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Sergio Luciano

Il successore della Marcegaglia? Deve avere tempo. E fegato - L'ANALISI

emmamarcegaglia

di Sergio Luciano

C’era il nemico: il comunismo. C’era il tesoro, la greppia degli aiuti di Stato. C’era il canone, le svalutazioni competitive. Era bello presiedere la Confindustria, a quei tempi. La grande Confindustria degli anni del boom, quella delle presidenze Costa, Lombardi, Agnelli, Carli, Merloni, Lucchini, Pininfarina.Non che fosse facile, l’inverno russo faceva paura, il terrorismo ammazzava. Ma il mestiere era chiaro: difendere gli interessi di una parte sociale poco amata ma molto, molto potente, quella dei datori di lavori. La «controparte padronale», come la definivano gli slogan di una sinistra non ancora di governo.

Controparte sì, ma con la convergenza degli opposti, quella ad esempio del grande accordo Lama-Agnelli sul punto unico di scala mobile, Don Camillo e Peppone del miracolo economico e della sua grassa coda. Un mondo semplice. Dove «la Cina è vicina» era soltanto una rima.

Dalla presidenza di Luigi Abete, la prima dopo la caduta del Muro, tutto iniziò a cambiare. L’Italia del ’92, più arrancante che mai fu anche quella della concertazione dove (auspice Carlo Azeglio Ciampi) si pose fine alle svalutazioni e ci si attaccò al chiodo dei parametri europei, per rientrare nella fase uno dell’euro, concordando comunque una nuova linea di collaborazione tra le grisaglie e le bandiere rosse.

E poi, da quell’anno in poi, via al galoppo, spinti inconsapevolmente dalla forza cieca della globalizzazione e della finanza globale, quel processo implacabile come una schiacciasassi, ma molto più veloce, che ha espropriato gli stati nazionali della loro sovranità economica e mutilato le parti sociali della materie del loro contendere e del loro convergere, quella “politica dei redditi” che oggi dovrebbe giocarsi a un tavolo dove il cassiere non siede più, perché se ne sta sempre in un «altrove» che convenzionalmente possono essere considerati i Bric – Brasile, Russia, India e Cina – ma che in fondo non sono soltanto loro o propriamente loro.

Un altrove che esprime il suo potere consentendo il concretarsi economico dell’effetto farfalla di Edward Lorenz, quello per cui il battito delle ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado nel Texas. E le autorità locali texane non possono nulla, contro le farfalle brasiliane.

E’ in questo scenario stralunato che si giocano i risiko nostrani attorno alla successione in Confindustria. Emma Marcegaglia, la più giovane e l’unica donna nella dinastia dei capi della confederazione, divide gli animi e i giudizi.

Chi la rimprovera di essere stata prima troppo allineata col governo Berlusconi ed il suo capo; chi di esserlo stata troppo poco; e poi al contrario di aver esitato a prender le distanze, o di averle prese troppo.

E poi la variabile imprevedibile di una Fiat extra-territoriale , guidata da un manager nordamericano occasionalmente nato a Chieti che sogna al Lingotto relazioni industriali post-moderne di schietta impronta neofordista come Sergio Marchionne, convinto del suo buon diritto – tanto da esserselo preso - di riscrivere a modo suo i contratti nazionali , secondo tabù sindacale d’Italia dopo l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Convinto al punto da pilotare la sua Fiat fuori dalla Confindustria, un po’ come se l’Azione Cattolica aderisse alla Chiesa Anglicana.

E dopo il forfait di Fiat, qualche altro fuoco di guerriglia : via la Cartiere Pigna, via 800 aziende turistiche, via Amplifon, via Ibm.

E ancora l’Editrice Il Sole 24 Ore che non mostra di essere più la solida “cash-cow” di trent’anni di successi. Insomma: una Confindustria che oggi attrae sempre meno e divide gli animi.

Con una base imprenditoriale inquieta e polemica, che si mostra attratta dalla politica come non mai, con la pretesa o la promessa di riformarla dall’interno, scalzandovi l’unico proprio campione – Berlusconi – che ha torto o a ragione l’aveva “privatizzata”.

Chi avrà il fegato di succedere alla Marcegaglia alla testa di una Confindustria che non ha un nemico da battere, perché il comunismo non esiste più, un tesoro cui ambire, perché lo Stato è in bolletta, un interlocutore con cui misurarsi?

Al lunghissimo tavolo della concertazione di Palazzo Chigi – quaranta associazioni a sentire i discorsi di due o tre – tutto il governo, e non solo il Ministero dell’Economia, appare ridotto a una grande Ragioneria di Bruxelles.

E ancora: quale associazionismo in un Paese dove le piccole e medie imprese, cinque milioni di soggetti, tendono a non accettare più l’assimilazione con quelle grandi? In cui tutte le associazioni “datoriali” sono in crisi, da quelle agricole a quelle cooperative?

Domande inedite, tutte insieme, tutte intricate. Che, oltretutto, richiederebbero risposte nette da un protagonista nuovo, dal profilo inedito: un capo forte e credibile che abbia il tempo per fare il presidente a tempo pieno.

Sarà Alberto Bombassei, questo nuovo leader, un “duro” dialogante, vicino alla Fiat ma non vassallo? O Giorgio Squinzi, cattolico del dialogo, simpatizzante berlusconiano, colomba sindacale ma proprio per questo troppo negoziale per una larga parte della base? Spunterà un outsider dalla periferia, o ritornerà dal passato?

Comunque finisca questa rincorsa al dopo-Marcegaglia partita troppo presto per essere lineare, il futuro presidente della Confindustria si prenderà una brutta, bruttissima gatta da pelare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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