L’Eurogruppo di inizio settimana non ha trovato l’accordo per il successore di Jean-Claude Juncker alla sua guida. Significa che manca l’intesa franco-tedesca e che non è affatto risolto il tema del taglia-spread chiesto dall’Italia a costo del veto, giovedì 28 giugno. I mercati hanno orecchie attente, per questo lo spread italiano è restato negli ultimi giorni più vicino a quota 500 che a 450. È il segnale che potrebbe preludere a ventate oltre quota 500, nelle prossime settimane.
Non è certo il presidente della Confindustria Giorgio Squinzi a dare fiato allo spread. In questo, l’accusa di Mario Monti è infondata. Mario Draghi, lunedì 9 luglio al Parlamento europeo, ha spiegato benissimo, sia pure implicitamente, da che cosa dipenda: il debito pubblico italiano sale ancora, per colpa della recessione accresciuta dalla morsa fiscale aggiuntiva al credit crunch. Il segno vero di discontinuità che i mercati aspettano da anni da parte italiana comporterebbe un serio programma di abbattimento del debito pubblico tramite cessioni, a cominciare da quelle immobiliari e senza passare per la Cassa depositi e prestiti, che i mercati leggono non a torto come una finta.
E tagli alla spesa pubblica credibili e di tale ammontare da essere in buona parte retrocessi a meno imposte per fare ripartire la crescita. Il tagliaspese del governo incide per 26 miliardi in tre anni anche con misure buone. Ma è a copertura di 22,6 miliardi di spesa diversa. E rinvia al governo post Monti la nuova minaccia di aumenti iva: è il sistema attraverso cui l’amministrazione pubblica sbarra la strada a meno imposte. Basta dire che i tagli aggiuntivi anche nel 2013 serviranno a impedire nuove tasse, e la pressione fiscale resta altissima invece di scendere. Ma l’equazione è semplice. Retrocessione ai contribuenti: zero. Ergo, crescita aggiuntiva: zero. Ai mercati non può piacere.
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