna come McDonald’s e Bmw, su su fino ai 4 mila di Daimler, ai 6 mila di Volkswagen, ai 7 mila di Adecco, agli 8.500 di Rundstad Deutschland. Oltre metà delle 60 hanno assunto più di mille dipendenti a testa. In Germania le imprese assumono e licenziano molto. Hanno iniziato ad assumere, quanto più hanno potuto ristrutturare al variare della domanda, dei prodotti e dei processi, e conseguentemente anche licenziare.

Negli ultimi anni le cose sono andate bene, ma il miglioramento da metà anni 2000 è stato graduale e costante, rispetto al 2001-2002 e 2003-2004 in cui la disoccupazione tedesca toccò i livelli record del secondo dopoguerra, superando il 10% ( 5,5 milioni), con una media superiore all’8% nella ex Germania Ovest e fino al 18% nella ex Ddr. Nel gennaio 2012 i disoccupati tedeschi sono scesi al 5,5%, il minimo dal 1983, poco più della disoccupazione frizionale (2,8 milioni), meno della metà rispetto a 7 anni prima.

Ma non è stato solo merito della ripresa economica. Anzi, la ripresa è stata tanto più robusta perché la politica tedesca e la Spd di Schroeder misero mano a un programma di riforma del mercato del lavoro e del welfare, articolato nei quattro pacchetti Hartz del 2002-2003, che hanno preso il nome da uno che se ne intendeva: Peter Hartz era l’ex capo del personale della Volkswagen.

Le riforme Hartz da sole non avrebbero spiegato il miracolo tedesco. I 30 punti di competitività guadagnati sull’Italia dipendono anche da due altri pilastri. Grandi contratti di produttività condivisi dal sindacato in tutti i grandi gruppi di Deutschland AG e uno Stato che ha deciso di abbattere spesa pubblica e tasse di più di 6 punti di Pil. I pacchetti Hartz stridono con le proposte che alcuni qui da noi avanzano al tavolo aperto dal governo Monti e dal ministro Foriero su almeno quattro punti: licenziamenti, durata dell’equivalente della nostra cassa integrazione, lavoro nero o precario e relativi costi e contributi, indennità di disoccupazione.

Toccato il tabù dei licenziamenti, è stato deciso di non applicare la precedente tutela per le aziende che coi nuovi assunti superavano dal 2004 la soglia dei 10 dipendenti (equivalente alla nostra dei 15 dipendenti, stabilita nello Statuto dei lavoratori) e di consentire a tutti i dipendenti l’opzione di rinunciare alla tutela giudiziale in cambio di un indennizzo pari a mezza mensilità per ogni anno di anzianità.

Per favorire i mini jobs, cioè quella che si definisce spesso precarietà in nero e a bassa qualifica, si è deciso di innalzare la quota di salario non soggetta a imposizione fiscale di qualunque genere fino ai 400 euro, e di tenere fino agli 800 euro aliquote fiscali e contribuitive iper-ridotte.

Allo stesso modo, per l’autooccupabilità si sono concesse aliquote di grande favore alle imprese che prestano servizi in mansioni non complesse, le cosiddette Ich-AG, fondate da disoccupati. In questo caso l’aliquota è del 10% fino ai 25 mila euro di reddito l’anno, e l’agevolazione sale se all’impresa sono associati componenti della famiglia.

Il sussidio di disoccupazione di natura assicurativo-contributiva a carico per lo più delle imprese è stato ridotto dai precedenti 32 mesi a 12 o eccezionalmente 18, in base all’età del disoccupato e per un importo pari al 60% del salario (67% se con un figlio a carico). Il disoccupato non può sottrarsi alle proposte di rioccupazione, altrimenti il diritto decade.

E il sussidio per le persone in grado di lavorare non è più cumulabile con il sussidio sociale di indigenza. Quest’ultimo, a carico della fiscalità generale, è riservato a inabili temporanei o permanenti per almeno tre ore di lavoro al giorno, è proporzionato al carico familiare, ed è gestito dai Comuni che si riservano di offrire lavori socialmente utili a bassa intensità e bassa remunerazione (fino a 3 euro l’ora).

Inutile dire che bisogna comunicare tempestivamente ogni cambiamento del reddito e che i controlli sono rigorosi e implacabili. La ricetta tedesca può costare meno a imprese e lavoratori, ma lo Stato deve decidere di dimagrire invece di continuare con la sua bulimia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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