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Sergio Luciano

Generali, Perissinotto e il lungo viale del tramonto

Sotto le pressioni di azionisti e manager, finisce l'era del "group ceo"

"Adesso hai avuto tutto quello che volevi, vediamo cosa sai fare”: al massimo del suo successo, poco più di un anno fa, Giovanni Perissinotto s'era trovato di fronte a questa sfida, postagli da Alberto Nagel e Renato Pagliaro, il tandem di vertice che guida Mediobanca, cioè il suo azionista di riferimento. E, dopo aver toccato la vetta, aveva in realtà imboccato il viale del tramonto.

Il suo rapporto con Mediobanca, storicamente “di ferro”, era diventato via via sempre più teso. Richiamato alla necessità di restituire alla compagnia redditività e capitalizzazione borsistica Perissinotto aveva chiesto tutti i poteri come “Group Ceo”, ottenendo che il bravissimo ma mite co-amministratore delegato Sergio Balbinot gli venisse formalmente sottoposto, sostituendo una monarchia alla tradizionale diarchia triestina; infine, aveva sottoscritto il patto stipulato tra i soci avversari di Cesare Geronzi che condusse ai primi di aprile del 2011 al siluramente del roccioso banchiere.

Ma dopo averlo “accontentato”, Mediobanca non gli ha più riconosciuto alcun alibi. E poiché la compagnia, pur gestita con la prudenza di sempre e forse proprio per questo, è rimasta una “pecora nera” per capitalizzazione in Europa, lasciandosi superare anche dalla più piccola Zurich e aumentando le distanze dalle fortissime Allianz e Axa, negli ultimi mesi è montata la rabbia dei soci: Del Vecchio e De Agostini innanzitutto, ma immediatamente dopo la stessa Mediobanca, i cui vertici sanno che le loro critiche a Perissinotto potrebbero essere rivolte pari-pari anche a loro: gestione poco brillante, bassa capitalizzazione borsistica, discutibile tasso di innovazione.

Per questo i dioscuri di Piazzetta Cuccia hanno deciso di battere un colpo subito, senza attendere i dieci mesi che separano dalla naturale scadenza del consiglio. Quando un mese fa Leonardo Del Vecchio – il “martinitt” diventato re dell'occhiale con la sua Luxottica, ricchissimo e indipendente – aveva “sfiduciato” Perissinotto a mezzo stampa, con un'intervista al Corriere della Sera uscita proprio la mattina dell'assemblea delle Generali, Alberto Nagel e Renato Pagliaro erano stati soddisfatti fino a un certo punto, perchè comunque l'anziano magnate non aveva risparmiato un passaggio critico, o almeno di grande “sufficienza”, anche al loro indirizzo, chiedendosi perchè mai avessero così generosamente finanziato Ligresti: già, perchè mai?

In questi giorni Nagel e Pagliaro stanno lavorando proprio su due fronti: svecchiare la gestione delle Generali, sostituendo Perissinotto; e salvare i loro troppi crediti verso Premafin-Fonsai. Se Mario Greco – come pare – accetterà l'incarico, sicuramente confermerà quella capacità gestionale che ha ben dimostrato prima in Ras-Allianz e poi in Zurich, e non gli sarà difficile migliorare le prestazioni del gigante triestino, addormentato com'è; ma non è ancora detto che invece riesca il “salvataggio” di Fonsai proposto da Mediobanca attraverso la fusione con Unipol, l'unico modo per salvare anche i tanti crediti vantati dalla stessa Mediobanca e da Unicredito verso le società dei Ligresti.

Ed è stato proprio questo l'ultimo fronte di scontro tra Nagel e Perissinotto. Il numero uno di Mediobanca ha addebitato al suo “delegato” a Trieste di aver appoggiato “sotterraneamente” il piano concorrente della Sator di Matteo Arpe e della Palladio di Giorgio Drago e Roberto Meneguzzo (che attraverso la Ferak detiene il 4% delle Generali).

Nulla conferma che davvero Perissinotto abbia appoggiato Arpe, ma nella sua dura lettera ai consiglieri Generali, in cui si difende dalla richiesta di dimissioni, il “Group Ceo” usa parole durissime contro l'operazione: “Ho seri dubbi sulla visione strategica di questa operazione, non solo per la inquietante prova che non si può certo ignorare riguardante la salute finanziaria di quello che dovrebbe essere il salvatore; al contrario di quella che sembra essere la convinzione del top management di Mediobanca io non reputo che sarebbe corretto per me essere coinvolto in alcun modo nella vicenda Fonsai. In ogni caso, è evidente che la errata convinzione che io abbia in qualche modo aiutato - o più precisamente non abbia esercitato la mia influenza per evitare la partecipazione di una parte in transazioni che 'minacciano' interessi vitali per Mediobanca - sia all'origine della mozione di sfiducia mossami quale CEO di Generali”.

Nel contesto di questa totale “insubordinazione” del capo-azienda triestino il management di Mediobanca temeva insomma di poter ricevere prima o poi da lui lo stesso trattamento che Cuccia, Maranghi e i loro successori hanno spesso riservato storicamente ai soci di riferimento: un dribbling, costruito attraverso la costruzione di un gruppo di riferimento “personale” all'interno dell'azionariato, che il group Ceo avrebbe potuto forse trovare in Ferak, in Kellner, forse nella Banca d'Italia – secondo azionista, da sempre “silente” - e, chissà, in Mediolanum.

Era insomma necessario agire subito: per dare un segnale al mercato e ai grandi soci privati, rimuovere un possibile ostacolo sulla via della fusione Unifonsai, prevenire eventuali arrocchi di consenso dell'insubordinato e difendersi le poltrone.

Ma c'è un altro fronte di fastidio che si è aggiunto, sulle massime scrivanie di Mediobanca già cariche di grane: l'inchiesta sulla Bpm e sulla passata gestione-Ponzellini.

Per carità, niente di compromettente e tantomeno penalmente significativo: ma certo dalle carte emerge con chiarezza che l'ex banchiere vedeva proprio in Mediobanca il suo referente finanziario, come nella Lega il suo referente politico. Il che, tutto sommato, non è oggi precisamente un fiore all'occhiello.

Cosa accadrà in Generali? La conta dei voti è contro Perissinotto. Non è dubbio che Mediobanca vinca, è incerto per quanti voti. Dalle voci del pomeriggio pare confermata la disponibilità di Greco ad accettare. Saprà darsi da fare subito, troverà nel capo del business in Italia – Paolo Vagnone – un valido alleato (ha già lavorato con lui in Ras) e in Sergio Balbinot il leale coequipier di sempre, per tutti, in nome dei valori aziendali.

Ma per Mediobanca Greco non sarà mai un docile esecutore, com'è stato in passato quasi tutto il management triestino, da Enrico Randone a Gianfranco Gutty, con l'eccezione di Desiata, non a caso anche lui defenestrato.

Quanto al futuro del vertice di Mediobanca, molto dipenderà dall'esito del progetto Unifonsai. Su cui i segnali degli ultimi giorni sono incerti: la Procura di Torino che convoca la Consob per chiarimenti; i Ligresti che perdono la manleva; il management della Milano che teme un “take-over” non meritato; e in fondo la riaffermazione di quel “controllo di fatto” su Generali che Mediobanca nega da sempre, a parole, davanti all'Antitrust ma che puntualmente i fatti confermano, licenziamento di Perissinotto compreso.

E se la quadrifusione non dovesse andare in porto , la credibilità del vertice di Mediobanca ne risulterebbe certamente danneggiata.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
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