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Sergio Luciano

Riforma del lavoro, il Monti liberista ha partorito un topolino di sinistra

La riforma bonifica gli abusi sulla flessibilità in entrata. E nel modo in cui regola apprendistato, stage, contratti a termine, presta il fianco (troppo) alla Cgil. Ovvio che la destra non approvi

Il presidente del Consiglio Mario Monti

di Sergio Luciano

Professor Ichino, non le pare che anche dopo la riforma Monti il codice del diritto del lavoro italiano sia rimasto intraducibile in inglese? “Concordo”, è la laconica risposta del più celebre giuslavorista italiano su una sua vecchia provocazione intellettuale. Ma al di là delle traduzioni impossibili, ciò che il dibattito parlamentare appena iniziato sulla riforma del contratto del lavoro sta rivelando è che il Monti liberista ha partorito un topolino di sinistra.

TUTTO SULLA RIFORMA DEL LAVORO

Partito per liberalizzare il rapporto di lavoro abbattendo il famigerato tabù dell'articolo 18, il governo ha infatti finito col pestare i veri calli delle imprese, la cosiddetta flessibilità in entrata, quella per la quale - di fatto - le aziende italiane negli ultimi dieci anni sono riuscite a dribblare il problema dei licenziamenti individuali impossibili, evitando il problema sul nascere: smettendo, cioè, di assumere in pianta stabile.

Ebbene, se la riforma resterà com'è, senza accogliere le richieste della Confindustria – la cui presidente uscente Emma Marcegaglia l'ha definita non a caso “pessima” - e del Pdl, i mille escamotage oggi in uso per far lavorare i giovani pagandoli poco e senza assumerli saranno quasi tutti eliminati sarà dimostrato quanto segue.

E cioè che il governo ha rivelato il consueto approccio insieme accademico e idealista, sensibile al “sentiment” dei mercati ma ignaro della vita reale delle imprese, e ha fatto un pasticcio, da quale gli sarà ora difficilissimo chiamarsi fuori.

Ma la linea delle associazioni imprenditoriali è oltranzista: non si può, dicono, aggiungere al danno di non aver avuto una vera liberalizzazione del licenziamento individuale la beffa di non poter più contare sul precariato. È proprio vero, dunque, che la riforma “bonifica” gli abusi nella flessibilità in entrata? Abbastanza vero, sì.

E ricostruiamo perchè, partendo da un dato: da dieci anni a questa parte, in Italia, l'80% dei giovani viene assunto a tempo determinato e solo il 15% ha un contratto di apprendistato.

Degli assunti a tempo, solo la metà viene confermata in pianta stabile - cioè a tempo indeterminato -  nell'arco dei cinque anni dall'inizio del rapporto di lavoro. La riforma Fornero-Monti tende invece a individuare nell'apprendistato il canale principale, se non l'unico, per l'accesso dei giovani al lavoro, scoraggiando tutte le altre formule della flessibilità in entrata, disincentivandole sia sul piano economico che su quello normativo.

Ma ecco, in dettaglio, le “penalizzazioni” che colpiranno i vari strumenti della flessibilità.

I contratti a termine verranno aggravati da un'aliquota contributiva aggiuntiva dell'1,4%, che concorrerà a finanziare la nuova indennità di disoccupazione (Aspi) ; il governo ha inteso bilanciare questo “danno” liberandoli dall'obbligo della causale, cioè l'indicazione del motivo, ma solo in occasione del primo contratto: e comunque, anche quest'esenzione conferma l'approccio astratto della riforma, perchè la causale è sempre stata una norma facilmente aggirabile e vastamente aggirata, mentre sui costi contributivi c'è poco da aggirare.

In più, l'intervallo fra un contratto e l'altro viene aumentato da 10 a 60 giorni per quelli che durano meno di sei mesi e da 20 a 90 giorni per quelli di durata superiore: un'altra “zeppa” contro l'abuso dei contrattisti. E nessun lavoratore potrà essere assunto a termine per più di 36 mesi.

Le “collaborazioni continuative a progetto” (co.co.pro.) dovranno essere circoscritte a progetti con definizioni più stringenti e senza mansioni solo esecutive o ripetitive. Sarà vietato il recesso prima della fine del progetto. Se manca un progetto specifico il contratto si considera di lavoro subordinato a tempo indeterminato. L'aliquota contributiva sale di un punto all'anno, fino a raggiungere nel 2018 il 33% prevista per il lavoro dipendente (fino al 24% per chi è iscritto a gestione separata e ad altre gestioni o pensionati).

Gli “stage” aziendali gratuiti vengono eliminati: i giovani laureati non potranno più essere inseriti in azienda con funzioni anche operative.

Il contratto di inserimento viene cancellato. Le partite Iva che nascondono un lavoro subordinato sono sanzionate con l'obbligo di assunzione.

In generale, retribuire a fattura collaboratori che prestino la loro opera all'interno delle strutture aziendali dei clienti diventerà ad alto rischio di contenzioso.

Disincentivate anche le associazioni in partecipazione, un'altra formula dentro la quale vengono cammuffati rapporti di lavoro di sostanziale dipendenza: saranno permesse solo in caso di associazione tra familiari entro il primo grado (genitori o figli) e il coniuge.

L'apprendistato sarà invece agevolato ma con una clausola molto stringente: dopo 36 mesi di rapporto di lavoro di questo genere, contributivamente “leggero” perchè saranno Stato e Regioni a sopperire ai costi sgravati alle imprese, i giovani dovranno essere o lasciati a casa o assunti a tempo indeterminato.

Assolavoro, l'associazione tra le Agenzie per il lavoro (Apl), ha firmato un accordo con Cisl e Uil – che Cgil invece non ha sottoscritto riservandosi di farlo successivamente – col quale si precisa la possibilità per le imprese, prevista ma non particolareggiatamente dalla legge, di usufruire di apprendisti anche con la formula della somministrazione di lavoro: quindi i 36 mesi massimi di apprendistato potranno essere svolti anche presso più datori di lavoro, purchè attraverso l'assistenza della stessa Apl.

Possibilità interessante per le aziende, meno – accusa la Cgil – per i giovani, i quali vedrebbero ridursi la componente formativa del contratto (mancherebbe, per così dire, la “continuità didattica” che può essere meglio assicurata da un rapporto costante con uno stesso datore di lavoro).

La Cgil sostiene che la possibilità di fruire di apprendisti per brevi periodi di tempo rischia di incentivare eccessivamente il ricorso a questa formula d'accesso, che costa molto alla fiscalità generale, senza che lo Stato abbia a disposizione le risorse necessarie.

Di qui un'interpellanza formale della confederazione della Camusso al ministero del Lavoro: senza un via libera esplicito del governo la Cgil non firmerà l'accordo.

Anche l'apprendistato, comunque, contiene una norma “di sinistra”: l'impresa potrà utilizzare questo contratto solo a condizione di aver stabilizzato, assumendoli a tempo indeterminato, il 50% degli apprendisti ingaggiati nel triennio precedente, e comunque entro un rapporto massimo di due apprendisti ogni tre dipendenti.

Insomma, una riforma di sinistra. Ovvio, che non piaccia alle imprese e ai mercati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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